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di Zachariah Mampilly – Come molti di voi, sono spesso frustrato dal processo democratico. E’ disordinato, complicato, spesso inefficiente. I nostri leader politici sono lontani dalle preoccupazioni della gente comune.

Ma prima di bocciare la democrazia, immaginiamoci cosa potrebbe avere di diverso.

Un nuovo tipo di democrazia potrebbe essere sotto i nostri occhi, quella “africana” o per meglio dire, una sorta di democrazia di protesta. Infatti gli attivisti africani stanno ridefinendo la democrazia mettendo al centro la protesta.

Organizzazioni internazionali ed esperti accademici definiscono la democrazia come una competizione elettorale regolare e multipartitica. Ma la democrazia non dovrebbe riguardare solo le élite che competono alle urne. Perché abbia senso, è qualcosa in cui dobbiamo impegnarci ogni giorno. Quando dico “protestando per la democrazia”, metto in discussione il nostro modo di pensare all’azione democratica.

In tutta l’ Africa, i giovani sono all’altezza di sfidare quasi ogni tipo di regime noto all’umanità.  Thiat. è un rapper senegalese. Ha guidato un grande movimento che è riuscito a impedire al presidente di rubare un terzo mandato. Dal Marocco al Lesotho, i giovani si stanno sollevando contro monarchie radicate: in Egitto e Sudan, contro dittature brutali; in Uganda e in Etiopia, contro potenti stati militarizzati, fintamente democratici.

Ciò può sorprendere coloro che pensano che in Africa non ci sia interesse per la politica, ci siano solo dittature o facciano altro.

In tutto il continente, la protesta non è qualcosa di eccezionale, ma una parte normale della vita. Gli africani usano le proteste sia contro i dittatori che per le interruzioni di corrente. In un certo senso, gli africani protestano contro la democrazia stessa, arricchendo le sue possibilità per tutti noi.

Come si è evoluto tutto questo?

Ci sono state due grandi ondate di proteste africane, e ora stiamo vivendo la terza, iniziata intorno al 2005. La prima ondata ebbe luogo negli anni’ 40 e’ 50 e portò alla decolonizzazione dell’Africa. La seconda ondata si è svolta negli anni’ 80 e’ 90 contro le misure di austerità che imponevano condizioni severe alle economie africane. Queste proteste hanno portato al rovesciamento dei regimi autocratici e all’introduzione di elezioni pluripartitiche in tutto il continente.

La terza ondata in corso cerca di correggere le carenze delle due precedenti. Se la prima ondata ha portato la liberazione, ma non la democrazia, e la seconda, le elezioni, ma solo per le élite, allora è la terza ondata che più si preoccupa di trasformare la democrazia nel governo del popolo.

Comprende movimenti come Y’en a Marre in Senegal, Le Balai Citoyen in Burkina Faso, Tajamuka in Zimbabwe, LUCHA e Filimbi nella Repubblica Democratica del Congo, movimenti che lavorano al di fuori delle organizzazioni non governative e dei partiti politici, sfidano il sistema economico e politico stesso, spesso a grande rischio.

Giovani e brillanti attivisti, come Fred Bauma di LUCHA, sono stati incarcerati e torturati, spesso con poca o nessuna protesta da parte della comunità internazionale.

Ci sono state grandi proteste popolari in oltre 40 paesi africani dal 2005, e se si guarda, si capisce che nel 2011, l’anno della cosiddetta primavera araba, è stato in realtà il picco di un’ondata più ampia.

Contrariamente alla credenza popolare, molte di queste proteste hanno avuto successo. Sappiamo dei dittatori che cadono in Tunisia e in Egitto, ma i movimenti popolari hanno impedito ai presidenti di rubare il terzo mandato in Senegal, in Malawi e Burkina Faso.

Perché in Africa la protesta sta avendo cosi tanto successo?

Dal punto di vista demografico, l’Africa è il continente più giovane e in più rapida crescita, con il divario demografico più ampio tra la popolazione e i suoi governanti. Dal punto di vista economico, i paesi africani stanno crescendo da oltre un decennio, in gran parte trainati dagli investimenti provenienti dall’Asia, ma poco di questa ricchezza sta arrivando a tutti, spesso ad arricchirsi sono sempre gli stessi.

Le disuguaglianze stanno salendo vertiginosamente e i leader politici sono sempre più scollegati dalle loro popolazioni, che diventano sempre più giovani.

Per noi occidentali questa è una storia già vissuta: una massiccia impennata della disuguaglianza, il declino dei posti di lavoro a salari buoni (segno un tempo di una società avanzata); partiti politici che rappresentano solo le élite; ecc.

I nostri leader politici sembrano impotenti, insistono sull’austerità, anche quando tutti i beni e i diritti si riducono a livelli mai visti, anche quando sono veramente tanti anni che tutte le misure stanno producendo effetti totalmente contrari a quelli sperati.

E cosa fa il popolo occidentale per dire che non gli sta bene? Nulla. Non siamo più abituati a protestare.

Quindi da chi potremmo imparare a difenderci se non da coloro che sono stati impegnati nella resistenza a queste condizioni per così tanto tempo?

Translated by Erica Massa
Reviewed by Gabriella Patricola