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di Dario Tamburrano – Il 28 Novembre sono intervenuto a Bruxelles sulla proposta della Commissione Europea sulla visione strategica a lungo termine. Il testo dell’UE parla di un economia Prospera, moderna, competitiva e a prova di clima.

Sono molto orgoglioso, come cittadino europeo, di ricevere questa comunicazione.

E’ un segnale importante che l’UE sia il primo firmatario di Parigi a darsi un obiettivo preciso per un’economia a zero emissioni nette al 2050. Infatti, gli effetti dell’instabilità climatica previsti già da tempo dalla scienza, sono oggi fatti di cronaca quotidiana, sono la nostra nuova normalità.

Inoltre noto con piacere un cambio di passo, anche terminologico, dal momento che già nel titolo della comunicazione è citata non la parola “crescita”, ma la parola “prosperità”. Le parole sono importanti oltre ai contenuti, perché arrivano prima dei contenuti e sono ciò che ci rimane dei contenuti.

Tuttavia, per evitare effetti più disastrosi, sappiamo che è necessario un più profondo cambio di paradigma.

Siamo entrati in un’era di sfide enormi dove l’economia neoliberista basata sul mercato non è sempre in grado di gestire più il nostro futuro. É necessaria allora una politica economica fortemente espansiva e il superamento dell’austerità.

Dobbiamo finalmente dare attenzione al bilancio del capitale naturale, e non solamente ai bilanci finanziari. Bilanci che hanno perso di vista quello che è l’equilibrio che regola l’economia e la nostra esistenza sulla terra. Calcoliamo lo spread economico ma non lo spread ecologico.

Si spread ecologico.

Che senso ha pensare alla lotta al cambiamento climatico senza considerare l’effetto degli scambi commerciali. I prodotti non sono sottoposti a un analisi del carbonio emesso, soprattutto quello prodotto con la delocalizzazione delle produzioni che noi importiamo. Prodotti senza alcun controllo del loro peso inquinante.

E’ necessaria una tassa sul carbonio alla frontiera europea, ed eventualmente una riforma del WTO in questo senso. Altrimenti non ci sarà mai nulla di veramente green. Saranno solo parole e firme su trattati che poi non servono a nulla.

Poi c’è un’ultima cosa.

Se vogliamo davvero essere dei leader e definirci tali, se vogliamo davvero cambiare, non possiamo trascurare le necessità dei Paesi in via di sviluppo. Siamo nello stesso pianeta.

Dobbiamo evitare che prendano le strade sbagliate da noi imboccate nel secolo scorso, e quindi dobbiamo permettere che non solo le parole, ma soprattutto la conoscenza possa fluire liberamente.

Noi abbiamo un debito nei confronti di questi paesi a quali abbiamo levato tante risorse, ed è un debito che possiamo ripagare fornendo loro conoscenza, tecnologia e istruzione.

Tutto questo è quello che ci serve, quello che è necessario alla lotta al cambiamento climatico.