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M5S per il dopo EXPO: coinvolgere i cittadini

L'ispezione del M5S al cantiere dell'Expo con Beppe Grillo
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"L’eredità delle esposizioni universali resta il grande irrisolto in tempi di crisi: che cosa succederà sul milione di metri quadrati al termine della kermesse?Che ne sarà dell'investimento miliardario effettuato coi nostri soldi (di cui noi avremmo fatto volentieri a meno per investire le stesse risorse altrove, per la risoluzione dei reali problemi dell'Italia) alla fine dell’evento?
Expo lo paghiamo noi ben due volte: la prima per costruirlo e la seconda per visitarlo. Sull'inutilità, sulla sua inadeguatezza rispetto ai tempi e alle reali esigenze di un Paese in crisi profonda, sulla sua insostenibilità e sulle negative conseguenze di questo circo abbiamo già detto tanto. Ci aspettiamo e lavoreremo intensamente affinché almeno il post Expo sia qualcosa di utile al territorio e ai cittadini coinvolti. Gli enti decisori ad ora non hanno coinvolto i cittadini interessati o le istituzioni da loro votate e tutto è stato fatto dagli organi esecutivi. Non vorremmo che vengano portati avanti grandi progetti senza chiedere nulla ai cittadini coinvolti dalle conseguenze e senza coinvolgere il Consiglio regionale e milanese.
Una rivoluzionaria e lungimirante attività politica del post Expo prevederebbe un coinvolgimento democratico del territorio tramite gli organi elettivi per produrre un dibattito e una discussione dei fini che si vogliono raggiungere, prima di scrivere i criteri del bando, con scatto solitario da parte della sola Giunta: ecco perché ai primi di luglio abbiamo chiesto un'audizione di Arexpo in Commissione Territorio congiunta a quella Agricoltura, audizione che solleciteremo alla riapertura dei lavori consiliari. Verificheremo i criteri del bando di cui Maroni ha parlato in questi giorni. Riteniamo vergognoso questo scatto solitario a fronte di una richiesta di consiglieri regionali di sentire Arexpo prima della chiusura dei criteri del bando, la non partecipazione dei cittadini alla costruzione di questi primi e fondamentali aspetti è davvero fuori luogo. Vogliamo sapere perché non ci è stato possibile sentire Arexpo in Commissione prima della chiusura del bando. E verificheremo quanto si legge nel sito di Arexpo: che al bando consultivo del 2013 hanno aderito 15 progetti (manifestazioni di interesse) e che tali idee sono state verificate e approfondite dal Comitato di indirizzo di Arexpo sulla base dell’Accordo di Programma approvato nell’agosto 2011. I progetti presentati erano di indirizzo per l'area ma da allora si è sentito parlare solo di "parco tematico" o di "stadio". Ci viene il dubbio di accordi in corso per favorire il calcio, che tutto sia già stato deciso e che si voglia fare solo un po' di "fumo democratico" col bando in questione.
Così come avremo occhi puntati alla Commissione valutatrice dei rispondenti al bando indetto e di come verranno considerati i 15 partecipanti al bando consultivo. Il processo di coinvolgimento democratico non è nemmeno iniziato e sembra interessi solo al M5S, eppure rinunciare a questo dibattito significa consegnare le decisioni che contano agli interessi economici di pochi a svantaggio della comunità e rinunciare alla costruzione concettuale di visioni politiche, innanzitutto, per la tutela del territorio, per il suo risanamento, per il recupero del nostro investimento e per il fiorire di progettualità utili per la cittadinanza nel suo insieme. La nostra paura è che queste attuali Giunte, senza una lettura e un dibattito dai territori, non faranno altro che agevolare i soliti nomi, alcuni di loro già coinvolti nell'evento Expo: Ente Fiera, LegaCoop, Cabassi, gruppi della Grande Distribuzione, Caltagirone, le grandi banche, Ligresti, Compagnia delle Opere, Camera di Commercio. Ma Expo non è solo il sito "a pesce", a Rho. E tra i tanti punti di domanda e le tante incertezze, ci sono già dei punti fermi: dopo Expo in tanti territori rimarranno degli sfregi che nessun post Expo potrà riqualificare. Rimarranno infrastrutture inutili, dannose, costose, come la Bre.Be.Mi, la Rho-Monza, la Pedemontana, la TEEM, solo per citarne alcuni. Rimarranno nuovi centri commerciali costruiti in un territorio saturo oltre ad ogni limite di punti vendita (e non facciamoci prendere in giro da eventuali nomi che richiamerebbero il tema del "nutrire il pianeta", pur sempre centri di vendita si tratta).
E rimarranno nella memoria di migliaia di cittadini numerose lotte, spreco di energie, di tempo prezioso, di salute persa, per tentare di difendere i propri territori, cercando un dialogo propositivo con istituzioni sorde che hanno sempre e solo detto "No", anche a fronte di soluzioni alternative più intelligenti ma meno appetibili per pochi grandi interessati.
Il M5S continuerà la sua opera di Fiato sul collo così come è avvenuto per Expo stesso. Non pensino la Giunta maroniana e il comune di Milano (entrambi detengono il 34,67% di Arexpo) o, peggio, Ente Fiera (con il 27,66%) di fare tutto da soli." I portavoce M5S lombardi in Regione, Parlamento e UE

20 Ago 2014, 17:50 | Scrivi | Commenti (125) | listen_it_it.gifAscolta
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Tags: Arexpo, bando expo, dopo expo, Expo, M5S Lombardia, Maroni, Milano, ndrangheta, Pedemontana, post expo, Renzie, Rho Monza



L'autunno caldo dell'editoria italiana #BastaSoldiAiGiornali

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"Il prossimo autunno sarà decisivo per l'editoria italiana. Il governo ha annunciato ufficialmente di voler mettere mano al sistema di sostegno al settore e nel frattempo in Commissione Cultura va avanti la discussione sulla nostra proposta di legge. L'insolita apertura, su un tema come questo poi, ci fa sorgere non pochi dubbi sulle reali intenzioni del Partito Democratico, soprattutto alla luce del legame strettissimo che lo stesso può vantare nei confronti della maggior parte delle testate giornalistiche nazionali. Queste perplessità partono dall'analisi dei contenuti della stessa pdl che prevede misure da cui il Presidente del Consiglio ha già, diciamo così, “preso spunto” nella sua azione governativa:
- All'art. 1 la nostra proposta di legge prevede, tra le altre cose, di destinare i fondi ora erogati ai giornali di partito in favore di start up di nuovi progetti editoriali di giovani giornalisti o freelance under 35. Questo permetterebbe di favorire un reale pluralismo e innescare una concorrenza virtuosa che innalzerebbe la qualità dell'offerta evitando uno spreco insensato di denaro pubblico che, come abbiamo potuto vedere nel caso de L'Unità, non porta a nulla di buono. Bene, nell'ambito della legge di stabilità 2013, il Governo ha istituito il Fondo straordinario di sostegno all'editoria (altri soldi ai giornali, che vanno ad aggiungersi ai finanziamenti già esistenti), e tra le finalità di questo nuovo fondo troviamo proprio il finanziamento di start up di nuovi progetti editoriali, come già previsto dalla nostra pdl.
- All'art. 2 della nostra legge poi, si prevede la soppressione dell'obbligo dei bandi della PA che, assieme al regime di IVA agevolato al 4% sul 20% delle copie stampate, rappresenta uno dei maggiori introiti ai giornali, quei famosi finanziamenti indiretti, ben più cospicui di quelli diretti, di cui vi abbiamo già parlato più dettagliatamente e che vanno a beneficio non solo dei giornali di partito come La Padania o Europa ma anche tutte le grandi testate nazionali come La Repubblica, il Corriere della Sera, La Stampa ecc. Renzi ha mancato di fantasia e ha copiato pari pari la nostra proposta annunciando durante la campagna elettorale delle elezioni europee l'eliminazione del suddetto obbligo, per poi rimangiarsi tutto subito dopo le votazioni, spostando di due anni il termine per l'abolizione e fissandolo per il 1° gennaio 2016. Tra due anni, forse ritratterà e rimanderà ancora, chissà?!(*)
Nel frattempo però il Presidente del Consiglio, ha dimostrato di saper gestire abilmente i rapporti con l'editoria italiana, minacciandola al momento giusto (cioè quando servono bei titoloni sul suo operato su tutti i giornali d'Italia che portano tanti bei voti), per poi ritrattare e lasciare ogni privilegio intatto agli editori che così gli saranno riconoscenti a vita. Possiamo essere quasi certi che l'atteggiamento aperturista dei piddini sul tema sia tutto un bluff (anche se speriamo vivamente di sbagliarci). Dubitiamo fortemente che sia possibile vedere il PD mettersi contro il suo capo politico De Benedetti.
Il M5S agisce come previsto da Costituzione per spezzare definitivamente questo sistema che va a discapito solo ed esclusivamente dei consumatori finali, ossia i lettori che sono costretti alla disinformazione più becera. Il Parlamento ha la possibilità di affrontare e dare risposte concrete alla difficile situazione in cui versa la libertà d'informazione nel nostro Paese. Attraverso una trasformazione delle modalità di finanziamento finora adottate, prevedendo forme di supporto transitive, si favorirebbe la nascita di nuovi progetti editoriali, accompagnandoli però solo nei primi anni di vita. Se passasse la nostra proposta vedremmo mutare radicalmente il mondo dell'editoria. Ci sarebbe un'accelerata straordinaria nella digitalizzazione di molte testate che dovrebbero competere con nuovi progetti editoriali condotti da giovani giornalisti che finalmente sarebbero protagonisti del mondo dell'informazione e non più relegati al ruolo di schiavi moderni, pagati a pochi euro al pezzo, costretti a seguire pedissequamente la linea editoriale imposta dagli unici detentori della “verità di comodo”, ossia gli editori. Auspichiamo pertanto che il dibattito su un tema così importante si tenga a livello parlamentare e non a livello governativo e che Renzi, il suo Governo e il suo partito, per una volta almeno, non giochino sporco ma si prestino davvero ad un dibattito costruttivo che porti all'approvazione di una legge utile al Paese, anche se questo volesse dire riconoscere un merito al M5S." Giuseppe Brescia, portavoce M5S alla Camera

(*) Nell'ambito della discussione del c.d. “Decreto Irpef” fu approvato un emendamento presentato da Massimo Mucchetti (Pd), ex vicedirettore del Corriere della Sera, grazie al quale i bandi di gara e gli annunci di appalti continueranno a essere pubblicati sui quotidiani cartacei almeno fino al 2016. Il testo originale prevedeva l'abolizione immediata dell'obbligo.

 
(continua...)

20 Ago 2014, 12:06 in | Scrivi | listen_it_it.gifAscolta | Stampa | Commenti (176)

Il Giornalista (con la G maiuscola) del giorno: Luigi Abbate

Ilva, audio choc di Vendola. La telefonata integrale con Archinà
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"Luigi Abbate, proprio lui, la “faccia da provocatore” (cit. Vendola) che aveva osato chiedere a Girolamo Archinà, il responsabile delle relazioni esterne dell’Ilva con cui il Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola sogghignava ricordando il video in cui proprio il giornalista tarantino chiedeva conto delle vittime causate dall’inquinamento dell’acciaieria della famiglia Riva, è stato messo alla porta dall’emittente televisiva Blustar TV. Senza entrare nel merito di dinamiche e decisioni proprie di una emittente privata ci sembra strano, però, che un giornalista di indubbia onestà intellettuale che con il suo ottimo operato ha sicuramente reso celebre e conosciuta quella stessa televisione locale, venga allontanato improvvisamente. Appare ulteriormente preoccupante come questo licenziamento segua, sebbene a distanza, dichiarazioni sconcertanti dell’On. Pelillo, il deputato del Partito Democratico, che durante una puntata televisiva in diretta, condotta proprio da Abbate, in una fase concitata di scambio di opinioni su uno dei decreti ILVA, ha riferito parole quali ‘L’editore lo sa? Domani parlerò con l’editore. Voglio sapere se anche lui è d’accordo’. Abbiamo anche appreso che l’onorevole Pelillo non abbia voluto rilasciare delucidazioni in merito alla vicenda dalle testate che lo hanno contattato. Ci domandiamo come l’On. Pelillo non senta l’obbligo morale di spiegare pubblicamente quelle sue dichiarazioni rilasciate in diretta, che reputiamo di una gravità inaudita. Esse, sono da ritenersi ancora più gravi proprio perché a Taranto l’affidabilità, l’onestà e l’attendibilità dei politici e dei giornalisti è stata già messa fortemente in dubbio dalle vicende rivelate della magistratura che hanno mostrato un intreccio di interessi ed un sistema assoggettato alla grande industria, mentre cittadini ed operai morivano di tumori o di infortuni sul lavoro. Ci auguriamo che la libertà di stampa, in Italia e in particolare a Taranto, non sia soggetta al potere politico o a quello economico, che a volte tentano di influenzare gli editori e il sistema dell'informazione tramite pressioni sull’operato dei giornalisti non ‘accondiscendenti’. Uno scenario che ricorda tempi bui non troppo lontani, che auspichiamo definitivamente nel passato. Abbiamo depositato una interrogazione parlamentare, a prima firma Maurizio Buccarella, per chiedere al Presidente del Consiglio Matteo Renzi se “il Governo non ritenga che le dichiarazioni dell’On. Pelillo rappresentino una grave minaccia alla libertà di stampa. Una libertà di stampa che raffigura una delle garanzie che un Governo democratico, assieme agli organi di informazione, dovrebbe garantire ai cittadini ed alle loro associazioni, per assicurare l’esistenza di una stampa libera”. Il Presidente Renzi dovrà, infine, dichiarare quali “iniziative si intendano assumere, nelle opportune sedi normative, al fine di garantire un’informazione libera ed indipendente da ogni gioco di potere, affinché ogni cittadino possa essere messo a conoscenza dei fatti quando questi sono opportunamente documentati”. Auspichiamo che l’On. Pelillo chiarisca pubblicamente le sue affermazioni in diretta televisiva, prima della risposta del Governo all’interrogazione parlamentare. La libertà di stampa e quella di espressione sono tutelate dalla nostra Costituzione: non è accettabile che una velata minaccia o un accennato ricatto professionale possa rendere schiavi i tanti giornalisti che cercano di fare onestamente il loro lavoro nel nostro Paese." I portavoce pugliesi in Parlamento: Maurizio Buccarella, Daniela Donno, Lello Ciampolillo, Barbara Lezzi, Giuseppe L’Abbate, Diego De Lorenzis, Giuseppe D’Ambrosio, Francesco Cariello, Emanuele Scagliusi, Giuseppe Brescia

 
(continua...)

19 Ago 2014, 17:03 in | Scrivi | listen_it_it.gifAscolta | Stampa | Commenti (234)

Il terrorista

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"Alessandro Di Battista è stato coperto di insulti per il suo post a proposito dell’Isis: l’accusa corrente è quella di “sdoganare terrorismo ed Isis” aprendo la strada ad un riconoscimento del “Califfato”.
Avendo letto due volte il pezzo di Di Battista mi sono reso conto che ci sono molte forzature in queste reazioni basate spesso su estrapolazioni di frasi dal loro contesto. A proposito del terrorismo, Di Battista dice chiaramente che non lo “giustifica“ e manifesta apertamente la propria preferenza per le forme di lotta non violente. Si limita a dire che si può “capire” chi, avendo visto il suo villaggio e la sua famiglia sterminate dai droni americani, poi reagisce facendosi saltare in una metropolitana e facendo così una strage. Quel “capire” non sta per “approvare”(e lui dice chiaramente di non condividere questa scelta), ma è un modo per dire che certe reazioni sono il risultato di una logica di guerra come quella condotta dagli Usa. Si può discutere questo punto di vista, ma, nel suo lungo (forse troppo lungo) pezzo, questo è un aspetto marginale, un inciso, mentre il sugo politico è altro ed è così sintetizzabile :
a - occorre riconsiderare le ragioni della tempesta che investe il Medio Oriente a cominciare dal modo in cui venne spartito l’Impero Ottomano
b - la strategia antiterrorista americana è fallita
c - bisogna arrivare ad una conferenza di pace che metta al tavolo delle trattative Usa, Urss, Alba, Lega Islamica ed i principali paesi dell’area.
d - occorre aprire un confronto con “i terroristi” (l’Isis) capendone la logica politica ed aprendo un confronto con essi.
Sul primo punto bisogna riconoscere che storicamente c’è molto di vero nelle sue affermazioni: in effetti l’Iraq fu una invenzione di Churchill. il disegno dei nuovi stati venne fatto usando matita e squadra (noi diremmo “squadra e compasso”) modellandoli sulla base dell’esperienza dello stato-nazione europeo ecc. E questo ha prodotto buona parte degli esiti che abbiamo davanti, anche se questa è una spiegazione parziale e poi c’è anche molto altro, compresi gli errori delle leadership dei paesi arabi.
Sul secondo punto è difficile non riconoscere che abbia pienamente ragione: dopo 11 anni di guerra con cataste di morti e un diluvio di dollari spesi, gli americani si trovano con un paese in preda al caos, con un regime fantoccio che, per di più, sembra sull’orlo del colpo di stato e con un esercito che si è squagliato come un ghiacciolo, lasciando le proprie armi ai “terroristi”. Ma, soprattutto, dopo 13 anni di “crociata” contro Al Qaeda, dopo l’uccisione di Bin Laden e di molti altri leader dell’organizzazione, si ritrovano con una Al Qaeda più forte di prima che è sul punto di ingoiarsi l’intero Iraq. Bel risultato! E su questo, nessuno dei suoi critici fiata, fosse anche per contestare questa affermazione.
Sul terzo punto è ovvio che una conferenza di pace che risistemi tutta l’area è un punto di passaggio obbligato, perché le varie crisi dell’area (dal conflitto israelo-palestinese al problema curdo, dalla guerra civile siriana alla dittatura militare in Egitto, dal conflitto fra sunniti e sciiti alla situazione iraquena ed alla rivalità fra sauditi ed iraniani ecc.) sono tutte maledettamente collegate fra loro, per cui la soluzione di ogni conflitto presuppone quella dell’altro. Dunque una sistemazione complessiva dell’area è la strada maestra per una pacificazione non precaria di ciascun punto di crisi. Il che, però, non vuol dire che questo sia un risultato facile da perseguire: occorre precisare molto bene quali debbano essere i soggetti da invitare al tavolo delle trattative, come vincere le eventuali resistenze di alcuni di essi, quale debba essere lo spazio delle grandi potenze esterne all’area (come Usa e Russia) e molte altre cose. Ma mi pare che sia una proposta che meriti attenzione ed alla quale l’Italia potrebbe dare un suo contributo.
Perplessità mi suscita l’ultimo punto, il cosiddetto dialogo con i “terroristi”. Non perché io escluda in via di principio dei negoziati politici con “i terroristi”: al contrario, credendo nel realismo politico, sono convinto che in molte situazioni la strada per uscire dal conflitto sia proprio questa. Ed a riprova di questa mia antica convinzione, ripropongo, ai piedi di questo pezzo, la riduzione di un articolo che mi venne richiesto dalla rivista del Sisde “Gnosis” nel 2006 (n° 2), chi poi ne abbia la curiosità, potrà leggere il pezzo per intero sul mio blog.
E spero che la sede in cui il pezzo ebbe accoglienza valga a tacitare il cretino di turno che pensasse ad uno “sdoganamento” del terrorismo. Dunque, non è questo il motivo delle mie perplessità, ma due questioni fra loro intrecciate e di squisito carattere politico.
In primo luogo, non sono affatto convinto che l’Isis sia minimamente interessato ad accettare una qualsiasi forma di dialogo. L’Isis, ed occorrerà approfondire seriamente la questione, ha come suo obiettivo la costituzione della “grande potenza” di ispirazione islamica ed, a questo scopo, punta alla leadership dell’intero mondo islamico sunnita o, quantomeno, della più vasta area possibile nel mondo arabo. Sedersi ad un qualsivoglia tavolo di confronto (qualunque esso sia) non fa parte della sua strategia politica, almeno per ora, ma, al contrario è funzionale ad essa il conflitto più radicale con l’Occidente e chiunque sia assimilabile ad esso (come i cristiani caldei). E qui si inserisce il secondo ostacolo ad un dialogo nelle condizioni presenti: i massacri di curdi, sciiti e cristiani. I numeri non sono –ancora- quelli di un genocidio, ma i massacri ci sono e le “dichiarazioni di intenti” sono tutt’altro che rassicuranti. Con un soggetto genocidiario non ci si può sedere a discutere in ogni caso, perché il confronto possa avviarsi, prima di tutto, devono cessare i massacri. E questo comporta anche una decisione sul da farsi in presenza di stragi che continuano: un intervento militare americano (dopo quello che è accaduto) servirebbe solo a peggiorare le cose. Un intervento Onu? Ci si può pensare, a condizione che non diventi un intervento americano mascherato. Un intervento iraniano? Possibile ma bisognerebbe vedere le reazioni saudite e turche. Armare i curdi: certo una soluzione che comporta dei rischi, come quelli di rappresaglie dei curdi sui civili sunniti, ma è anche vero che non possiamo assistere inerti ad un massacro reale ed in atto, per evitarne uno possibile futuro. Di Battista sottolinea come l’Iraq sia uno stato inventato che mette insieme tre diverse popolazioni ed auspica che ciascuna, sunniti, curdi e sciiti, si dia un proprio stato. Ma perché questo sia possibile occorre che i curdi ci arrivino vivi e le loro terre non siano occupate.
Insomma se ne può discutere, ma entrando nel merito. Qui invece nessuno delle altre forze politiche si è sentito in obbligo di entrare nel merito delle questioni, ritenendo del tutto sufficiente il solito linciaggio del grillino per una frase o una parola. Il che fa capire come la politica estera sia una cosa troppo seria per farla trattare a questa classe politica." Aldo Giannuli

Scarica e leggi il saggio di Aldo Giannuli sul terrorismo e l'ideologia antiterrorista

 
(continua...)

19 Ago 2014, 10:32 in | Scrivi | listen_it_it.gifAscolta | Stampa | Commenti (360)

Passaparola - Chi controlla il denaro controlla il mondo - Nunzia Penelope

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"In Italia gli Agnelli, Bulgari, Delvecchio, Marzotto, Gruppo Pesenti, Gruppo Prada, Dolce e Gabbana, la famiglia Riva, la famiglia Rocca, i Montezemolo, i Della Valle, i Ferrero della Nutella e persino i Delonghi del Pinguino; l’elenco è molto lungo e tutti hanno una rete di società, di cui l’ultima sta sempre in Lussemburgo, Olanda, in paesi a fiscalità privilegiata; però se io ho la fabbrichetta di tubi in Valtellina non la posso portare da nessuna parte e quindi io mi becco la tassazione al 70%, mentre i grandi gruppi no. "Nunzia Penelope, autrice del libro: Caccia al tesoro, Ed. Ponte alle Grazie

"Stiamo come al solito, alla caccia disperata di soldi, l’Italia si prepara a una manovra in autunno, la Germania sta rallentando anche se il suo PIL è positivo e non e' in recessione come noi, si profilano tempi durissimi, tutti a caccia di soldi e di capitali, ma stranamente non li vanno a cercare nell’unico posto dove ci sono, cioè nei paradisi fiscali.
Uno pensa alle Cayman,alle palme, ai gialli americani, in realtà basta andare molto più vicino. Ovviamente in Svizzera, ma anche in Lussemburgo, in Lichtenstein, in Austria, persino in Germania. Questa è una cosa che pochi sanno, ci sono reti di banche particolari dove vige un segreto bancario come quello svizzero. In pratica l’Europa è un grande paradiso fiscale a cielo aperto, l’Europa che piange miseria e che sta alle prese con la crisi ormai da sette anni, non si sa per quale motivo non fa nulla per recuperare le sue sostanze.
Nei paradisi fiscali c’è il più grosso bottino della storia, si parla di circa trenta mila miliardi di dollari, una cifra che rappresenta tutta la ricchezza prodotta in un anno in Europa e negli Stati Uniti; noi. come Italia. contribuiamo parecchio a questa ricchezza, perché secondo una ricerca della Banca d'Italia, siamo in testa alla classifica di esportazione di capitali illeciti. La maggiore parte dei nostri capitali illeciti come è noto va a finire in Svizzera, però ci sono degli interessi particolari che impediscono di riportare a casa i soldi svizzeri e diciamo che lo stock di denaro italiano accumulato nei decenni in Svizzera ammonta a circa mille miliardi. Se teniamo conto che il nostro debito pubblico è di due mila miliardi, praticamente metà sta nascosto in Svizzer; non lo so, forse bisognerebbe fare qualche cosa per riprenderseli.
Questi enormi capitali hanno tre origini, arrivano dalle grandi multinazionali, che li portano lì grazie alle leggi favorevoli che consentono loro di farlo, dall’evasione fiscale, anche lì sfuggendo alle maglie del fisco di tutti i paesi, e poi dal crimine organizzato.
I canali che trasferiscono i capitali da un Paese all’altro sono sempre gli stessi: banche, istituzioni finanziarie, professionisti, come notai, commercialisti, etc., che trattano indistintamente questi soldi che provengono da queste tre fonti. Questo significa che la commistione tra economia pseudo pulita e sporca ormai è assolutamente totale, per cui c’è metà dell’economia mondiale che cuoce nello stesso calderone dei paradisi fiscali.
I paradisi fiscali di per sé sono legali, tanto è vero che hanno sede in un paradiso fiscale praticamente tutte le grandi società italiane, tutte le regine della Borsa, tutte, dall’Enel all’Eni, alle principali banche italiane, Banca intesa, Unicredit, tanto tutte sedi in qualche paese offshore.
Il problema è che sono queste società a non essere trasparenti, cioè nel momento in cui crei una società offshore poi nessuno ci può mettere il naso, quindi ci puoi fare quello che vuoi.
Quale è la differenza? Che questi, lasciando perdere quelli del crimine, sono capitali esentasse, perché la grande multinazionale che grazie agli accordi con l’Irlanda piuttosto che con il Lussemburgo, riesce a pagare un'aliquota fiscale dello 0,05% rispetto al piccolo imprenditore che paga il 70% del prelievo fiscale, poi è chiaro che si può permettere di riportare i capitali qui e di fare ulteriori investimenti. Del piccolo imprenditore ovviamente poi uno si lamenta perché in Italia non investe più nessuno, ti credo, nessuno ha più una lira.
In Italia si è cercato di fare una legge seria in modo che vengano pagate tutte le tasse arretrate sui soldi portati in Svizzera o in altri Paesi, ma soprattutto pretende che si dica come quei soldi sono stati fatti, chi ha aiutato a portarli fuori, se sono frutto di una tangente, se sono stati usati per pagare una tangente. Naturalmente vi rendete conto che in Italia fare tutte queste domande è eversivo. Tant'è vero che questa legge partorita sotto il governo Monti, è morta lì, poi è stata recuperata sotto il governo Letta che l’ha approvata con un decreto il 28 gennaio e il 14 febbraio è andato a casa, sarà una coincidenza, sicuramente. Di seguito questa legge è stata recuperata nuovamente dal governo Renzi, ha fatto un tour in Commissione Finanze, alla Camera, è andata sotto, sopra, cambiata, trasformata, etc.,e finalmente era stata approvata non molti giorni fa in Commissione Finanze e dopodiché è di nuovo scomparsa.
Per esempio c’è una ricerca del Politecnico di Zurigo, una delle istituzioni di studio più serie e rigorose che ci sono in Europa, che si può trovare tranquillamente online, dove risulta che tutta l’economia mondiale è controllata da 50 multinazionali, in testa c’è una banca, la Barclays, seguono altre banche molto note, come Goldman Sach, JP Morgan, Deutchbank Merrill Lynch, Bank Of America. 25 di queste multinazionali sono americane, però siamo anche in questa classifica, al 43°posto, con una banca, Unicredit. Queste 50 multinazionali in buona parte sono anche le stesse che poi ritroviamo nei paradisi fiscali, e sono anche le stesse che hanno gestito tutta l’operazione mondiale sui derivati, la famosa bomba a orologeria che prima o poi esploderà travolgendo tutto il mondo.
Se l’economia mondiale è in queste mani io dubito che l’OCSE con tutta la sua buona volontà, così come dubito che qualsiasi governo riescano a combattere il sistema dei paradisi fiscali e sempre perché sono rimasta ingenua, ancora penso che se i cittadini iniziassero a far sentire la loro voce forse i governi qualche cosa riuscirebbero a fare.
Quando leggete sui giornali che è finito il segreto bancario in Svizzera non credeteci, perché ne stanno nascendo altri. Pensate che il Tibet, si sta attrezzando per diventare un grande paradiso fiscale; allora se tutti i cittadini, tutti i paesi d’Europa e d’America si rendessero conto che il motivo per cui stanno alla fame e pagano tasse spropositate è esattamente questo, quello delle banche, delle multinazionali, dei paradisi fiscali che creano una economia parallela di cui godono solo loro; penso che forse i governi avrebbero la forza di fare finalmente qualche cosa. Quando, per esempio vedo che a capo della Commissione Europea eleggono Jean Claude Junker, persona degnissima, ma guarda caso per vent'anni custode di uno dei paradisi fiscali più blindati d’Europa, il Lussemburgo, qualche dubbio mi viene, d’altra parte il Financial Times è stato l’unico giornale a scrivere un gigantesco articolo contro Junker in quanto ex-capo di un paradiso fiscale.
Perché la Gran Bretagna si oppone a questa nomina? Perché lei è l’altro grandioso paradiso fiscale europeo! Poi uno dice che esiste la sindrome del complotto.
Tornando in Italia, gli Agnelli, Bulgari, Delvecchio, Marzotto, Gruppo Pesenti, Gruppo Prada, Dolce e Gabbana, la famiglia Riva, la famiglia Rocca, i Montezemolo, i Della Valle, i Ferrero della Nutella e persino i Delonghi del Pinguino; l’elenco è molto lungo e tutti hanno una rete di società, di cui l’ultima sta sempre in Lussemburgo, Olanda, in paesi a fiscalità privilegiata; però se io ho la fabbrichetta di tubi in Valtellina non la posso portare da nessuna parte e quindi io mi becco la tassazione al 70%, mentre i grandi gruppi no.
Il problema è che l’Italia non può abbassare le tasse, perché queste imprese intanto stanno fuori e le tasse non le pagano qui!
Questo è il serpente che si morde la coda e è anche il motivo per cui è così difficile uscire da questa situazione. Il momento in cui la Svizzera o il Lussemburgo smettono di fare quello che fanno sono rovinati! Il primo che si muove è morto, quindi o si fa un' operazione tutt' insieme o si rimane così, sempre sospesi sull’abisso, tanto prima o poi ci cadremo dentro.
Noi abbiamo la FIAT, che ha appena trasferito la residenza fiscale in Inghilterra, non è che l’ha trasferita così, perché è più international, ma perché pagherà meno tasse che stando qua, come tutti. Si può impedire questo? Sì, cambiando le leggi, siamo sempre allo stesso punto, però, perché Obama, l’uomo più potente del mondo, il Presidente degli Stati Uniti, non è riuscito ancora a impedire che la Apple gli rubi un milione di dollari l’ora? Ancora non c’è riuscito.
Potrebbe fare una legge per impedire questo? Sì, certo, poi bisogna vedere se il Senato gliela approva, se i poteri forti che hanno finanziato la sua campagna elettorale gliela approvano, senza contare che ha in casa quattro paradisi fiscali: il Delaware, il Wyoming, il Nevada e la Florida, paradisi fiscali blindatissimi e che attirano società, capitali offshore da tutto il resto del mondo.
La questione è complessa e il problema è sempre lo stesso: chi controlla il denaro controlla il mondo, la politica di fronte a questo è totalmente impotente. Io mi auguro sempre che ci sia un primato della politica sui soldi, ma ancora non l’ho visto." Nunzia Penelope

 
(continua...)

18 Ago 2014, 14:00 in | Scrivi | listen_it_it.gifAscolta | Stampa | Commenti (298)

Il fallimento dell'EXPO

Il flop di EXPO
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"Leggiamo la lettera che il commissario Wilckinson ha inviato al Commissario dell'EXPO Sala e alla presidente Bracco per esprimere la preoccupazione per i ritardi nell'esecuzione del padiglione dell'Unione europea nell'area del Cardo.
Sarà che a noi non sorprendono questi ritardi, ma ci sembra lecito chiederci come mai l'Unione Europea, in quanto Unione di più Stati, non scriva ad Expo per fare riflessioni di più ampia portata, che coinvolgano più Stati membri iscritti ad Expo e non solo per un padiglione.
È davvero la prima volta che l'Unione fa sentire la sua voce?
L'Unione europea si è scomodata solo per avere aggiornamenti su un padiglione all'interno del padiglione Italia? Davvero l'UE è così attenta e interessata ad Expo?
Perché il commissario addetto all'Expo dell'Unione europea non si è mai scomodato per esprimere "grande preoccupazione" per quanto si è verificato in questi anni in tema Expo? Facciamo solo qualche esempio, ma solo a titolo esemplificativo, per ovvie necessità di sintesi:
- più di 2 anni, con passaggi intermedi, buttati per definire l'amministratore delegato di Expo SPA
- tre anni di stupefacenti giravolte con i proprietari dell'area per definire un accordo che accontentasse tutti
- solo nel 2012 vengono assegnati i primi due grossi appalti
- numerosi interventi per tentare di dare una parvenza di legalità a una grande opera che era scritto sin dall'inizio che non sarebbe stata esente da mafie e corruzione: stipula di protocolli legalità, prima versione, seconda versione e terza versione, costituzione di gruppi interforze, di comitati di controllo e alta sorveglianza grandi opere, comitati antimafia, commissioni antimafia, comitati trasparenza appalti pubblici, prefetture, autorità nazionali, etc.
- numerosi dossier, relazioni, rapporti, allarmi, interdettive, denunce, ricorsi, infiltrazioni mafiose, irregolarità, arresti, cupole degli appalti, etc
- Co.Ve.Co, dell'Ati Italiana Costruzioni, di dubbia reputazione per quanto si legge sulla stampa e che ha in mano proprio un subappalto del padiglione Italia dove sarà ospitata l'unione europea.
Ci fermiamo qui con gli esempi, per evitare di riscrivere un dossier expo aggiornato e puntuale che necessiterebbe di una fascicolatura corposa.
Eppure non abbiamo mai sentito o letto di lettere dell'Unione europea.
Perché il dottor Wilckinson non si preoccupa della corruzione e della 'ndrangheta chiedendo, dall'alto del suo ruolo, che tutti i Paesi stranieri che parteciperanno ad Expo, aderiscano obbligatoriamente al Protocollo della legalità al pari delle aziende per gli appalti "italiani'?
L'Italia è colpita da un'inguaribile malattia: negare l'evidenza, nascondendo la polvere sotto il tappeto.
Non ci dispiacerebbe che l'Unione europea fosse stimolo positivo per perdere questo brutto vizio, che tanto piace anche al Presidente del consiglio Renzi.
Sollecitare la fretta proprio durante l'ultimo miglio sorprendendosi ingenuamente dei ritardi ha invece il sapore della richiesta di andare in deroga e per vie urgenti in barba alle leggi, pur di ottenere il risultato, altra malattia che ha colpito l'Italia da decenni.
Non abbiamo bisogno che l'Europa rinforzi i nostri peggiori difetti, pretendiamo che la stessa tuteli i Paesi membri dagli scempi e dai disastri a spese dei cittadini.
Ma forse questa è un'utopia: non si sarebbe mai dovuto realizzare un Expo nel Paese piu corrotto d'Europa.
Non lo smetteremo mai di ripetere, abbiamo bisogno di tante piccole opere e di una classe dirigente politica e non, italiana ed europea, che esca dal vecchio e defunto paradigma che ha portato al collasso alcuni Paesi, per rinascere con modelli economici, culturali e linguistici rivoluzionari.
Se questo è il modello che l'Europa vuole rappresentare allora va cambiato. Subito.
Presenteremo un'interrogazione al Commissario europeo per chiedere i motivi del suo silenzio sui ben più grossi problemi di Expo (corruzione, infiltrazioni mafiose, ecc).
Sveglia Europa!"
I portavoce M5S lombardi in Regione, Parlamento e UE

 
(continua...)

18 Ago 2014, 11:09 in | Scrivi | listen_it_it.gifAscolta | Stampa | Commenti (96)

Giornalista dell'Anno 2014 - Sondaggio

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La rubrica "Giornalista del giorno" è nata a dicembre dell'anno scorso grazie a Maria Novella Oppo, che all'epoca scriveva per un giornale ormai estinto nonostante le decine di milioni di finanziamenti pubblici ricevuti nel corso degli anni anni: l'Unità di cui è oggi è rimasto solo il nome alle Feste dell'Inciucio dell'Unità di Renzusconi. Grazie alle vostre segnalazioni e alla prolificità servile dei pennivendoli bipartisan italiani contro il M5S, la rubrica è stata molto attiva. Dopo nove mesi è bene fermarsi un attimo a riflettere per decidere insieme il Giornalista dell'Anno 2014, quello che più si è distinto per il suo livore prezzolato, ma molti lo fanno anche gratis, contro una forza politica votata da nove milioni di cittadini, l'unica ad aver rinunciato ai milioni di euro di finanziamenti pubblici (42 per la precisione) e i cui parlamentari si sono dimezzati lo stipendio. La scelta non è semplice, ci affidiamo a voi. Chi è il giornalista del'anno 2014?

Per facilitare la scelta trovate di seguito l'elenco completo dei giornalisti del giorno:
Maria Novella Oppo, bis
Francesco Merlo, bis
Pierluigi Battista, bis
Massimo Gramellini
De Benedetti
Toni Jop
Nando Pagnoncelli
Corrado Augias
Philippe Daverio
Francesco Alberoni
Stefano Livadiotti
Alessandro Sallusti, bis
Sebastiano Messina
Ishmael, bis
Corradino Mineo
Michele Serra, bisf, ter
Giuseppe Turani
Arnaldo Sciarelli
Mario Giordano
Pierluigi Magnaschi
Michele Di Salvo, bis
Andrea Indini
Marta Serafini
Peppino Caldarola, bis
Gad Lerner
Ezio Mauro
Giampaolo Pansa
Paolo Pillitteri
Stefano Menichini
Andrea Sarubbi
Giuliano Ferrara
Michele Santoro
Federico Orlando
Quit
Daniele Manca
Roberto Galullo
Marino Smiderle

PS: Vittorio Zucconi, fuori concorso, è lo sciacallo dell'anno

Il sondaggio è stato chiuso. Grazie per aver partecipato!

GUARDA I RISULTATI!

 
(continua...)

17 Ago 2014, 10:06 in | Scrivi | listen_it_it.gifAscolta | Stampa | Commenti (522)

ISIS: Che fare?

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"Dagli anni '20 ai '60
A Sèvres, nel 1921, Francia e Gran Bretagna si spartirono i possedimenti mediorientali dell'ormai decaduto Impero Ottomano.
Alla Francia andarono Libano e Siria, alla GB la Palestina, la Transgiordania e l'odierno Iraq. I confini vennero segnati utilizzando matite, righelli e, probabilmente, sotto l'influsso di qualche coppa di champagne.
Altrimenti come ci si potrebbe spiegare l'invenzione folle del Regno dell'Iraq, uno stato abitato, oltre che da decine di minoranze, da tre popolazioni profondamente diverse tra loro: i curdi, gli sciiti e i sunniti?
La drammatica storia dell'Iraq nasce tutta da qui. Colpi di stato, spinte autonomiste curde, resistenze sunnite, attentati sciiti, difesa del controllo petrolifero da parte del Regno Unito, intervento della Germania nazista. Non si sono fatti mancare nulla fuorché la pace.

La CIA e i colpi di Stato che fanno meno scalpore del terrorismo
Durante la crisi di Suez Baghdad divenne la principale base inglese, nel 1958 venne abolita la monarchia e nel 1963, anche in chiave anti-sovietica, la CIA favorì un colpo di stato per deporre Abd al-Karim Qasim, l'allora premier iracheno, colpevole di aver approvato una norma che proibiva l'assegnazione di nuove concessioni petrolifere alle multinazionali straniere. In Iraq, tra deserto, cammelli e rovine babilonesi accadde quel che già si era visto all'ombra delle piramidi maya nel 1954 quando Allen Dulles*, direttore della CIA, armò truppe mercenarie honduregne per buttare giù Jacobo Arbenz, il Presidente del Guatemala regolarmente eletto, colpevole di voler espropriare le terre inutilizzate appartenenti alla statunitense United Fruit Company e distribuirle ai contadini. Risultato? Presidenti fantoccio, guerra civile e povertà.
Mi domando per quale razza di motivo si provi orrore per il terrorismo islamico e non per i colpi di stato promossi dalla CIA. Destituire, solo per osceni interessi economici, un governo regolarmente eletto con la conseguenza di favorire una guerra civile è meno grave di far esplodere un aereo in volo?
L'Iraq, come il Guatemala o il Congo RCD hanno avuto il torto di possedere delle risorse. I poveri hanno il torto di avere ricchezza sotto ai piedi. Il petrolio iracheno è stato il peggior nemico del popolo iracheno. A Baghdad nel 1960, tre anni prima della deposizione di Qasim, Iraq, Iran, Venezuela e Arabia Saudita avevano fondato l'Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC), per contrastare lo strapotere delle “7 sorelle”, le principali compagnie petrolifere mondiali così chiamate da Enrico Mattei, il Presidente dell'ENI di quegli anni.

Mattei e la sovranità nazionale in Medio Oriente
Una digressione su Mattei è d'obbligo, se non altro per capire quanto, dall'invenzione del “profitto ad ogni costo”, ogni industriale, stato sovrano o partito politico si sia messo contro il capitalismo internazionale abbia fatto una brutta fine. E' successo a brave persone e a delinquenti, a politici democratici e a dittatori sanguinari difesi fino a che lo spargimento di sangue dei quali erano responsabili non avesse intaccato gli interessi del grande capitale. Mattei, dopo aver concluso importanti affari con l'Iran, si stata avvicinando a Qasim quest'ultimo alla ricerca di un nuovo partner commerciale che gli garantisse maggiori introiti di quelli concessi dagli inglesi. La sacrosanta ricerca di sovranità economica, politica ed energetica da parte di alcuni paesi mediorientali era ben vista da Mattei il quale, mosso da una intraprendenza tipicamente italiana e dall'ambizione di fare gli interessi dello Stato, ne scorgeva un'opportunità imperdibile.
Quando nel 1961 il Regno Unito concesse l'indipendenza al Kuwait Mattei fiutò l'affare. Baghdad ha sempre ritenuto il Kuwait parte del suo territorio e quando la GB lo proclamò stato sovrano Qasim si indignò per lo smacco subito convincendosi della necessità di trovare nuovi paesi con cui concludere affari**. Mattei e Qasim, nonostante il primo ministro Fanfani e il ministro degli esteri Segni negarono qualsiasi coinvolgimento italiano, iniziarono una serie di trattative e, sembra, che dei tecnici ENI si recarono in Iraq. Quel che è certo è che le 7 sorelle sono come i fili della luce: “se li tocchi muori”. Tre mesi e mezzo prima che Qasim, con il beneplacito della CIA, venisse trucidato a Baghdad, Mattei esplode in aria con il suo aereo privato. I mandanti e gli esecutori del suo assassinio sono ancora ignoti tuttavia è bene ricordare che Tommaso Buscetta, il pentito che descrisse per filo e per segno la struttura di “Cosa Nostra” a Giovanni Falcone, dichiarò che Mattei venne ucciso dalla mafia per fare “un favore agli stranieri” e che Mauro De Mauro, il giornalista che stava indagando sulla morte di Mattei, venne rapito e ucciso da Mimmo Teresi su ordine di Stefano Bontade***.

Il futuro è nero, come l'oro che fa scorrere il sangue
In “La verità nascosta sul petrolioEric Laurent scrive: “Il mondo del petrolio è dello stesso colore del liquido tanto ricercato: nero, come le tendenze più oscure della natura umana. Suscita bramosie, accende passioni, provoca tradimenti e conflitti omicidi, porta alle manipolazioni più scandalose”.
Conflitti omicidi, manipolazioni scandalose, tradimenti”. Queste parole sembrano descrivere perfettamente la storia dell'Iraq moderno.
Saddam Hussein divenne Presidente della Repubblica irachena nel 1979 sostituendo Al-Bakr, l'ex-leader del partito Ba'th che qualche anno prima aveva nazionalizzato l'impresa britannica Iraq Petroleum Company. Saddam, con l'enorme denaro ricavato dalla vendita di petrolio, cambiò radicalmente il Paese. Sostituì la legge coranica con dei codici di stampo occidentale, portò la corrente fino ai villaggi più poveri, fece approvare leggi che garantivano maggiori diritti alle donne. L'istruzione e la salute divennero gratuite per tutti. In quegli anni di profonda instabilità regionale il regime di Saddam divenne un esempio di ordine e sicurezza. Tuttavia tutto questo ebbe un prezzo. I cristiani non erano un pericolo per il regime e vennero lasciati in pace ma i curdi, vuoi per le loro spinte autonomiste che per la loro presenza potenzialmente pericolosa in zone ricche di petrolio, vennero colpiti, discriminati e spesso trucidati. Lo stesso avvenne agli sciiti che non abbassavano la testa. Quando Saddam gli riversò contro le armi chimiche fornitegli dagli USA in chiave anti-iraniana nessuna istituzione statunitense parlò di genocidio, di diritti umani violati, di terrorismo islamico. Saddam era ancora un buon amico. L'amichevole stretta di mano tra il leader iracheno e Donald Rumsfeld, all'epoca inviato speciale di Reagan, dimostra quanto per gli USA la violenza è un problema a giorni alterni. Negli anni '80 Washington era preoccupata dall'intraprendenza economica di Teheran e Saddam era un possibile alleato per contrastare la linea anti-occidentale nata in Iran con la rivoluzione del '79.

Anni di guerre
Tuttavia, sebbene la Repubblica islamica iraniana fosse apertamente anti-americana gli USA fornirono armi a Teheran durante la guerra Iran-Iraq. Il denaro è sempre denaro! Con i proventi della vendita di armi all'Iran gli USA finanziarono tra l'altro i paramilitari delle Contras che avevano come obiettivo la destituzione in Nicaragua del governo sandinista regolarmente eletto.
Ovviamente gli USA (anche l'URSS - la guerra fredda diventava tiepida se si potevano fare affari assieme) finanziarono contemporaneamente Saddam. Il sogno dell'industria bellica, una guerra infinita combattuta da due forze equivalenti, era diventato realtà. Per diversi anni le potenze occidentali lasciarono Iraq e Iran a scannarsi tra loro. Un milione di morti dell'epoca non valevano, evidentemente, le migliaia di vittime provocate dall'avanzata dell'ISIS di questi giorni. Le multinazionali della morte appena finito di parlare con Saddam alzavano la cornetta e chiamavano Teheran. «Ho appena venduto all'Iraq 200 carri armati ma a te ti do a un prezzo stracciano questa batteria anticarro». Le cose cambiarono quando l'esercito iraniano prese il sopravvento. Teheran stava per espugnare Bassora quando gli USA, sedicenti cacciatori di armi chimiche in tutto il mondo, inviarono una partita di gas cianuro a Saddam il quale non perse tempo e lo utilizzò per respingere le truppe iraniane. Ma si sa, gli USA sono generosi e di gas ne inviarono parecchio. Saddam pensò bene di utilizzarne la restante parte per gassare l'intera popolazione curda del villaggio di Halabja ma in occidente nessuno si strappò le vesti, il dittatore era ancora un buon amico. Saddam divenne un acerrimo nemico quando invase il Kuwait. Anche in quel caso non furono i morti o le centinaia di migliaia di profughi a preoccupare i funzionari di Washington sempre a stretto contatto con Wall Street. La conquista irachena del Kuwait metteva in pericolo gli interessi economici statunitensi. Una cosa inaccettabile per chi da anni lavora per il controllo mondiale del petrolio. L'operazione “Desert Storm” venne lanciata, il Kuwait “liberato” ma Saddam rimase al suo posto. Un'eccessivo indebolimento dell'Iraq avrebbe favorito Teheran e questo sarebbe stato intollerabile. I bombardamenti USA causarono oltre 30.000 bambini morti ma erano “bombe a fin di bene”.

L'11 settembre
L'attentato alle Torri Gemelle fu una panacea per il grande capitale nordamericano. Forse anche a New York qualcuno “alle 3 e mezza di mattina rideva dentro il letto” come capitò a quelle merde dopo il terremoto a L'Aquila. Quei 3.000 morti americani vennero utilizzati come pretesto per attaccare l'Afghanistan, un paese con delle leggi antitetiche rispetto al nostro diritto ma che con il terrorismo internazionale non ha mai avuto a che fare, e l'Iraq. Era ormai tempo di buttare giù Saddam e prendere il pieno controllo del petrolio iracheno. La vittoria della Nato fece piombare il Paese in una guerra civile senza precedenti e le fantomatiche armi di distruzione di massa non vennero mai trovate. Ripeto, Saddam le aveva, ahimè, già utilizzate e gli USA lo sapevano benissimo. A questo punto mi domando quanto un miliziano dell'ISIS capace di decapitare con una violenza inaudita un prigioniero sia così diverso dal Segretario di Stato Colin Powell colui che, mentendo e sapendo di mentire, mostrò una provetta di antrace fornitagli da chissà chi per giustificare l'imminente attacco all'Iraq. Una guerra che ha fatto un numero di morti tra i civili migliaia di volte superiore a quelli provocati dallo Stato Islamico in queste settimane. La sconfitta del sunnita Saddam Hussein scatenò la popolazione sciita che covava da anni desideri di vendetta. Attentati alle reciproche moschee uccisero migliaia di persone. Da quel giorno in Iraq c'è l'inferno ma i responsabili fanno shopping sulla Fifth Avenue e vacanze alla Caiman. L'avanzata violenta, sanguinaria, feroce dell'ISIS è soltanto l'ultimo atto di una guerra innescata dai partiti occidentali costretti a restituire i favori ottenuti dalle multinazionali degli armamenti durante le campagne elettorali. Comprare F35 mentre l'Italia muore di fame o bombardare un villaggio iracheno mettendo in prevenivo i “danni collaterali” sono azioni criminali che hanno la stessa matrice: il primato del profitto sulla politica.

Cosa fare adesso?
L'ISIS avanza, conquista città importanti e minaccia migliaia di cristiani. In tutto ciò l'esercito iracheno, creato e addestrato anche con i soldi dei contribuenti italiani, si è liquefatto come neve al sole dimostrando, se ancora ve ne fosse bisogno, il totale fallimento del progetto made in USA che noi abbiamo sposato senza diritto di parola. E' evidente che la comunità internazionale e l'Italia debbano prendere una posizione. Se non è semplice scegliere cosa fare, anche se delle idee logiche già esistono, è elementare capire quel che non si debba più fare.

1) Innanzitutto occorre mettere in discussione, una volta per tutte, la leadership nordamericana. Gli USA non ne hanno azzeccata una in Medio Oriente. Hanno portato morte, instabilità e povertà. Hanno dichiarato guerra al terrorismo e il risultato che hanno ottenuto è stato il moltiplicarsi del fenomeno stesso. A Roma, nel 2003, manifestammo contro l'intervento militare italiano in Iraq. Uno degli slogan era “se uccidi un terrorista ne nascono altri 100”. Siamo stati profeti anche se non ci voleva un genio per capirlo. Pensare di fermare la guerra in atto in Iraq armando i curdi è una follia che non credo che una persona intelligente come il Ministro Mogherini possa davvero pensare. Evidentemente le pressioni che ha subito in queste settimane e il desiderio che ha di occupare la poltrona di Ministro degli esteri della Commissione europea, l'hanno spinta ad avallare le posizioni di Obama e degli USA ormai autoproclamatisi, in barba al diritto internazionale, poliziotti del mondo. Loro, proprio loro, che hanno sostenuto colpi di stato in tutto il pianeta, venduto armi a dozzine di dittatori, loro che hanno impoverito mezzo mondo, loro che, da soli, utilizzano oltre il 50% delle risorse mondiali. Loro che hanno invaso Iraq e Afghanistan con il pretesto di distruggere le “cellule del terrore” ma che hanno soltanto progettato oleodotti, costruito a Baghdad la più grande ambasciata USA del mondo ed esportato, oltre alla loro democrazia, 25.000 contractors in Iraq, uomini e donne armati di 24ore che lavorano in tutti i campi, dalle armi al petrolio passando per la vendita di ambulanze. La guerra è davvero una meraviglia per le tasche di qualcuno.
2) L'Italia, ora che ne ha le possibilità, dovrebbe spingere affinché la UE promuova una conferenza di pace mondiale sul Medio Oriente alla quale partecipino i paesi dell'ALBA, della Lega araba, l'Iran, inserito stupidamente da Bush nell'asse del male e soprattutto la Russia un attore fondamentale che l'UE intende delegittimare andando contro i propri interessi per obbedire a Washington e sottoscrivere il TTIP il prima possibile. Essere alleati degli USA non significa essere sudditi, prima di applicare sanzioni economiche a Mosca, sanzioni che colpiscono più le imprese italiane che quelle russe, si dovrebbero pretendere le prove del coinvolgimento di Putin nell'abbattimento dell'aereo malese. Non dovrebbe bastare la parola di Washington, soprattuto alla luce delle menzogne dette sull'Iraq.
3) L'Italia dovrebbe promuovere una moratoria internazionale sulla vendita delle armi. Se vuoi la pace la smetti di lucrare sugli armamenti. «L'economia ne risentirebbe» sostiene qualcuno. Balle! Criminalità, povertà e immigrazione sono il frutto della guerra e la guerra si alimenta di sangue e di armi. Nel 2012 la Lockheed Martin, quella degli F35, ha incassato 44,8 miliardi di dollari, più del PIL dell'Etiopia, del Libano, del Kenya, del Ghana o della Tunisia. Chi si scandalizza dei crimini dell'ISIS è lo stesso che lo arma o, quanto meno, che lo ha armato. «Armiamo i curdi» sostiene la Mogherini. Chi ci dice che una volta vinta la guerra i curdi non utilizzeranno quelle armi sui civili sunniti? In fondo non è già successo con Saddam, con i signori della guerra in Afghanistan o in Libia dove la geniale linea franco-americana che l'Italia ha colpevolmente assecondato, ha eliminato dalla scena Gheddafi facendo cadere il Paese in un caos totale?
4) L'Italia dovrebbe trattare il terrorismo come il cancro. Il cancro si combatte eliminandone le cause non occupandosi esclusivamente degli effetti. Altrimenti se da un lato riduci la mortalità relativa da un altro la crescita del numero di malati fa aumentare ogni anno i decessi. E' logico! Vanno affrontate le cause. Si condanna in Nigeria Boko Haram ma si tace di fronte ai fenomeni di corruzione promossi da ENI che impoveriscono i nigeriani dando benzina alle lotte violente dei fondamentalisti.
5) L'Italia dovrebbe porre all'attenzione della comunità internazionale un problema che va risolto una volta per tutte: i confini degli stati. Non sta scritto da nessuna parta che popolazioni diverse debbano vivere sotto la stessa bandiera. Occorre, finalmente, trovare il coraggio di riflettere su un nuovo principio organizzativo. Troppi confini sono stati tracciati a tavolino con il righello dalle potenze coloniali del '900. L'obiettivo politico (parlo dell'obiettivo politico non delle assurde violenze commesse) dell'ISIS, ovvero la messa in discussione di alcuni stati-nazione imposti dall'occidente dopo la I guerra mondiale ha una sua logica. Il processo di nascita di nuove realtà su base etnica è inarrestabile sia in Medio Oriente che in Europa. Bisogna prenderne atto e, assieme a tutti gli attori coinvolti, trovare nuove e coraggiose soluzioni.
6) Dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione. Questo è un punto complesso ma decisivo. Nell'era dei droni e del totale squilibrio degli armamenti il terrorismo, purtroppo, è la sola arma violenta rimasta a chi si ribella. E' triste ma è una realtà. Se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato a distanza io ho una sola strada per difendermi a parte le tecniche nonviolente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana. Non sto ne giustificando né approvando, lungi da me. Sto provando a capire. Per la sua natura di soggetto che risponde ad un'azione violenta subita il terrorista non lo sconfiggi mandando più droni, ma elevandolo ad interlocutore. Compito difficile ma necessario, altrimenti non si farà altro che far crescere il fenomeno.
7) Occorre legare indissolubilmente il terrorismo all'ingiustizia sociale. Il fatto che in Africa nera la prima causa di morte per i bambini sotto i 5 anni sia la diarrea ha qualcosa a che fare con l'insicurezza mondiale o con il terrorismo di Boko Haram? Il fatto che Gaza sia un lager ha a che fare con la scelta della lotta armata da parte di Hamas?
8) L'Italia dovrebbe cominciare a pensare alla costruzione di una società post-petrolifera. Il petrolio è la causa della stragrande maggioranza delle morti del XX e XXI secolo. Costruire una società post-petrolifera richiederà 40 anni forse ma prima cominci prima finisci. Non devi aspettare che il petrolio finisca. Come disse Beppe Grillo in uno dei suoi spettacoli illuminanti: «L'energia è la civiltà. Lasciarla in mano ai piromani/petrolieri è criminale. Perché aspettare che finisca il petrolio? L’età della pietra non è mica finita per mancanza di pietre»." Alessadro Di Battista

Note:
*Allen Dulle, famoso per aver preso parte alla “Commissione Warren”, la commissione presidenziale sull'assassinio di JFK, fu contemporaneamente direttore della CIA e avvocato delle United Fruit Company, l'attuale Chiquita. Qualche mese prima di aver sostenuto il colpo di stato ai danni di Arbenz si era macchiato della stessa vergogna in Iran. Sotto la sua direzione, infatti, venne lanciata l'Operazione Ajax per sovvertire il governo presieduto da Mohammad Mossadeq, anch'egli colpevole di aver nazionalizzato l'industria petrolifera il che avrebbe garantito introiti per il popolo iraniano e non più per le imprese anglo-americane.
**Anche in quest'ottica va letta l'invasione del Kuwait da parte di Saddam. Non si è trattato di un capriccio di un pazzo.
***Bontade e Teresi sono i due mafiosi che stipularono il “patto di non-aggressione” con Silvio Berlusconi grazie all'intermediazione criminale di Dell'Utri.

Leggi anche il Passaparola di Massimo Fini sull'ISIS: Il califfo arriverà in San Pietro?

 
(continua...)

16 Ago 2014, 10:00 in | Scrivi | listen_it_it.gifAscolta | Stampa | Commenti (1212)

Fuori dall'euro per non morire

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"E' un fatto incontrovertibile che il disastro che dura da 14 anni in Italia coincide con l'adesione all'Unione economica e monetaria dell'UE UEM. L'Italia è in depressione da quasi sei anni. Il crollo è stato costellato da false riprese, sopraffatte ogni volta dai dilettanti monetari responsabili della politica UEM. L'ultima ripresa è svanita dopo un solo trimestre. L'economia è di nuovo in recessione tecnica. La produzione è crollata del 9.1% dal suo picco, indietro a livelli di 14 anni fa. La produzione industriale è scesa a livelli del 1980.
Ci vogliono errori di politica economica madornali per realizzare un tale risultato in una economia moderna. L'Italia non ha subito niente di simile durante la Grande Depressione, facendo segnare una crescita del 16% tra il 1929 e il 1939. Nemmeno Mussolini era così maniacale da perseguire i suoi deliri sul Gold Standard fino all'amaro finale. Le autorità italiane intravvedono segnali di ripresa, come le guardie della fortezza nel Deserto dei Tartari di Dino Buzzati, ingannati dalle illusioni ottiche dell'orizzonte senza vita. I prestiti bancari alle imprese sono ancora in calo a un tasso del 4.5%. Moody's dice che quest'anno l'economia si contrarrà dello 0.1%. Société Génerale prevede -0.2%.

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il prezzo e le vendite delle case in Italia

Il crollo della proprietà immobiliare non ha ancora toccato il fondo. La Banca d'Italia ha detto che il numero dei mesi necessari per vendere una casa è salito a 9,4, da 8,8 della fine dell'anno scorso. L'indice del peggioramento delle condizioni di mercato è passato da 19.6% a 34.7% in tre mesi. "Non possiamo andare avanti più a lungo", hanno dichiarato alla filiale di Taranto dell'associazione degli industriali italiana, Confindustria, in una lettera aperta al Presidente della Repubblica. La regione sta diventando un "deserto industriale", hanno avvertito, con le piccole imprese sull'orlo della chiusura e dei licenziamenti di massa. Il mix letale di contrazione economica e inflazione zero sta portando la traiettoria del debito in Italia a crescere in maniera esponenziale, nonostante l'austerità e un avanzo primario del 2% del PIL.
Nel primo trimestre il debito pubblico è salito al 135.6%, dal 130.2% dell'anno prima. Questo è un effetto meccanico, il risultato dell'onere dell'interesse composto su una base nominale statica. I tassi di interesse reali sullo stock del debito italiano di € 2.100 miliardi - con una scadenza media di 6,3 anni - sono in realtà in aumento a causa dell'arrivo della deflazione.
Il rapporto del debito può arrivare al 140% entro la fine dell'anno, in acque inesplorate per un paese che in realtà si indebita in D-Marks. "Nessuno sa quando i mercati reagiranno" ha detto un banchiere italiano.
La recessione sta erodendo le entrate fiscali così gravemente che il premier Matteo Renzi dovrà venirsene fuori con nuovi tagli, dai 20 ai 25 miliardi di €, per soddisfare gli obiettivi di disavanzo dell'UE, perpetuando il circolo vizioso.
Il compito è senza speranza. Uno studio del think-tank Bruegel ha rilevato che l'Italia deve realizzare un avanzo primario del 5% del PIL per stabilizzare il debito con un'inflazione al 2%. L'avanzo sale al 7.8% a inflazione zero. Qualsiasi tentativo di raggiungere questo obiettivo porterebbe ad una implosione autodistruttiva dell'economia italiana.

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i livelli del PIL italiano nel corso degli anni

Ashoka Mody, fino a poco tempo fa alto funzionario del piano di salvataggio del FMI in Europa, ha detto che gli studi interni del Fondo hanno ritenuto impossibile realizzare avanzi primari nella scala necessaria. Egli consiglia alle autorità italiane di cominciare a consultare "dei bravi avvocati per garantire una ristrutturazione ordinata del debito sovrano". "Non deve essere un cataclisma. Ci sono modi di dilazionare gli obblighi di pagamento nel corso del tempo. Ma non c'è nessuna ragione di attendere fino a che il rapporto giunga al 150%. Dovrebbero andare avanti in questo senso da subito" ha detto.
Eugenio Scalfari, il decano de La Repubblica e leader dell'establishment UEM in Italia, dice che la ricaduta degli ultimi mesi ha ucciso tutte le illusioni. Ha raccomandato a Renzi di prepararsi a un salvataggio. "Devo esprimere una amara verità, perché tutti noi possiamo vedere la realtà davanti i nostri occhi. Forse l'Italia dovrebbe mettersi sotto il controllo della Troika di Commissione, BCE e FMI" ha detto. Scalfari sembra pensare che la democrazia in Italia dovrebbe essere sospesa per salvare l'euro, che il paese dovrebbe raddoppiare le politiche di terra bruciata, imbarcandosi in uno sforzo ancora più draconiano per recuperare competitività attraverso un svalutazione interna.
Il giovane Renzi – appena 17enne quando fu firmato il Trattato di Maastricht, e quindi libero dal peccato originale - potrebbe equamente concludere il contrario, che l'euro dovrebbe essere abbandonato per salvare l'Italia. E' un fatto incontrovertibile che il disastro italiano che dura da 14 anni coincide con l'adesione all'UEM. Questo non prova che ci sia causalità. Ma suggerisce che l'UEM ha messo in moto una dinamica molto distruttiva per le particolari condizioni dell'Italia, ed è molto chiaro che l'UEM ora impedisce al paese di uscire dalla trappola. Ci dimentichiamo che l'Italia registrava abitualmente un surplus commerciale nei confronti della Germania nel periodo pre-UEM. Le industrie italiane del nord erano viste come concorrenti formidabili, quando la lira era debole.
Antonio Guglielmi, di Mediobanca, dice che l'Italia teneva, prima di agganciare la lira al marco nel 1996. Solo allora è entrata in una "spirale negativa della produttività". In un rapporto che è una condanna, egli ha mostrato come negli ultimi 40 anni la crescita della produttività e della competitività in Italia ha vacillato ogni volta che la valuta nazionale è stata agganciata a quella tedesca. E si è ripresa dopo ogni svalutazione. Una ragione è che l'economia Italiana ha un "gearing" del 67% sul tasso di cambio a causa dei tipi di prodotti che fabbrica, rispetto al 40% della Germania. Il tallone d'Achille è la metà arretrata dell'economia Italiana, soprattutto il Mezzogiorno, che compete testa a testa con la Cina e le economie emergenti dell'Asia, la Turchia e l'Europa orientale in settori sensibili ai prezzi. Non vorrei tornare sul dibattito stantio sul perché l'Italia ha continuato a perdere competitività del lavoro nei confronti della Germania per un decennio e mezzo, se non per dire che questo dimostra solo quanto sia difficile piegare le culture profondamente radicate dei paesi europei alle esigenze di un esperimento monetario. Gli economisti avevano detto che le nazioni UEM avrebbero dovuto convergere. Gli antropologi e gli storici hanno sostenuto che una cosa simile non sarebbe accaduta.
E ora siamo arrivati qui, la situazione è ormai insostenibile. L'Italia è sopravvalutata del 30% rispetto alla Germania. Non può recuperare attraverso la deflazione, in quanto la stessa Germania è vicina alla deflazione. Le élite della UEM esortano l'Italia a fare le "riforme", un termine che viene buttato là liberamente. "E' tutto un pio desiderio. Le metriche del mercato del lavoro per la Germania e l'Italia non sembrano così diverse. Non è più facile assumere e licenziare in Germania", ha detto Modi, che era il direttore del FMI in Germania. Il professor Giuseppe Ragusa, della Luiss Guido Carli di Roma, ha detto che il principale fallimento in Italia è la mancanza di investimenti in capitale umano. "Ciò che veramente colpisce è quanto siamo indietro nell'istruzione", ha detto. I dati dell'OCSE mostrano che l'Italia spende solo il 4.7% del PIL per l'istruzione, rispetto al 6.3% di tutta l'OCSE. La quota di giovani di età compresa tra 25-34 anni che hanno completato gli studi superiori è del 21%, rispetto ad una media del 39%. Gli insegnanti sono pagati una miseria.
Questo è davvero un grosso problema strutturale, ma non può essere risolto dalle "riforme", figuriamoci dall'austerità. Pochi contestano che lo Stato italiano ha bisogno di una revisione radicale. Ma ciò di cui l'Italia ha bisogno è anche un New Deal, un massiccio investimento in infrastrutture e competenze, sostenuto da uno stimolo monetario per sollevare il paese dalla sua soffocante tristezza cosmica. Renzi deve ormai aver capito che questo non può essere fatto sotto l'attuale regime dell'UEM. Improvvisamente si ritrova nella stessa situazione terribile di Francois Hollande in Francia. Da outsider, si è scagliato contro l' austerità dell'UEM, solo per sottomettersi tranquillamente una volta in carica, rassicurato dai suoi consiglieri che la ripresa era a portata di mano. Entrambi si ritrovano con il cappio al collo.
La differenza è che Hollande è oltre ogni possibilità di salvarsi. Il regime depressivo dell'UEM ha distrutto la sua presidenza. Le Figaro sta pubblicando una fiction estiva in cui si esplora la possibilità di dimissioni anticipate. Il signor Renzi non ha ancora bruciato il suo capitale politico, ed è un giocatore d'azzardo per natura. Non c'è più alcuna possibilità che Italia e Francia conducano una rivolta dei paesi latini, mettendo insieme una maggioranza in seno al Consiglio europeo e alla Banca centrale per imporre una strategia di rilancio a livello dell'UEM che cambi completamente il panorama economico. Con l'adesione alla Germania a tutti i costi, la forza politica di Hollande è bruciata. Gli Spagnoli pensano - sbagliando - di essere fuori dal guado, e di non averne bisogno. Renzi è solo. Egli si trova davanti una BCE che ha sostanzialmente violato il suo contratto con l'Italia, lasciando cadere l'inflazione a 0.4% sapendo che questo avrebbe fatto andare in metatstasi la crisi italiana. Egli si trova davanti una Commissione subentrante che promette di attuare le stesse disastrose politiche economiche che si sono già dimostrate rovinose.
Non vi è alcuno spazio di negoziazione. Queste istituzioni non sono riuscite a garantire un aggiustamento simmetrico che costringa sia il Nord che il Sud ad adottare delle misure per chiudere il divario intra-UEM da entrambe le estremità, assumendosi pari responsabilità per la cattiva gestione della joint venture UEM nei suoi primi anni. Sostenendo solo la volontà dei creditori, hanno messo a terra l'unione monetaria. Non hanno più alcuna legittimità.
L'Italia deve badare a se stessa. Si può riprendere solo se si libera dalla trappola UEM, riprende il controllo dei suoi strumenti di politica economica e ridenomina i suoi debiti in lire, con controlli dei capitali fino a quando le acque si calmano. L'Italia non si troverebbe ad affrontare una crisi immediata di finanziamento, dal momento che ha un avanzo primario di bilancio. La sua posizione patrimoniale netta sull'estero è al -32% del PIL, a fronte di un -92% della Spagna e -100% del Portogallo. Il paese non soffre di eccesso di debito da un punto di vista fondamentale. Il debito ipotecario è molto basso. Il debito aggregato è circa il 270% del PIL, molto inferiore a quello di Francia, Gran Bretagna, Spagna, Giappone, Stati Uniti, Svezia e Paesi Bassi. Il problema principale è un disallineamento del tasso di cambio che crea una crisi del debito pubblico non necessaria, attraverso i meccanismi perversi della UEM.
Non vi è un modo facile di uscire dall'euro. Le strutture ad incastro dell'unione monetaria sono andate ben oltre un aggancio di cambio fisso. Gli interessi costituiti sono potenti e spietati. Eppure non è impossibile. La faccenda sicuramente precipiterà quando la traiettoria del debito italiano entrerà nella zona di pericolo. Questa volta potrebbe non essere così evidente che il paese vuole essere salvato alle condizioni europee. Renzi può giustamente concludere che l'unico modo possibile per adempiere al suo compito di un Risorgimento per l'Italia, e costruirsi il proprio mito, è quello di scommettere tutto sulla lira." Ambrose Evans-Pritchard sul Telegraph

 
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15 Ago 2014, 10:00 in | Scrivi | listen_it_it.gifAscolta | Stampa | Commenti (824)

L'#ebolino

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Da qualche tempo nei migliori negozi di giocattoli si vendono pupazzi e peluche che richiamano l'aspetto di virus e di microbi. Non poteva mancare dopo la varicella e l'alitosi, l'Ebola, l'hit dell'estate 2014. Il pupazzetto che richiama in modo impressionante, ma niente affatto casuale, Renzie si può trovare anche nelle sedi del Pd, di Forza Italia e in tutte le feste dell'Unità in offerta sconto per salvare il glorioso e omonimo giornale vissuto per anni alle spalle dei finanziamenti pubblici. Il simpatico fantoccio della BCE è stato ribattezzato "ebolino" per ragioni di contiguità con l'originale ebetino. Un perfetto articolo da regalare prima di dicembre a tutti i risparmiatori che si vedranno prelevare i soldi dai conti correnti stile emorragia interna e ai fortunati possessori di qualcosa che dovranno subire una patrimoniale. L'ebolino non sembra spaventoso, assomiglia alla malaria all'inizio, i sintomi sono simili: febbre alta e diarrea. Poi, però il decorso è rapido, doloroso e mortale con emoraggie interne ed esterne. L'ebetino è difficile da prendere sul serio, è questa la sua forza, poi però si trasforma in ebolino. Nei migliori negozi della sinistra, ma anche ad Arcore in confezione Premium. La Boschi lo usa come portafortuna e lo tiene in borsetta. "Prenota il tuo ebolino", non potrai più farne a meno. Dove lo trovi un pupazzo che spara così tante cazzate mentre distrugge l'economia di una nazione? "Adotta anche tu l'ebolino" prima che chiudano le frontiere e si sparga il contagio in tutta Europa.

 
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14 Ago 2014, 09:30 in | Scrivi | listen_it_it.gifAscolta | Stampa | Commenti (621)

#RenzieNonMangiaIlPanettone

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"Come si sa, questo è un Paese in cui le cose serie si decidono a ferragosto. Poi, al rientro, gli italiani trovano il piatto cotto in tavola.
Ed anche oggi le cose stanno andando così. A rendercelo noto sono state soprattutto le articolesse domenicali di Eugenio Scalfari su Repubblica, ma, dopo, non è stato difficile scorgere qui e lì i segni del clima mutato. Da giugno, si sono infittiti i segni di una crescente insofferenza dei poteri forti e semi-forti verso Renzi: le bordare del gruppo Espresso-Repubblica, la sparata di Della Valle, i mugugni confindustriali, le denunce di Confcommercio, i rilievi di Cottarelli, la freddezza del “Corriere” e del “Sole 24 ore”… E’ stato come se il travolgente successo alle europee, non solo non consacrasse la leadership di Renzi, ma quasi la indebolisse: arginato il M5s, Renzi non serve più.
E il preannuncio del licenziamento è arrivato con la bacchettata di Draghi che ha detto papale papale “caro Renzi, non mi incanti con la riforma del Senato, sono altre le riforme che devi fare” e, il sottinteso, neanche tanto dissimulato, era “altrimenti togliti di mezzo”. Renzi prima si è messo sull’attenti (“D’accordo al 100%”) poi, visto che la cosa non commuoveva nessuno, sta abbozzando un goffo tentativo di resistenza (“Non decide la Bce!”). Povero illuso, non si rende conto di avere pochissime frecce al suo arco e di avere troppi avversari: gli americani lo detestano per le sue aperture a Putin, la Merkel non lo digerisce, la Buba gli darebbe fuoco, la finanza che sogna di avventarsi sul peculio berlusconiano non gli perdona il tentativo di salvare il Cavaliere, adesso ci si mette anche Draghi…
Di fronte all’arroganza di Draghi, ad uno verrebbe voglia di fare il tifo per Renzi, poi lo guarda in faccia e cambia idea.
Renzi pensava di affascinare l’Europa con la sua riforma del Senato: non se l’è bevuta nessuno. All’ “Europa” del Senato non gliene può fregare di meno, invece interessa la precarizzazione totale del lavoro in Italia, arraffare quel po’ che ancora ha un valore (Eni, Cdp, Telecom, forse qualche pezzetto di Finmeccanica) e che gli italiani si spremano sino all’ultima goccia di sangue, diano fondo ai risparmi e si vendano casa per pagare gli interessi sul debito pubblico e, se possibile, ne restituiscano una parte attraverso il fiscal compact. Il resto sono solo chiacchiere.
Il punto centrale è la situazione insostenibile del debito italiano, che si è mantenuto in bilico per questi due anni di bonaccia dei mercati finanziari, ma ora la tregua sta finendo ed i conti li ha fatti Zingales sul “Sole 24 ore” del 27 luglio scorso (quando ancora si sperava in un tasso di crescita allo 0,3% e non al -0,2%, come poi è stato) : “Con un tasso di interesse reale al 3,6% ed un tasso di crescita allo 0,3%, abbiamo bisogno di un avanzo primario del 4,5% solo per non far crescere il rapporto debito Pil… Oggi il surplus primario è solo al 2,6%. Questi semplici calcoli ci dicono non solo che non saremo mai in grado di soddisfare il fiscal compact, ma anche che la situazione del nostro debito pubblico è insostenibile a meno di una significativa ripresa dell’inflazione”. E, infatti, l’inflazione è sempre stata il maggiore alleato dei paesi debitori, ma questo presuppone la sovranità monetaria del debitore, cosa che l’Euro ci ha tolto. Il problema è che, mentre gli italiani hanno capitalizzato i loro risparmi in beni reali (essenzialmente immobili), i tedeschi li hanno impiegati per l’acquisto di titoli finanziari prevalentemente in Euro. Per cui, un’inflazione al 3% sarebbe una grande boccata di ossigeno per i paesi indebitati come Italia, Grecia, Spagna, Portogallo, ma, alle orecchie dei tedeschi, suonerebbe come una tassa patrimoniale di pari importo sui titoli. E siccome la moneta comune non è mai la “moneta di tutti”, ma sempre e solo del più forte, questo non si può fare. Per i tedeschi la soluzione sta nella spoliazione dei paesi debitori, del loro patrimonio pubblico (aziende, immobili, riserva aurea, Cdp ecc.) e di quello privato (risparmi, proprietà immobiliari e, fosse per loro, anche vendita dei figli al mercato degli schiavi). Per fare questo, occorre azionare con la massima decisione la leva fiscale (ovviamente al rialzo) e svendere subito il patrimonio pubblico, entrambe cose che Monti aveva iniziato a fare con grande sollievo della platea “europea” (e sapete cosa intendo per “Europa”). Ovviamente, dopo una cura del genere un paese entra in una fase di estrema decadenza economica per interi decenni, ma questo non interessa all’”Europa”. Per i tedeschi, i partner europei sono solo sgabelli su cui arrampicarsi per reggere la sfida della globalizzazione.
Renzi non sta dando le risposte attese e si sta limitando a giocare al “piccolo leader”, cosa sommamente irritante. Per la verità, l’“Europa” non ha soluzioni politiche di ricambio: la destra berlusconiana l’ha già cacciata una volta ed è decotta, il centro non esiste e nel Pd non c’è nessuno che possa dare il cambio al fiorentino. Ed allora che si fa? Si commissaria l’Italia. Si fa governare il paese dalla troika (Ue-Fmi-Commissione Europea).
Ma, mi si dirà, la troika interviene solo su richiesta dei paesi che sono a rischio default. Certo, ma dove è il problema? L’Italia richiederà l’intervento della Troika. Non vuole farlo? Allora si procederà con un nuovo “assedio dello spread”: quando, come nel novembre 2011 (quando c’era da cacciare Berlusconi) lo spread risalirà oltre i 500-600 punti, gli italiani, soprattutto grazie al loro ineffabile Capo dello Stato, faranno quello che devono fare e si troverà il Monti di turno che faccia il lacchè della troika.
A preparare il terreno ci sta già pensando Scalfari (che non è una voce qualsiasi ma LA voce di “Repubblica”) che ha già scritto che sarebbe tanto meglio se il paese fosse governato dalla troika, tanto più che ora essa non sarebbe più l’arcigna custode dell’austerità, ma si sarebbe convertita ad una linea espansionista. Una frase buttata là, quasi come uno sfogo irrealizzabile, una boutade. E, invece, è esattamente quello che si sta preparando e a cui Scalfari sta spianando la strada, con la ben nota tecnica “repubblicana” delle idee insinuate prima che enunciate.
E Renzi cosa può fare? Il “bersagliere del nulla” ha solo due scelte davanti: o fa quello che la Bce gli dice, alla lettera e senza capricci, oppure fa saltare il tavolo. Cosa intendo per “far saltare il tavolo”? Giocare la carta del “ricatto del debitore”: “io vado in default, ma dietro di me se ne vengono molti altri, comprese le banche tedesche: poi l’Euro salta e siamo tutti seduti per terra; oppure ristrutturiamo il debito senza ricatti, iniziamo a negoziare una uscita dall’Euro, rivediamo tutti i patti.
La forza negoziale dell’Italia sta proprio nel fatto che è un grande debitore con i suoi oltre 2.000 miliardi di debito. La Ue e l’Euro potrebbero resistere agevolmente ad un default greco pari a 300 miliardi e forse potrebbe incassare anche un tracollo portoghese, ma un colpo da 2.000 miliardi è decisamente troppo. Come ci ha insegnato un grande finanziere, un piccolo debito è un problema del debitore, ma un grande debito è un problema del creditore.
E la cosa potrebbe funzionare anche perché potrebbero accodarsi spagnoli, greci, portoghesi, mentre la parte loro potrebbero farla anche i variegatissimi movimenti “euroscettici”, che si sono appena affermati come forza politica di primo piano, nelle elezioni di due mesi fa. E dunque, la via sarebbe quella di sedersi tutti al tavolo e assumere il problema del debito come problema comune a debitori e creditori. Questo non è un tempo normale da di grande crisi che chiede scelte radicali, nel nostro caso o servi della troika o ribelli decisi a far saltare il tavolo. Tertium non datur.
Ma questo richiederebbe una intelligenza, una preparazione, un coraggio politico di cui non sospettiamo lontanamente Renzi.
C’è qualcuno che ha scritto che Renzi fa a gara con Mussolini come peggior presidente del Consiglio della storia d’Italia. Non scherziamo: Mussolini è uno che ha scritto la storia (orribile, criminale, d’accordo, ma pur sempre storia), Renzi, al massimo, può scrivere la cronaca fiorentina.
La sua patetica impennata in difesa della sovranità nazionale (ridotta ad un miserrimo “E qui comando io!”) non vale una grinza sulla pelle di un rinoceronte, sarà travolto prima di aver finito di parlare.
Ma quello che verrà dopo, sarà anche peggiore. Prepariamoci." Aldo Giannuli

 
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13 Ago 2014, 09:40 in | Scrivi | listen_it_it.gifAscolta | Stampa | Commenti (551)

10 milioni di poveri belli allegri in vacanza #mortidifameallegri

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"In Italia ci sono 10.048.000 persone che vivono in condizioni di povertà relativa, pari al 16,6% della popolazione. Tra questi 6.020.000 sono poveri assoluti, cioè non riescono ad acquistare beni e servizi per una vita dignitosa (9,9%). È quanto rileva l’Istat nel report sulla Povertà in Italia. Tra i dati selezionati dal report Istat, nella grafica interattiva si mostrano i confronti territoriali (per alcune regioni, tuttavia, l’istituto di statistica segnala ampi intervalli di confidenza) e gli indicatori relativi all’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie e la popolazione per alcuni parametri di confronto." Info Data Blog

 
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12 Ago 2014, 10:08 in | Scrivi | listen_it_it.gifAscolta | Stampa | Commenti (442)

Passaparola: RianimaMI, Salviamo i nostri cuori - di Claudia Buccellati

Guarda il Passaparola
10:00
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"Buongiorno a tutti gli amici del Blog di Beppe Grillo, sono Claudia Buccellati, e sono Presidente dell'Associazione Per il Policlinico Onlus, Associazione che è legata al nostro Ospedale più importante, che dalla metà del '400 si occupa dei milanesi, non a caso viene chiamato la Cà Granda, l’ospedale dei milanesi. Quest'anno abbiamo aderito a una iniziativa del comune di Milano, insieme al produttore di defibrillatori, che si chiama Progetto RianimaMi.
Più del 70% dei morti per arresto cardiaco avviene non in ospedale, ma fuori, moltissimi per strada. L’arresto cardiaco colpisce tutte le fasce della popolazione. Per quasi il doppio quella maschile rispetto alla femminile e la fascia percentualmente più colpita è quella che va dai 55 ai 64 anni. Quando si verifica un arresto cardiaco bisogna intervenire immediatamente, altrimenti non si recupera il paziente. Dopo 4 minuti non c’è più l’afflusso di ossigeno al cervello e si verificano danni permanenti. Dopo 10 minuti la morte è certa.
Quindi per arrivare immediatamente con il defibrillatore il progetto RianimaMI che cosa ha pensato? Dotiamo di defibrillatori portatili tutte le unità mobili dei vigili urbani, cioè le moto e le automobili, dislocate in tutta la città. Questi mezzi arrivano prima dell’ambulanza. Abbiamo un numero unico per Regione Lombardia, un numero verde che smista le chiamate di emergenza; per cui a un certo punto quando si chiama il 118 immediatamente arriva la più vicina macchina dotata di defibrillatore. Un'ambulanza ci mette molto più tempo ad arrivare, perciò quando si verifica un arresto cardiaco per prima cosa bisogna chiamate il 118. Il 118 automaticamente manda la pattuglia più vicina. Qui siamo vicini a una postazione fissa di defibrillatore, che è la prima che abbiamo installato per la città di Milano: in Piazza Duomo, C’è un fortissimo passaggio di stranieri, che sono abituati sia a vedere il simbolo del defibrillatore, ovvero questo cuore attraversato da una saetta, sia a usarlo, perché all’estero non è obbligatorio aver fatto un corso.
Bisogna contribuire alla cultura del salvataggio da arresto cardiaco. Ricordiamoci che in Italia ogni anno muoiono 60 mila persone di arresto cardiaco, e non è poco. Bisogna iniziare dalle scuole, a insegnare a usare il defibrillatore e a fare il massaggio cardiaco. Due gesti che possono fare la differenza tra la vita e la morte, o tra una vita normale e una vegetativa.
Ogni anno per la giornata mondiale del cuore, come Associazione per il Policlinico, organizziamo la salita al Duomo gratuita e abbiamo la nostra equipe di specializzandi in cardiologia che rilevano i dati prima della salita e dopo i 211 gradini che ognuno può fare con la velocità che vuole. Comparando i valori dall’inizio alla fine uno può avere coscienza del suo stato di salute, del suo allenamento, e questi dati, poi, vengono elaborati dal Policlinico per fare una statistica sullo stato della popolazione. Ultimamente abbiamo visto, per esempio, che le donne sono molto meno allenate degli uomini, anche se muoiono meno di arresto cardiaco.
Ogni anno aggiungiamo altri dati per vedere come si evolvono le situazioni, quest'anno l’appuntamento sarà sabato 27 di settembre alle Guglie del Duomo, a Milano. Queste sono macchine intelligenti, per cui se uno vuole usare il defibrillatore quando non ve ne è bisogno, la macchina non parte. Questa è una garanzia, sia per chi la usa che per il soggetto su cui viene usata.
Il nostro è un progetto ambizioso, che naturalmente ha bisogno dell’aiuto di tutti, per questo primo totem abbiamo avuto l’aiuto di una banca, ma per tutti gli altri cerchiamo delle situazioni per raccogliere fondi destinati proprio ai defibrillatori.L’obiettivo è un sogno, ma i sogni aiutano a realizzare le cose vere, la realtà: tappezzare Milano, tutti i centri sportivi, tutti gli agglomerati, i supermercati, le palestre, le scuole, i cinema, le chiese, ovunque si riuniscano delle persone desideriamo mettere a disposizione dei defibrillatori. Visitate il nostro sito e chissà che a qualcuno di voi non venga voglia di riprendere l'iniziativa in un’altra città e addirittura di creare una rete in tutta Italia, capace di salvare i nostri cuori, quindi chiediamo l’aiuto di tutti.
Salvare una vita è una cosa che può salvare anche noi stessi. Passaparola!" Claudia Buccellati

Per contribuire al progetto: IBAN IT 41 Q 03268 01603 052848679860

 
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11 Ago 2014, 14:00 in | Scrivi | listen_it_it.gifAscolta | Stampa | Commenti (311)

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