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Pepe Mujica, nel film In The Same Boat

di Rudy Gnutti – Viviamo uno strano periodo storico, aumentano beni e servizi, aumenta la ricchezza e il PIL mondiale, ma aumenta anche la povertà.

É un paradosso. Il progresso tecnologico continua senza sosta e la torta diventa sempre più grande, peccato che nessuna legge economica dica che tutti ne debbano beneficiare. E quindi ecco come è possibile che alcune fasce stiano peggio in confronto a periodi noti per la grande povertà. Anzi, se la torta globale aumenta, la maggior parte delle persone diventa povera.

Ma come è possibile? Perché all’aumentare dell’innovazione peggiorano le condizioni di molti?

Prendiamo ad esempio uno strumento che ha rivoluzionato i nostri tempi: lo smartphone. Si può navigare su internet, che è una scoperta finanziata dal governo, possiamo sapere dove si trova qualsiasi cosa in qualsiasi parte del mondo con il GPS, ma anche questo è stato finanziato dal governo però. Si può usare il display touch screen, scoperto le ricerche finanziate del governo, si può dialogare con Siri o altri assistenti vocali, ma anche questi derivano da scoperte pagate con i soldi statali, e questo vale anche per Micro HDD, le batterie Litio, i microchip e gli algoritmi di ricerca. Ma il punto è un altro. Quello che ha reso gli smartphone l’oggetto dei desideri, deriva da massicce iniezioni di soldi pubblici, finanziamenti a lungo termine. Perché il fatto è che l’innovazione è cumulativa, quella di oggi dipende dall’innovazione di ieri. Ma nessuno riconosce questo immenso sforzo collettivo. Così si è finito per socializzare l’enorme rischio che deriva dall’innovazione. Perché innovare è rischioso, incerto, per una ricerca che va a buon fine, ce ne sono molte che non portano a nulla, almeno apparentemente. Il rischio viene quindi finanziato dagli stati, cioè dai cittadini, ma allo stesso tempo abbiamo privatizzato i ricavi. Questo è uno dei motivi per cui oggi innovazione e disuguaglianza vanno di pari passo. In realtà non sappiamo come è la situazione, tendiamo a pensare che le cose non vadano molto bene per il popolo e che invece sia tutto rosa e fiori per i ricchi. Ma non sappiamo quanto.

Così abbiamo preso uno studio della Harvard Business School del 2015. La prestigiosa scuola ha creato un grafico che mostra la reale distribuzione del denaro negli Stati Uniti. Hanno preso tutta la ricchezza dello stato e l’hanno distribuita equamente per 100 simbolici americani:

Qui si potrebbe dire che manca la motivazione a lavorare, visto che tanto tutti ottengono la stessa ricompensa. Così vediamo nel grafico successivo la distribuzione ideale:

Qui la motivazione al lavoro non manca, I ricchi ottengono dalle 10 alle 20 volte più dei poveri. Inoltre c’è una classe media molto potente e un’ascensore sociale che funziona. Persino i poveri non sono così poveri.

Ma sappiamo di non vivere in un mondo ideale. Così ora vediamo invece come gli americani pensano che sia realmente distribuita la ricchezza:

Non è molto equo, ma la gente pensa che sia comunque abbastanza giusto. Certo il 20-30% più povero comincia a soffrire un po’ e i ricchi e i molto ricchi guadagnano 100 volte più dei poveri, ma devo darvi una cattiva notizia: siamo molto lontani dalla reale situazione.

Ecco la reale distribuzione della ricchezza in America:

I poveri non hanno nulla, anche la classe media si distingue a malapena dai poveri. Persino solo il 10% dei ricchi sta davvero meglio. Ma per i molto ricchi la cosa è diversa. Sta talmente meglio che parte della loro ricchezza (fino ad un 7-8%) non entra nel grafico.

Ma c’è qualcosa di ancora più sbalorditivo. L’1% ha una tale quantità di denaro 10 volte più alto di quanto si possa mostrare.

Questo è il famoso 1% di cui sentiamo tanto parlare. L’1% che possiede il 40% della ricchezza degli Stati Uniti. Mentre l’80% possiede solo il 7% della ricchezza.

Ecco come stanno davvero le cose. E in Europa non sono molto diverse.

 

Le immagini sono tratte dal film In The Same Boat opera in cui i maggiori pensatori ed economisti dei nostri tempi (Zygmunt Bauman, Tony Atkinson, Serge Latouche, Erik Brynjolfsson, Mariana Mazzucato, Pepe Mujica e altri) si interrogano sul futuro dell’umanità in un mondo senza lavoro.

 

L’AUTORE

Rudy Gnutti, autore, compositore e regista. Firma la regia del film documentario “In the same boat”.