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Il Corriere della Sera ha attaccato Beppe Grillo e il libro: “Schiavi Moderni” con l’editoriale di Pietro Ichino il 14 agosto in prima pagina e con due articoli oggi a pagina 10. Troppa grazia.
Questo libro deve dare molto fastidio. Mi fanno passare come un fomentatore di odio, un falsificatore. Ichino mi chiede un confronto pubblico, venga a Bologna l’otto settembre e lo avrà. Prima però si ripassi il libro. Lo hanno scritto i precari, non l’ho scritto io. Lo hanno commentato un premio Nobel per l’Economia. Joseph Stiglitz, e un professore universitario, Mauro Gallegati.
Vogliamo discutere la legge 30? Vogliamo riformare le leggi sul lavoro? Non vogliamo fare un c…o? Fate un po’ voi. Il problema rimane e prima o poi esploderà.
Luciano Gallino sulla Repubblica di oggi, nell’articolo: “Precariato Globale” scrive: “Un primo elemento è il numero di coloro che hanno un’occupazione precaria, vuoi perchè il contratto è di breve durata, oppure perchè non sanno se e quando ne avranno un altro. Secondo una stima da considerare prudente, esso si colloca tra i 4 milioni e mezzo e i 5 milioni e mezzo di persone … Cinque milioni di persone con un lavoro precario rappresentano più del 20% degli occupati. Ma questi sono soltanto i precari per legge – certo non soltanto a causa della legge 30, bensì di un’evoluzione della nostra legislazione sul lavoro iniziata, come minimo, sin dal protocollo del luglio 1993.”

Il professor Gallegati risponde a Ichino.

“Caro Beppe,
“Schiavi Moderni” voleva essere solo un libro che riportasse storie, purtroppo, vere di ordinario precariato. Le polemiche di questi giorni ci fan capire che “Schiavi Moderni” è molto di più che una raccolta di testimonianze: è il segnale del disagio di una generazione. Sarà allora il caso, nonostante sia Ferragosto, di provare a rifletterci ancora.
Una organizzazione certo poco contigua al terrorismo quale l’OECD ha più volte ricordato che quando si liberalizza il lavoro a termine, tale riforma va accompagnata da riforme nel campo della protezione dell’impiego, altrimenti si viene a creare un mercato del lavoro caratterizzato da profonde differenze tra lavoratori a tempo determinato e a termine con diversi diritti, tutele e retribuzioni, specie per i giovani e per i meno qualificati. Inoltre si può produrre un ricorso ai contratti a termine che genera un effetto negativo su produttività e crescita professionale: il lavoro a termine è spesso caratterizzato da breve durata del contratto e da assai limitate opportunità di crescita professionale (e quindi di retribuzioni e pensioni), o addirittura di formazione delle competenze. In breve: senza interventi a protezione del lavoratore a termine, la flessibilità si trasforma in precarietà con conseguenze immediate sulla vita dei singoli lavoratori coinvolti e di più lungo periodo sulla società.
Quest’ultimo aspetto non viene spesso enfatizzato. Inviterei tutti ad una breve riflessione. La disciplina del mercato del lavoro, se mira alla sola flessibilità, rischia di innescare effetti indesiderati, se non contrastanti, rispetto a quelli che si dichiara di voler perseguire. I vantaggi di breve periodo che si ottengono da forme d’occupazione temporanea possono tramutarsi in svantaggi nel lungo periodo, in termini di maggiori costi per il sistema pubblico, sanitario e previdenziale, e per la composizione stessa della spesa sociale. Questo perché la precarietà influenza comportamenti e stili di vita che vanno al di là di scelte strettamente economiche: quando, ad esempio, costituire un nuovo nucleo familiare, aver figli o accendere un mutuo?
Il problema è il solito: se il lavoro è flessibile gli imprenditori assumono più facilmente, ma senza le adeguate protezioni sociali, il rischio d’impresa va a ricadere sui lavoratori nel breve periodo e nella società (ovvero su tutti noi) nel lungo. Siamo disposti a condizionare così pesantemente il futuro (di tutti) a vantaggio (di pochi) di oggi?
Vediamo ora cosa hanno prodotto in Italia le riforme del mercato del lavoro. Negli ultimi 10 anni sono stati creati più di 2 milioni di posti di lavoro, soprattutto grazie al forte incremento dei contratti temporanei e dalla regolarizzazione dei lavoratori immigrati. Nella postazione agli “Schiavi Moderni” viene fatto rilevare come il ricorso a contratti temporanei o a impieghi part-time abbia “diluito” l’occupazione. Se è infatti aumentato il numero degli occupati, la produzione totale non ha seguito un andamento analogo: si è prodotto lo stesso livello di PIL con un uguale volume di lavoro. Il numero di occupati è aumentato solo perché due lavoratori a termine con un contratto di 6 mesi equivalgono ad un lavoratore su base annua. E siccome il costo per l’impresa di 2 lavoratori a termine è inferiore al costo di 1 a tempo indeterminato… (state tranquilli: non mancherà qualcuno che vorrà farci credere che la persona a cui viene rinnovato un contratto semestrale sarà in fondo contenta del protrarsi di questa precarietà).
Se i contratti di lavoro atipici rappresentano meno del 15% dell’occupazione totale, il 30% dei giovani hanno un contratto di lavoro dipendente in forme atipiche. Il valore è tre volte superiore rispetto alle altre classi d’età e questo ci avverte che i “nuovi” impieghi sono prevalentemente atipici mentre un’analisi del livello d’istruzione presenta risultati sorprendenti: l’incidenza dell’atipicità è superiore per i laureati.
Infine i dati sulla cosiddetta “trappola della precarietà”, cioè il passaggio mancato da lavori precari a stabili: dati ISTAT ci informano che oltre il 55% dei lavoratori atipici ha mantenuto un contratto “atipico” (lavori svolti prevalentemente da lavoratori che hanno iniziato a lavorare dopo il 1996).
La legge 30 ha cercato di regolamentare il lavoro atipico e, tra l’altro, di disciplinare il fenomeno dei co.co.pro. (ex co.co.co.) nell’intento di restringerne l’uso, se utilizzato come strumento per sottrarsi alla legislazione di tutela del lavoro.
Di fatto però, senza interventi pubblici a tutela del lavoratore atipico, ci si è ancora una volta ridotti ad ampliare le alternative dell’imprenditore privato nell’impiegare lavoro, che ora dispone di tipologie contrattuali, diverse dal tempo pieno e per una durata indeterminata: lavoro a tempo parziale, determinato, intermittente e ripartito. Di fatto, viene ampliata la discrezionalità dell’imprenditore nell’assumere lavoro mentre nulla si muove per tutelare i diritti dei lavoratori.
Se non interverranno cambiamenti significativi dei tassi di trasformazione verso lavori non precari, né i necessari aumenti di occupazione “reale”, il nuovo mercato del lavoro non sarà capace di mantenere il sistema nel suo complesso (risparmi, sanità, previdenza e stato sociale). E di tutto ciò faremmo volentieri a meno. Grazie per l’ospitalità.” Mauro Gallegati

Scaricate il libro “Schiavi Moderni”

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