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di Beppe Grillo – Quando immaginiamo i processi produttivi, pensiamo a persone che con le loro mani costruiscono qualcosa, fanno qualcosa, la creano nel vero senso della parola. Sebbene questa idea ora sia rilegata solo all’artigianato tradizionale e al lusso di alta gamma che fa del “fatto a mano” un’ icona di stile, le cose potrebbero cambiare.

Il “fatto a mano” che oggi è segno distintivo di unicità, diventerà a breve segno di qualcosa di fatto male, di non preciso, di proveniente da zone povere e di qualità scadente.

Il perché è molto semplice. L’automazione sta cambiando il modo in cui percepiamo il mondo. Ne cambia la velocità, le possibilità. I robot, nello specifico quelli “industriali” sono così presenti nella nostra vita, da poter affermare che la moderna industria non ne può fare a meno.

Lo scorso anno sono stati venduti ben 380.000 bot (così vengono chiamati i sistemi robotizzati utilizzati per la produzione). Rispetto al 2016 c’è stato un incremento del 30%.

In media ogni bot toglie da 4 a 6 posti di lavoro. Vuol dire che i posti di lavoro andati in fumo o mai creati, sono tra il 1.500.000 e gli oltre 2 milioni.

Ma a spaventare non è tanto questo. Quanto che i paesi che ne hanno beneficiato di più, sono quelli a cui noi attribuiamo una gran forza lavoro umana. Oltre un terzo dei robot industriali acquistati lo scorso anno sono stati installati in Cina.

L’Asia è al primo posto senza alcun rivale. La Cina ha avuto un aumento massiccio di bot utilizzati nelle aziende. Un aumento del 58% di robot industriali acquistati. Arrivando a 138.000 installati nel 2017. L’india ne ha installati altri 60.000. La Corea del Sud, che ha una maggiore densità di robot rispetto a qualsiasi altro paese, ha acquistato l’anno scorso 40.000 nuovi bot.

Che cosa ne è degli Stati Uniti? Gli Stati Uniti hanno installato molto meno dei competitor, circa 33.000 robot. Solo un 6% di aumento rispetto al 2016. E anche questa piccola quantità ha già influenzato pesantemente la politica americana.

Questi numeri mostrano che la Cina sta investendo molto di più nell’automazione rispetto agli Stati Uniti e all’Europa intera, e non sta rallentando. La Cina e tutta l’Asia stanno premendo sull’acceleratore. Taiwan è cresciuta del 15%, India +26%, Tailandia +19%. Tant’è che nel 2018 la Cina supererà l’America in quanto a numero totale di robot installati.

Per farvi capire le dimensioni dello spostamento dell’intera produzione, gli Stati Uniti avranno nel 2018 circa 300.000 robot installati, la Cina 400.000 e le 5 maggiori economie europee (tutte insieme) arriva a 340.000. Nel nostro paese fino al 2014 c’erano circa 5000 unità, oggi forse arriviamo a 10.000.

Capite che su questo terreno non abbiamo scampo. Per quanto ogni agenzia rilasci numeri leggermente diversi, è palese che presto la produzione di TUTTO quello che si produrrà, sarà “Madebot”.

Questo appare ancora più chiaro guardando il numero di sostituzione del lavoro umano. La Cina è il più grande mercato per la vendita di bot industriali, ma è una gara al recupero. Hanno iniziato tardi ed oggi sono già i primi al mondo. Ma quello che ci aspetta è davvero inquietante.

Per fare un confronto, attualmente la Cina ha 30 bot installati ogni 10.000 dipendenti (per lo più nelle industrie manifatturiere). La densità della Germania è dieci volte più alta, in Giappone addirittura undici volte più alta. In Nord America la densità robotica è cinque volte più alta di quella della Cina.

L’Asia, con la Cina in testa, e seguita dall’India, al massimo in due-tre anni avrà triplicato o quadruplicato il numero di bot installati, creando la prima e vera forza lavoro non umana di massa della storia. Chissà se allora servirà un sindacato. Sulla produzione su scala nessuno avrà scampo. L’Italia con i suoi miseri numeri non potrà minimamente competere, se non per qualche caso di eccellenza. L’unica economia “perpetua” è quella delle idee.

E fortunatamente la creatività non ci manca. E’ semplice da capire. Un reddito universale base, uguale per tutti e per diritto di nascita, sarà tra pochi anni non solo necessario, ma riconosciuto come un diritto inalienabile dell’uomo.