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“Cutro è un paese di diecimila anime che confina con Crotone. Un comune importante, fra in più grandi della piccola provincia pitagorica. E’ la terra della Magna Grecia, bagnata da un mare bellissimo. Spiagge sconfinate e orizzonti di pescherecci silenziosi, come li canta Sergio Cammariere nei suoi pezzi. Avrebbe tutto per essere uno dei posti più belli d’Italia, se non fosse per l’alta densità mafiosa che da sempre caratterizza i giorni di questo angolo di mondo.
C’è un’insolita propensione al grilletto, da queste parti. La stessa che si è materializzata stamattina, col sole ancora basso. A pagar dazio è stato Carmine Bonifazio, imprenditore di mangimi. Aveva 42 anni. Già, solo 42 anni.
Gli hanno sparato in faccia, con un fucile calibro 12 caricato a pallettoni. Due colpi, esplosi da distanza ravvicinata, che hanno mandato in frantumi il finestrino della sua Toyota Rav4 prima di disintegrargli il volto. Lo hanno ammazzato a 40 metri da casa sua, in pieno centro. Era incensurato. Mai una denuncia, mai un problema con la legge. Per gli inquirenti non è ancora chiaro quale sia il movente. Ma mi chiedo che importanza abbia. Se non è ‘ndrangheta è comunque cultura legata ad essa: violenza facile, vendetta bagnata col sangue, modalità, gesti, faide.
Al Sud sparare in faccia ha un significato preciso. Niente, dalle mie parti, è fatto a caso quando si uccide. La simbologia è il linguaggio prediletto dalle ‘ndrine. Ricordo la strage di Duisburg, quando i killer spararono alla nuca di sei uomini già esanimi e pieni di piombo. Ma a quel colpo che distrugge la scatola cranica non rinunciarono, perché doveva essere chiaro a tutti di cosa si trattava.
Oggi i fucili hanno tuonato a Cutro. E questo martedì triste sta quasi per finire. Domani è già un altro giorno, in Calabristan”.
Biagio Simonetta