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di Melissa Fleming – Ho iniziato a lavorare con i profughi perché volevo fare la differenza, e fare la differenza inizia raccontando le loro storie. Quando conosco dei profughi, faccio sempre loro delle domande: “Chi ha bombardato la tua casa?” “Chi ha ucciso tuo figlio?” “Il resto della tua famiglia è sopravvissuto?” “Come te la cavi nella tua vita in esilio?”

Ma c’è una domanda che mi pare sempre molto significativa: “Cosa ti sei portato via?”, “Qual è stata la cosa più importante che hai portato via con te, mentre le bombe esplodevano nella tua città e le bande armate si stavano avvicinando?

Un ragazzo mi ha raccontato di non aver esitato, quando la sua vita era in serio pericolo ha subito preso il suo diploma di scuola superiore. Mi ha spiegato che il motivo era semplice, da quello dipendeva la sua vita. Mi ha raccontato che andando a scuola doveva evitare le zone con i cecchini, che spesso la sua aula tremava a causa dei bombardamenti e che quasi nessuno ci faceva più caso.

Poi un giorno la famiglia apprese che la zia, lo zio e suo cugino erano stati uccisi per essersi rifiutati di abbandonare la propria casa. Bisognava scappare.

Partirono immediatamente, con la loro auto. Il ragazzo stava nascosto mentre sorpassavano i posti di blocco. Attraversarono il confine con il Libano, dove trovarono la pace. Iniziarono però una vita di grandi rinunce e monotonia. Non poterono far altro che costruire una baracca a lato di un campo fangoso. Si unirono alla più numerosa comunità di profughi nel mondo, in una nazione, il Libano.

Il Libano ha solo quattro milioni di cittadini e ci vivono un milione di profughi siriani. Non c’è città, grande o piccola, né villaggio che non ospiti dei profughi siriani. Questa generosità e umanità sono incredibili. Mettiamo le cose in prospettiva. Sarebbe come se tutta la popolazione della Germania, 80 milioni di persone, fuggisse negli Stati Uniti nell’arco di soli tre anni.

Quello che mi preoccupa maggiormente è che la metà dei profughi siriani sono bambini. Ancora più preoccupante è che solo il 20% dei bambini profughi siriani va a scuola, in Libano. Eppure tutti i bambini profughi ci dicono che l’istruzione è la cosa più importante della loro vita. Perché? Perché permette loro di pensare al proprio futuro, invece che agli incubi del proprio passato. Permette loro di pensare alla speranza invece che all’odio.

Vedete tutto è stato distrutto e tutto dovrà essere ricostruito. Serviranno architetti, ingegneri, elettricisti. Le comunità avranno bisogno di insegnanti, avvocati e politici interessati alla riconciliazione, non alla vendetta.

Ad oggi ci sono 50 milioni di persone al mondo che oggi vivono da profughi. Dalla Seconda Guerra Mondiale, non ci sono mai state così tante persone sfollate. Così, mentre stiamo facendo enormi progressi nel campo della salute, della tecnologia, dell’istruzione e del design, stiamo facendo pericolosamente poco per capire come fare a far star insieme i popoli, le nazioni. Ci sono continuamente conflitti e tensioni.

Ma voglio darvi qualche dato.

Alla fine di ogni giorno, in media, 32.000 persone saranno costrette a lasciare la propria casa. 32.000 persone.

Ma ora voglio arrivare al punto vero della questione.

C’è qualcosa in più che possiamo fare oltre ad aiutare i profughi a sopravvivere. Possiamo aiutarli a prosperare. Non dovremmo pensare alle comunità e ai campi profughi solo come a centri temporanei per le popolazioni, dove le persone marciscono aspettando che la guerra finisca. Potrebbero invece diventare centri di eccellenza, dove i profughi possano superare i propri traumi ed essere formati per quando potranno tornare a casa come agenti del cambiamento positivo e della trasformazione sociale.

Perchè dico questo? La condizione di profugo non dura poco, anche se pensiamo sia così. In media si rimane profugo per circa 17 anni. Ma spesso dura ancor di più, mi viene in mente la terribile guerra in Somalia, che infuria da 22 anni.

Un ragazzo di nome Jacob Atem ha vissuto una tragedia terribile. Ha visto il suo villaggio in Sudan, distrutto dal fuoco. Sua madre, suo padre e tutta la sua famiglia sono stati uccisi. Aveva 7 anni. Solo suo cugino sopravvisse. Trovarono rifugio per i sette anni seguenti in un campo profughi in Kenia. La sua vita cambiò quando ha potuto trasferirsi negli Stati Uniti. Ha trovato affetto in una famiglia adottiva, ha potuto andare a scuola e si è laureato qualche anno fa.

Ho parlato con lui su Skype qualche giorno fa ed era all’Università in Florida, per un dottorato in salute pubblica e mi ha detto, con orgoglio, di aver raccolto fondi sufficienti, in America, per istituire un centro medico nel suo villaggio, in patria.

La mia opinione è questa: non investire nei profughi è un’enorme opportunità sprecata. Lasciati a loro stessi, rischiano lo sfruttamento e l’abuso. E se non sono formati e istruiti, si rimanda di anni il ritorno alla pace e alla prosperità nei loro paesi. Credo che il modo in cui trattiamo gli sfollati plasmerà il futuro del mondo. Le vittime di guerra detengono le chiavi per la pace duratura, e sono i profughi che possono fermare il ciclo di violenza.

Inoltre i fondi occidentali vengono usati per i bisogni primari: tende, coperte, materassi e attrezzature da cucina, razioni di cibo e qualche medicina. Capite che se non di fermeranno tutti i conflitti, questo flusso di denaro non si fermerà mai.

Se lasciamo marcire in un campo fangoso ogni bambino, diventerà membro di una generazione perduta. Penso che non deve necessariamente finire così.

 

Traduzione di Brenda Vaiano

Revisione di Roberto Bertagnin