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di Matteo Gracis – La Canapa è la più antica fibra tessile utilizzata dall’uomo. I primi frammenti fossili di corde e nodi risalgono a più di 15.000 anni fa.

In Cina ci sono riferimenti a riguardo risalenti all’8.000 a.C. e per questo potrebbe essere una delle prime piante utilizzate dall’uomo insieme al frumento e all’orzo.

I Sumeri la usavano sia come incenso nei templi e per scopi medici, ma anche per fare corde, tessuti e reti da pesca.

Il tessuto per abbigliamento, arredamento, corde e tappeti, si ricava dalla fibra lunga della pianta di canapa. Quella che ci aveva resi primi al mondo per qualità della nostra canapa, era proprio la fibra, dalla quale si ottenevano ad esempio corde e vele per le navi, ma anche corredi per le spose, biancheria, tende e rivestimenti per materassi e poltrone. Le navi della famosa ed imbattibile flotta britannica avevano le vele realizzate in canapa italiana, così come l’Amerigo Vespucci, per statuto deve avere le vele di canapa di Carmagnola, una varietà italiana piemontese coltivata ancora oggi.

La stessa fibra tessile che in passato era considerata “oro verde”: un prodotto dal forte valore aggiunto lavorato in modo artigianale, che garantiva la maggior parte degli introiti di chi lavorava la canapa. La successiva diminuzione delle coltivazioni ha purtroppo impedito, tra le altre cose, anche il passaggio da una lavorazione artigianale a quella industriale meccanizzando i processi di lavorazione come la macerazione o la pettinatura successiva. Il risultato è che oggi in Italia, non c’è la possibilità di produrre tessuto di canapa e quello a disposizione viene importato dall’estero, soprattutto dalla Cina. Se pensiamo che il cotone è una delle colture più inquinanti del pianeta, mentre la canapa non necessita quasi mai di diserbanti o fitofarmaci, avremmo una ragione in più per andare in questa direzione, nonostante sia un investimento non indifferente. Immaginiamo però il valore che potrebbe avere una canapa made in Italy, coltivata con nostre genetiche, che dia vita a capi di vestiario fatti in Italia.

Richard Fagerlund, studioso che ha oltre 40 anni di esperienza nella gestione di specie nocive per le piante, ha di recente spiegato che: “La coltivazione del cotone è probabilmente il più grande inquinante del pianeta poiché, occupando solo il 3% dei terreni agricoli del mondo, esige il 25% dei pesticidi utilizzati in totale. Le sostanze chimiche vanno nelle acque sotterranee e il veleno non ha come bersaglio solo gli insetti, ma tutti gli organismi, compresi gli esseri umani. Inoltre la fibra di canapa è più lunga, più assorbente, resistente e isolante della fibra di cotone”.
Sempre a livello di coltivazione il cotone per crescere, richiede circa il doppio dell’acqua rispetto alla canapa.

Come tessuto, grazie alla sua fibra cava, la canapa rimane fresca in estate e calda in inverno. Ha proprietà antibatteriche ed è in grado di assorbire l’umidità del corpo, tenendolo asciutto e assorbe i raggi infrarossi e gli UVA fino al 95%. La resistenza agli strappi è tre volte maggiore a quella del cotone e tra le fibre naturali è quella che meglio resiste all’usura.

“Il ritorno della canapa tessile? Basterebbe ripristinare gli impianti esistenti o crearne di nuovi, è una cosa che abbiamo già fatto per la lana, non vedo perché non possiamo farlo per la canapa”. Va dritto al punto il dottor Marco Antonini, che oltre ad essere ricercatore per l’ENEA (l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) è anche presidente di Arianne, consorzio internazionale per le fibre tessili naturali.
Secondo il ricercatore: “Quello che si deve fare è creare una filiera tessile di qualità. Bisogna costruire un impianto apposito, l’interesse c’è, ora servono gli imprenditori e gli investimenti”.

Un tentativo era stato fatto agli inizi degli anni duemila con il consorzio Canapa Italia, appoggiato anche dal gruppo Armani, che aveva provato a riavviare una produzione di canapa tessile utilizzando la varietà Fibranova. Per la filatura del prodotto era poi intervenuto il Linificio Canapificio nazionale, ma purtroppo l’esperimento si è concluso con un nulla di fatto.

I problemi fondamentali nel ricreare una moderna filiera tessile sono due: il know how ed i macchinari necessari: “Abbiamo perso la capacità delle persone di lavorarla, ma c’è anche un problema di macchinari: non abbiamo più quelli che servono ad estrarre la fibra lunga e quindi stigliarla. Ricreare una filiera italiana significa anche ricreare i macchinari per andare a tagliarla sul campo che presuppone investimenti molto importanti ed è il limite che oggi tutti incontrano. Si parla di 4 o 5 milioni di euro di investimenti che spaventano chi si avvicina. Poi resta il problema della macerazione”.

L’interesse per la canapa è crescente e il mercato sembra che si stia muovendo in questa direzione per la sua alta sostenibilità: è un materiale del passato che potrebbe diventare anche il materiale del futuro, ma ad oggi la canapa ad uso tessile in Europa praticamente non esiste. Ci sono sperimentazioni in Francia e nell’Europa dell’est, però siamo ancora lontani dall’ottenere una canapa di qualità ad uso tessile che possa essere lavorata per ottenere dei filati interessanti.
E’ notizia di quest’anno che Italia e Austria stanno lavorando insieme per ricostruire una moderna filiera tessile.

Sempre più spesso (e volentieri) vesto abiti di canapa e personalmente ritengo non ci sia tessuto più confortevole e sano.

L’AUTORE

Matteo Gracis – Direttore editoriale di Dolce Vita magazine. Editore e giornalista
indipendente. Si occupa di stili di vita alternativi e cultura della
canapa da oltre 15 anni. Viaggiatore seriale.