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“La prima volta che ho assistito al funerale di un morto ammazzato avevo tredici anni. Era un martedì, lo ricordo perché quella mattina marinai la scuola per andare con gli amici al mercato settimanale del paese. Passando per una chiesa rimasi immobile a fissare una folla muta. Quando il feretro di Francesco, 17 anni, varcò il sagrato, un applauso squarciò il silenzio. Poi una dozzina di ragazzi vestiti in modo quasi identico e con le sciarpe della Reggina al collo, salutarono il loro amico con un coro da stadio: “Uno di noi, Francesco uno di noi”.
La bara scivolò nel carro funebre e il rumore del legno sfregato sul metallo echeggiò nella piazza. Due donne vestite a lutto si gettarono sul feretro, si strapparono i capelli, senza più lacrime. La loro cantilena struggente me la portai dentro per giorni.
Da allora ogni volta che uccidono qualcuno, nella mia Calabria, mi torna in mente quel funerale. Un funerale al quale ero finito per caso.
Ho sempre pensato che i funerali dei morti ammazzati siano diversi dagli altri. Le parole di un prete non sono mai le stesse, hanno un altro suono. Perché verso un morto ammazzato si prova un sentimento differente e pare quasi che il destino non c’entri niente, in questi casi.
Negli ultimi tre mesi nella mia terra hanno ammazzato quindici persone (guarda l’elenco). Quindici uomini, alcuni dei quali giovanissimi, come Francesco Torcasio, 20 anni, di Lamezia Terme.
Un omicidio ogni otto giorni, un agguato mortale ogni centonovantadue ore.
La Calabria, oggi, è la terra con più morti ammazzati d’Europa, commisurando i delitti alla popolazione residente. Le faide fra clan rivali ne fanno un territorio in guerra, dove morire riempito di piombo e dannatamente semplice. I giornalisti non fanno in tempo a scrivere ogni dettaglio di un omicidio che già ce n’è un altro da raccontare. Numeri spaventosi che quasi sminuiscono quelli dei militari italiani uccisi in Afghanistan.
Eppure per il resto del Paese questo dramma non esiste. Lo vive con atarassia, quasi non gli appartenesse. Non ne trovi traccia suoi giornali nazionali, gli omicidi finiscono nelle brevi di cronaca nera, diventano roba per addetti ai lavori e basta.
Lo staccamento di alcuni territori calabresi e campani dal resto dell’Italia è drammaticamente reale. Il federalismo sembra essersi già spinto oltre, in certi limiti di purgatorio.
In molti comuni, al Sud, lo Stato è un’entità astratta. Le pattuglie dei carabinieri che di rado passano nella piazza del paese sono sfumature di una legge che non c’è. E’ l’organizzazione criminale, qui, a dettare le regole. I boss hanno un’influenza metafisica sulla gente. Sono loro a decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato. In alcuni centri del reggino non puoi sceglierti neanche la ragazza, perché te la assegnano dalla nascita. E a volte anche farsi uno spinello è vietato. C’è un rigore estremo dettato dai clan. Ed è strano pensare che proprio da quei paesi, poi, arrivino i boss che gestiscono i più importanti canali internazionali del traffico di cocaina.
A Piscopio, frazione di Vibo Valentia con meno di 800 persone, nelle ultime settimane hanno ammazzato due persone. L’altro ieri il parroco, don Mario Fuscà, aveva pensato di organizzare una festa per i giovani e aveva invitato i “Kalafro“, band calabrese che nelle sue melodie rap esprime un forte sentimento antindrangheta. I “Kalafro” non hanno suonato. Il service audio previsto non c’era e tutti gli altri chiamati si sono rifiutati.
Anche questo significa vivere in terra di ‘ndrangheta.
Ma mentre da Lamezia a Locri, da Vibo a Crotone, si muore ammazzati, in Lombardia si stringono patti di ferro con politici e imprenditori. Si edificano palazzi, si seppelliscono rifiuti speciali, si gestiscono locali prestigiosi e si vincono le elezioni. E sono metastasi dello stesso cancro. Un cancro che sta divorando, pezzo dopo pezzo, i tessuti dell’intero Paese. E che non si può neanche pensare di combattere finché non sarà affrontato come male collettivo. Non solo dei calabresi”.
Biagio Simonetta

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