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La produzione di cardo realizzata dalla Novamont nei terreni marginali e improduttivi attorno al petrolchimico di Porto Torres è un esempio perfetto di bioeconomia che rigenera suoli e permette di produrre materie prime di origine vegetale e rinnovabile.

di Emanuele Isonio – La ripartenza dalla crisi economica e industriale italiana ed europea per i prossimi mesi (anni?) non potrà prescindere da un dato che le curve su contagi, morti e guariti fanno ora passare in secondo piano: ogni abitante della Terra, quindi ognuno di noi, utilizza attualmente 11mila chili di materiali ogni anno. Più di 30 ogni giorno. Di questi, appena un terzo viene ancora usato dopo i successivi 12 mesi. Tutto il resto finisce in rifiuto e, per lo più, in discarica.

Il trend è impressionante anche perché il consumo di materiali cresce a un ritmo doppio rispetto a quello della popolazione mondiale. «Dal 1970 al 2017, quest’ultima è passata da 3,7 a 7,5 miliardi. I materiali consumati globalmente sono invece cresciuti da 26 a 109 Gigatonnellate. Ovvero 4 volte» spiega Edo Ronchi, ex ministro dell’Ambiente e presidente del CEN – Circular Economy Network, la rete promossa dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile e da 14 aziende e associazioni di impresa. Il trionfo della cosiddetta “economia estrattivista”, responsabile di buona parte della crisi climatica ed ecologica.

FONTE: Rapporto Circular Economy Network 2020.

Il problema però non è solo ambientale. Se c’è una cosa che è stata chiara già poche settimane dopo il dilagare globale dell’epidemia da CoV-SARS-2 è infatti lo stretto legame tra crisi ambientale, inquinamento e insorgenza di nuovi virus.

Convertire un dramma nazionale in opportunità vuol dire anche ragionare su come far ripartire il tessuto industriale riducendo i suoi impatti su territorio e salute pubblica. La soluzione è ormai nota. Si chiama economia circolare: materiali e oggetti che possono essere riciclati e riutilizzati più e più volte. Il messaggio arriva dal “Rapporto nazionale sull’economia circolare 2020” realizzato da Enea e dal CEN.

A leggere i dati del rapporto, l’Italia rispetto ad altri Paesi non è certo messa male. Considerando le prime cinque economie europee, è prima nella classifica dell’indice di circolarità (un valore attribuito in base al livello di uso efficiente delle risorse in cinque categorie: produzione, consumo, gestione rifiuti, mercato delle materie prime seconde, investimenti e occupazione). Dietro, seguono Germania e Francia. Ma il primato si sta riducendo anno dopo anno e stanno risalendo la classifica anche Paesi dell’Est Europa come la Polonia.

«Nell’economia circolare, l’Italia è partita con il piede giusto e ancora oggi si conferma tra i Paesi con maggiore valore economico generato per unità di consumo di materia» commenta Ronchi. «Sotto il profilo del lavoro, siamo secondi solo alla Germania, con 517mila occupati contro 659mila».

Percentualmente le persone che in Italia vengono impiegate nei settori ‘circolari’ sono il 2,06% del totale, valore superiore alla media UE a 28 che è dell’1,7%. «Ma oggi – precisa Ronchi – registriamo segnali di un rallentamento, precedente anche alla crisi del coronavirus, mentre altri Paesi si sono messi a correre: in Italia gli occupati nell’economia circolare tra il 2008 e il 2017 sono diminuiti dell’1%. È un paradosso che, proprio ora che l’Europa ha varato il pacchetto di misure per lo sviluppo dell’economia circolare, il nostro Paese non riesca a far crescere questi numeri».

Classifica europea sul livello di ecoinnovazione. FONTE: Rapporto Circular Economy Network 2020.

L’Italia di fatto utilizza al meglio le scarse risorse destinate all’avanzamento tecnologico e ha un buon indice di efficienza (per ogni chilo di risorsa consumata si generano 3,5 euro di Pil, contro una media europea di 2,24). Ma è penalizzata dalla scarsità degli investimenti – che si traduce in carenza di ecoinnovazione (siamo all’ultimo posto per brevetti) – e dalle criticità sul fronte normativo: mancano ancora la Strategia nazionale e il Piano di azione per l’economia circolare, due strumenti che potrebbero servire al Paese anche per avviare un percorso di uscita dai danni economici e sociali prodotti dall’epidemia del coronavirus in corso.

FONTE: Rapporto Circular Economy Network 2020.

Dal rapporto emerge però anche un altro fattore: parlare di economia circolare non è più sufficiente. È ora di puntare l’attenzione (e adeguate forme di finanziamento) sulla bioeconomia. Un concetto inedito per i non addetti ai lavori, ma già ampiamente diffuso nella Ue impegnata a ridurre l’impronta ecologica delle attività umane e ad avvicinarsi ai target dell’Accordo di Parigi. «La definizione di bioeconomia che dà la Ue – spiega Mario Bonaccorso, fondatore e responsabile del blog Il Bioeconomista – è quella di un’economia che impiega le risorse biologiche, provenienti dalla terra e dal mare come input per la produzione energetica, iindustriale, alimentare e mangimistica». Un esempio sono i sacchetti di biobioplastica. «Ma anche molti intermedi chimici, con applicazioni in campo farmaceutico, cosmetico o alimentare oggi derivano da materie prime rinnovabili».

FONTE: Rapporto Circular Economy Network 2020.

Gli investimenti in bioeconomia sono essenziali per porre rimedio a un dato che il Rapporto CEN denuncia: l’intervento umano, negli ultimi cinquant’anni ha trasformato significativamente il 75% delle terre emerse. Il 33% dei suoli mondiali è degradato e in tutta Europa in media ogni anno un’area di 348 chilometri quadrati viene impermeabilizzata e cementificata. Per capirci: più della superficie di Malta. «La bioeconomia è quindi un tassello fondamentale nella salvaguardia delle risorse naturali» commenta Roberto Morabito, del Dipartimento sostenibilità dei sistemi produttivi dell’ENEA. «Ma solo a condizione che sia rigenerativa, cioè basata su risorse biologiche rinnovabili e utilizzate difendendo la resilienza degli ecosistemi e non compromettendo il capitale naturale con prelievi e modalità di impiego che ne intacchino gli stock».

FONTE: Rapporto Circular Economy Network 2020.

Da questo punto di vista – ammonisce il Rapporto CEN – è essenziale la tutela del suolo, elemento base della bioeconomia. Il suolo contiene oltre 2mila miliardi di tonnellate di carbonio organico: è il secondo serbatoio di assorbimento dei [glossario termine=”gas ad effetto serra” pos=”sx”] dopo gli oceani. Ma il continuo degrado del terreno e della vegetazione rappresenta oggi a livello globale un’importante sorgente netta di emissioni di gas serra.

Secondo l’Ipcc in media nel decennio 2007-2016 la attività connesse ad agricoltura, silvicoltura e altri usi del suolo sono state responsabili ogni anno dell’emissione netta di circa 12 miliardi di tonnellate di CO2, circa un quarto dei gas serra globali. Se a queste si aggiungono quelle generate dal settore dall’industria alimentare e dal trasporto degli alimenti, le emissioni stimate per il settore food salgono al 37% del totale. La difesa del suolo, delle foreste, delle risorse marine è un punto essenziale nello sviluppo di una bioeconomia rigenerativa e dunque sostenibile, spiega il Circular Economy Network.

FONTE: Rapporto Circular Economy Network 2020.

L’aspetto positivo è che la bioeconomia cresce di valore e peso complessivo: in Europa ha fatturato 2.300 miliardi di euro con 18 milioni di occupati nell’anno 2015. In Italia l’insieme delle attività connesse alla bioeconomia registra un fatturato di oltre 312 miliardi di euro e circa 1,9 milioni di persone impiegate (177 volte i dipendenti dell’Ilva).

I comparti che contribuiscono maggiormente al valore economico (63%) e occupazionale (73%) della bioeconomia sono l’industria alimentare, delle bevande e del tabacco e quello della produzione primaria (agricoltura, silvicoltura e pesca). Si tratta di settori di peso rilevante e di attività che hanno un ruolo fondamentale nel rapporto con il capitale naturale: indirizzarli in direzione della sostenibilità è essenziale.

FONTE: Rapporto Circular Economy Network 2020.

«La transizione verso l’economia circolare e la bioeconomia rigenerativa è sempre più urgente e indispensabile anche per la mitigazione della crisi climatica. Oggi esistono importanti strumenti normativi a livello europeo ma vanno incoraggiati. Su tutti, il piano investimenti presentato alla Commissione europea il 14 gennaio scorso» afferma Ronchi. «Per rendere operativo il Green Deal occorre almeno il triplo delle risorse stanziate: bisogna arrivare a 3mila miliardi di euro. Per raggiungere questo obiettivo serve un pacchetto di interventi molto impegnativi: una riforma dei regolamenti alla base del Patto di Stabilità per favorire gli investimenti pubblici; una nuova strategia per la finanza sostenibile in modo da incoraggiare la mobilitazione di capitali privati; una revisione delle regole sugli aiuti di Stato. Indispensabili, infine, la revisione della fiscalità e la riforma degli stessi meccanismi istituzionali dell’Unione Europea».

 

Articolo a cura di Emanuele Isonio di Valori.it, cui vanno i nostri ringraziamenti.