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Come competere in un mondo globale dove in alcuni Paesi vengono negati i diritti minimi per i lavoratori, che hanno un costo per le imprese, e non sono obbligatorie misure per la protezione dell’ambiente? Se due Paesi producono la stessa merce e uno usa gli schiavi e la distruzione del territorio, per chi invece ha raggiunto delle conquiste dopo secoli di battaglie sociali e ambientali non c’è possibilità alcuna di competere. Ha perso in partenza. I suoi prodotti costeranno sempre di più dei concorrenti, L’unica possibilità è rinunciare a diritti acquisiti e importare schiavitù. Che è poi quello che sta avvenendo. La parola Dazi da quando il capitalismo selvaggio ha preso il sopravvento e la parola “globalizzazione” ha sostituito nell’immaginario il progresso è un tabù. Ma va ripristinata. Chiamiamola “dazio sociale“. Se in un Paese non ci sono protezioni sociali per i lavoratori e questo vuole esportare in un altro dove ci sono dovrà pagare dazio fino a un riequilibrio dei costi di produzione. Altrimenti vengono di fatto istituiti vasi comunicanti della schiavitù nel mondo e, in nome della concorrenza, sono aboliti nel tempo tutti i diritti dei lavoratori. Un mondo di schiavi La globalizzazione deve essere giocata ad armi pari e va riequilibrata con l’introduzione dei dazi. Le aziende italiane non possono competere con aziende straniere se non ad armi pari. Non possiamo giocarci la nostra economia e tanto meno le tutele per i lavoratori in nome della globalizzazione selvaggia. L’applicazione delle regole di tutela ha dei costi. O li pagano tutti, o si torna ai dazi, o meglio ai “dazi sociali“.