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Non si può e non si deve parlare dell’elefante.
Ma ascoltare i suoi barriti si può e si deve.
Cosa dire dopo aver guardato il filmato(*) della sua esibizione al Parlamento Europeo? Quella in cui diede del kapò a un europarlamentare tedesco e parlò del bel sole italiano?
Fino ad ora si era visto solo un passaggio di una straordinaria performance che ci ha ridicolizzato.
Che neanche bokassaamindada.

Io sono sgomento, muto. Belìn, non riesco neppure a scrivere il post. Mi vergogno un po’ e penso che non mi farò vedere all’estero fino a dopo le elezioni.
O come rifugiato politico o in vacanza.
E c’erano Fini e Prodi in aula, e nessuno dei due che abbia detto qualcosa, almeno per pudore, per rispetto degli italiani, per rispetto di sé stessi.
Bastava alzare un dito e dire: “Questa persona forse rappresenta gli italiani, ma non me!”.

Attribuire tutte le colpe all’elefante non è però giusto.
Nella giungla del Bel Paese ci sono tanti animali e animaletti che si cibano degli escrementi dell’elefante. Quanti sono?
Milioni? Decine di milioni?
Ma è mai possibile? In un altro Paese neppure i familiari stretti lo seguirebbero.
L’Italia è una discarica a cielo aperto. I raccoglitori di rifiuti hanno occupato le aziende e il Parlamento.
I servi dell’elefante dilagano sui giornali e nelle televisioni.
Metà bravacci e metà donabbondio, questo siamo oggi noi, nel marzo del 2006.

(*) tratto da “Quando c’era Silvio” di Cremagnani-Deaglio