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Il 22 novembre del 1963 a Dallas, in Texas, fu assassinato John Kennedy. Ogni americano di quel tempo ricorda dove si trovava quando seppe della notizia. All’uscita di un cinema, a pranzo, in viaggio, a giocare a baseball. La scomparsa di Kennedy e il luogo e le circostanze individuali sono legate in modo indissolubile. Qui da noi, alla periferia dell’Impero, questa domanda rivolta ai servitori dello Stato in servizio permanente per sé stessi non ha risposta “Dove eravate durante la strage di Capaci? L’eccidio di via D’Amelio?” “Dove eravate quando qualcuno fece scomparire l’agenda rossa di Borsellino e ripulì con comodo da tutti i documenti l’appartamento di Totò Riina che contenevano la prova della vostra collusione con la mafia?“. Immagino in qualche seminario sulla giustizia o a tenere un discorso in Parlamento contro la mafia. A rilasciare interviste sdegnate. Ricordate? Non credo. La vostra memoria è labile, così labile quando dovreste riferire ai magistrati che da anni indagano sulle trattative tra lo Stato e la mafia. Talvolta di fronte a una prova vi ricordate all’improvviso. Gli italiani onesti, che vedevano nei giudici siciliani la possibilità di voltare pagina, ricordano dove si trovavano, cosa facevano quando Falcone e Borsellino furono mandati a morire.
Quando ci lasciò Falcone io ero in macchina e lo seppi dalla radio. Mi ricordo persino il tornante della collina che stavo risalendo. Alla morte di Borsellino mi trovavo in Francia e una signora, mentre ero in fila per l’acquisto di una baguette, mi disse in francese “Hanno ammazzato un altro giudice in Italia“. In Francia l’uccisione di un giudice è un evento inaudito, vuol dire scatenare contro di sé uno Stato implacabile. Da noi, invece, una parte dello Stato ha coperto, sedato, sopito, nascosto le prove, ma non ricorda più nulla, dove si trovava, cosa faceva, cosa non ha fatto per evitare la mattanza dei suoi uomini migliori. Tutti dovrebbero ricordare, soprattutto i complici. “Dove eravate allora? E, soprattutto, dove siete ora?“.