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Il politically correct con la sua untuosità, e si è visto ieri in Parlamento con la PROPOSTA DI ISTITUIRE UNA GIORNATA DELLA MEMORIA PER LE VITTIME DELL’IMMIGRAZIONE, è diventato una melassa insopportabile. Quando si parla dei cosiddetti “migranti” si riduce il significato della parola a un semplice spostamento, come se chi migra lo facesse come le rondini e le oche selvatiche per legge di natura. Il mito dell’accoglienza buttato in faccia con disprezzo a chi vorrebbe semplicemente affrontare il problema della immigrazione incontrollata con il buon senso e le leggi va restituito al mittente. Dalla Libia arrivano e arriveranno decine e forse centinaia di migliaia di persone (*), ma di chi è la colpa se questa gente è ora in totale balia degli eventi e in Libia non esiste un interlocutore con cui confrontarsi? Chi ha bombardato la Libia e distrutto ogni tessuto sociale?
Il governo era quello di Berlusconi, il presidente della Repubblica era Napolitano, che secondo la Costituzione, Art. 87:
Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere.”
La stretta di mano napolitanesca e la firma del trattato di pace con Gheddafi, prima di bombardarlo dopo le pressioni americane e soprattutto francesi, fanno parte della Storia voltagabbana-italiana.

Da un po’ di tempo chiunque entri in Italia con un barcone è un definito “migrante“, ma le parole giuste sono solo due: “rifugiato politico” (circa un decimo di chi sbarca sulle nostre coste) o “clandestino“. Migrante non vuol dire nulla. Non si tratta di pellegrinaggi o di carovane come ai tempi di Marco Polo. E’ un eufemismo, una presa per i fondelli. Serve ad aumentare i voti ai “buonisti” di sinistra con il culo degli altri e ai razzisti che alimentano la paura del “diverso“.
Chiaro che se esportiamo la democrazia a furor di bombe e interferiamo continuamente con le nazioni medio orientali per motivi economici e geopolitici, come avviene in Siria, ne paghiamo le conseguenze come per l’ISIS. Ma chi ci obbliga a continuare a fare gli ascari per conto terzi, danneggiando persino i nostri interessi in Libia a favore della Francia? Da anni facciamo una politica estera tafazzista che ci ritorna indietro come un boomerang.
Le soluzioni ci sono per l’emigrazione, non di certo incoraggiare il traffico di persone andandole a prenderle a ridosso delle coste africane e tanto meno ingrossando le tasche dei mafiosi e dei politici (Lega in primis) con campi di accoglienza miserabili, finanziati con le nostre tasse e gonfiati con le tangenti. Soluzioni possibili:
disdettare immediatamente il regolamento di Dublino che obbliga il rifugiato politico (che abbiamo comunque il dovere di accogliere) a permanere nel primo Paese in cui arriva Una norma demenziale firmata, guarda un po’, da Pdl e Lega nel 2003. I rifugiati che arrivano in Italia quasi mai vi vogliono rimanere. Va data loro la possibilità di scegliere il Paese europeo dove stabilirsi, in conformità con Schenghen che permette la libera circolazione delle persone nell’area UE.
– stabilire degli uffici del ministero dell’Interno nei luoghi dove avvengono gli imbarchi per identificare le persone prima del viaggio e, se clandestini, impedirne l’imbarco
– inasprire le pene per i mercanti di uomini e considerare gli scafisti al pari degli omicidi con arresto immediato e requisizione dei mezzi di imbarco
difendere i confini nazionali, che esistono anche in mare e non solo al Brennero o al Monte Bianco, con l’interdizione a qualunque mezzo di navigazione a ingressi non consentiti.
Migrante, clandestino, rifugiato. Ogni nome ha un diverso significato. Facciamolo sapere in giro.

(*) dati dall’articolo del Corriere della Sera “Poco tempo per evitare il peggio“: Chi dedica ai flussi migratori dalla Libia una attenzione professionale ritiene che l’Italia abbia due mesi, tre al massimo, prima che sulle nostre coste meridionali si abbatta uno tsunami di diseredati: 250.000 secondo gli ottimisti, 500.000 per chi crede che a mettersi in moto sarà un «bacino» più ampio costantemente alimentato dal moltiplicarsi delle guerre, dal Corno d’Africa allo Yemen, dalla Siria più che mai in fiamme all’Iraq dove si tenta di contenere l’Isis. Per avere un termine di paragone, nel 2014 la cifra corrispondente fu di 170.000 per tutto l’anno

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