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“Le recenti ondate di panico sui mercati azionari globali hanno ricordato al mondo intero la vulnerabilità dell’euro, e questa settimana i commentatori della stampa britannica hanno discusso molto sul possibile fallimento della Francia. Quasi nessuno si affligge più per l’Italia, sebbene la settimana scorsa la sua borsa abbia subito il tonfo più importante dopo quello della Grecia: l’irreversibile declino dell’Italia è ormai una certezza, vista la situazione disperata del paese.
L’esperienza italiana dell’unione monetaria europea è stata particolarmente dolorosa: gli italiani sono entrati nell’euro come sonnambuli, senza un serio dibattito, ed erano talmente favorevoli a firmare che hanno accettato un tasso di scambio con la lira talmente elevato che alla fine li ha strozzati. Il prezzo dei prodotti di prima necessità, quali sigarette, caffè e vino è raddoppiato improvvisamente, mentre i salari sono rimasti statici, sebbene allora fosse relativamente facile trovare lavoro e ricevere prestiti. Ma dopo il crac, l’Italia, prigioniera di un’unione monetaria senza unione politica, non poteva più fare niente, neanche ricorrere alla tradizionale medicina della svalutazione della moneta.
L’unica possibilità di ripresa ammessa da Bruxelles e Berlino — quella dell’austerity — si è rivelata controproducente, perché è stata solo superficiale. Se l’austerity deve stimolare la crescita, deve farlo fino in fondo, il che comporta inevitabilmente terribili sofferenze e il rischio di agitazioni popolari, e nessun politico italiano riesce a digerire questa circostanza.
Tuttavia l’Italia non può attribuire tutti i suoi problemi all’unione monetaria: l‘euro non ha causato la catastrofe, ma ha privato il Paese dei mezzi per combatterla, esponendolo alle sue fatali debolezze strutturali.
Il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 43 percento, il più alto mai registrato. Tale cifra non tiene conto del mercato del sommerso, che ha raggiunto proporzioni tali che il governo italiano sta pensando di includerne alcune parti, quali prostituzione, traffico di stupefacenti e contrabbando di vario genere, nei dati ufficiali del PIL: si ritiene che il loro contributo abbia dimensioni tali da portare il paese fuori dalla sua terza recessione entro sei anni.
Occorre ricordare che le aziende italiane ricevono denaro dallo Stato per pagare i dipendenti per non lavorare, evitando di doverli licenziare: attualmente circa mezzo milione di lavoratori è in cassa integrazione. Il reale tasso di disoccupazione in Italia deve pertanto essere pari ad almeno il 15 percento, e tale cifra non include tutti coloro che hanno ormai rinunciato a cercare un lavoro. Solo il 58 percento degli italiani in età da lavoro ha un impiego, rispetto alla media del 65 percento del mondo sviluppato.
Ma anche includendo cocaina e bunga-bunga, non si risolve la straordinaria stagnazione dell’economia italiana, che perdura dal 2000: negli ultimi cinque anni si è addirittura verificata un’ulteriore contrazione del 9,1 percento. Ancora peggio, il mese scorso il Paese è entrato in deflazione, fenomeno temutissimo da tutti, ancora più dell’iperinflazione, e che ha causato una stagnazione dell’economia giapponese per 20 anni.
Dalla defenestrazione di Silvio Berlusconi, avvenuta nel novembre 2011 in conseguenza dello scandalo bunga-bunga e del mostruoso spread tra bond italiani e tedeschi, l’Italia ha avuto tre primi ministri non eletti.
L’ultimo di essi, Matteo Renzi, di sinistra, è considerato il Tony Blair italiano perché è riuscito a costringere il suo partito, il Partito Democratico post-comunista, a dimenticare il passato e affrontare il futuro. Inizialmente, ha promesso che avrebbe realizzato tutte le necessarie riforme strutturali entro 100 giorni, ma ovviamente non l’ha fatto, e oggi afferma di avere bisogno di 1.000 giorni.
Il “rottamatore”, come viene definito Renzi, ha appena imposto una legge di riforma che ha suscitato un grande clamore e addirittura risse in Senato. La leggi di Renzi intende abolire il leggendario articolo 18, che rende virtualmente impossibili i licenziamenti in aziende con un numero di dipendenti superiore a 15, tuttavia, trattandosi dell’Italia, se la legge entrerà in vigore sarà sicuramente tanto annacquata da perdere il proprio significato. I sindacati hanno promesso un “autunno caldo” per proteggere i loro più preziosi e indiscutibili principi.
È la solita storia: indipendentemente da chi è al potere in Italia, è quasi sempre di tutto fumo e niente arrosto, il che è dovuto in parte al sistema elettorale, che costringe a governi di coalizione, e in parte al fatto che la Costituzione, per paura dei regimi dittatoriali, concede al primo ministro uno scarso potere esecutivo.
La televisione italiana trasmette ogni genere di talkshow politico (la maggior parte dei quali di orientamento sinistrorso, anche sulle reti di Berlusconi) ma anche questo tipo di programma è in crisi: gli italiani, fatalmente disillusi, non si preoccupano più di guardare la televisione.
Nel frattempo, il debito sovrano italiano continua a crescere in maniera esponenziale, arrivando a toccare 2.2 trilioni di euro, che equivalgono al 135 percento del PIL: è il terzo debito sovrano a livello mondiale, dopo quello di Giappone e Grecia. E maggiore è la deflazione italiana, maggiori sono il debito e i suoi costi in termini reali.
In Italia, come in Francia, dopo la Seconda Guerra Mondiale la filosofia predominante è stata quella dirigista: il governo è gestito come un racket delle protezioni, e il denaro si insinua in ogni angolo dell’economia. Tutti i giornali ricevono sovvenzioni pubbliche, e questo spiega anche il loro numero così elevato.
Chiunque lavori nel settore privato, in quelle attività a conduzione famigliare che hanno reso il paese celebre in tutto il mondo, si trova in una condizione di svantaggio. Secondo il Sole 24 Ore, l’Italia ha il più elevato onere fiscale totale di tutto il mondo sulle proprie aziende, pari al 68 percento, seguita dalla Francia, con il 66 percento, contro il 36 percento della Gran Bretagna. Avviare un’attività in Italia significa entrare in un incubo burocratico kafkiano, che può addirittura peggiorare; significa anche dover corrispondere allo Stato almeno 50 centesimi per ogni euro pagato ai propri dipendenti. Se a ciò si aggiunge un sistema giudiziario bizantino, politicizzato e dotato di poteri terrificanti, si comincia a comprendere perché nessuna azienda estera voglia stabilire la propria sede in Italia.
Per circa un decennio, fino a un anno fa, ho lavorato per un giornale locale, La Voce di Romagna, come rubricista, ma ho rinunciato dopo che il mio datore di lavoro, pur ricevendo cospicue sovvenzioni di denaro pubblico, non mi ha pagato per tre mesi. Non avevo titolo per richiedere il sussidio di disoccupazione perché ero un libero professionista; i dipendenti con contratto possono ricevere il sussidio, ma solo per un anno, all’incirca. Molti dei miei colleghi non hanno ricevuto il loro stipendio addirittura per un intero anno. Adesso, La Voce sta per dichiarare fallimento e chiudere, e non scommetterei neanche un euro sul fatto che i miei ex colleghi riescano a ricevere il denaro che spetta loro.
Sì, c’è un’altra Italia, quella finanziata dallo Stato, dove tutto sommato la vita, sebbene non tutta rose e fiori, è ancora vivibile, anche se i licenziamenti del Teatro dell’Opera di Roma hanno causato qualche ansia. I parlamentari italiani sono i più pagati del mondo civilizzato, il loro stipendio è pari a quasi il doppio di quello dei loro colleghi britannici. I barbieri che lavorano all’interno del Parlamento possono arrivare a guadagnare €136.120 lordi l’anno. Tutti i dipendenti statali ricevono una favolosa pensione pari quasi al loro salario a fine carriera: non è pertanto difficile comprendere la rabbia del lavoratore italiano medio del settore privato, il cui reddito lordo annuo è pari a circa €18,000.
La parola “inimmaginabile” rispecchia alla perfezione il dorato mondo del dipendente statale italiano, specialmente nel Mezzogiorno, il disperato sud del paese. La Sicilia, ad esempio, ha un esercito di 28.000 guardie forestali, più grande di quello del Canada, e 950 autisti di ambulanza, che non hanno alcuna ambulanza da guidare.
Un governo italiano serio opererebbe urgenti e drastici tagli non solo al tronfio, parassitario e corrotto settore statale, ma anche a tasse, costo del lavoro e burocrazia. Tuttavia, a oggi, solo Beppe Grillo e la Lega Nord chiedono che l’Italia esca dall’euro. Ma gli italiani ancora non capiscono: l’euro è il problema, non la soluzione, a meno che non accettino una vera austerità, di proporzioni ben maggiori, e non l’accetteranno a meno che non vengano minacciati con le armi.
L’Italia, più della Francia, è il grande malato dell’Europa, ed è anche il malato morente. Le donne italiane erano quelle che avevano più figli in tutta Europa: era frequente incontrare uomini anziani di nome Decimo. Tuttavia da decenni il tasso delle nascite in Italia è il più basso di tutta Europa, e se non ci fosse l’immigrazione, la popolazione sarebbe in calo. Che le donne italiane rifiutino di avere figli, è un chiaro segno di una società malate terminale.”
Nicholas Farrell, The Spectator