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L’edilizia è un serpente che si mangia la coda. Che divora sé stesso. All’ingresso delle città ci accolgono foreste di gru al posto di mura e giardini. Nelle strade nuovi svincoli, rotonde, sottopassi. Terze, quarte corsie. I paesi investono i bilanci comunali nell’edilizia. L’Ici è il nuovo motore del mattone. Si tassano le case per costruire le case. Seconde, terze case. I capannoni industriali, vuoti, in vendita, in affitto costeggiano le autostrade per decine di chilometri. Le cave appaiono d’incanto tra boschi e montagne. Non si costruisce più per abitare, per necessità. Si costruisce per lucrare. Per ‘investire’. La stabilità o la discesa dei prezzi è un rischio, un problema, una sciagura. Ma per chi?
Ogni nuova costruzione occupa spazio, risorse, distrugge il territorio. L’Italia vista dall’alto è uno stivale di cemento con un po’ di verde intorno. La provincia italiana è piena di case abbandonate da ristrutturare e di case nuove disabitate. Le città italiane sono piene di uffici vuoti (o anche vuote di uffici pieni) e traboccanti di nuovi edifici in costruzione. C’è un’orgia da cemento in giro. Ma il cemento non produce nulla. Piuttosto, se non è necessario, distrugge soltanto.
Le richieste di nuove licenze edilizie andrebbero autorizzate solo in mancanza di alternative già presenti. Incentivate le ristrutturazioni di case esistenti. Quanti uffici, appartamenti, edifici sono vuoti in Italia? Quanti in costruzione? L’edilizia si giustifica perchè rende, perchè il mattone è sicuro. Ma è un gioco al massacro del territorio. E delle risorse economiche che potrebbero essere destinate, almeno da parte delle amministrazioni pubbliche, al territorio, ai servizi ai cittadini. Che senso ha investire in cubi di cemento invece che in ricerca? Un senso ci deve essere in attesa della bolla immobiliare prossima ventura. Un vento sta spirando da oltre Atlantico verso l’Europa. Dopo potremo investire in demolizioni e nel recupero del territorio. Serpenti che si mangiano la coda.

Ps: “Fabbricare fabbricare fabbricare
Preferisco il rumore del mare
Che dice fabbricare fare e disfare
Fare e disfare è tutto un lavorare” (Dino Campana)

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