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Nel suo ultimo editoriale su Repubblica, Eugenio Scalfari ha affrontato il tema Tav in Val di Susa. Lo ha fatto palesando la sua approvazione verso un progetto i cui lavori “sono in ritardo di sei anni e tutte le indagini geologiche, economiche, ambientali, impiantistiche che dovevano esser fatte sono state fatte”. Scalfari, però, non ha fatto alcun riferimento allo studio di 360 fra docenti, ricercatori e professionisti che invece boccia senza appello il progetto Alta velocità Torino-Lione. Sarà stata una dimenticanza, la sua. Mica l’ha fatto apposta.
Poi il fondatore di Repubblica ci ha regalato corsi e ricorsi storici avanzando una strana tesi circa le performance dei nuovi treni. Scrive Scalfari: “Oggi la tecnologia consente di riproporre il treno e gli ecologisti dovrebbero essere in festa ai cortei favorevoli all’Alta Velocità”. Da domani, insomma, si dovrebbe far festa perché si buca una montagna che sprigionerà amianto e uranio in tutta la Val di Susa.
Infine, sempre Scalfari, s’è concentrato sugli studenti no-Tav, e in particolar modo su quelli dell’Università della Calabria: “Perché sono contrari? Ho letto che tra i più contrari ci sono gli studenti dell’Università della Calabria. Sono di origini calabresi e conosco bene quei territori”. Scalfari conosce così bene la Calabria che nel suo lungo appello pro-Tav non fa alcun riferimento alla ‘ndrangheta egemone in Piemonte. Il calabrese Scalfari dimentica (non lo fa apposta) che mentre si vuole scavare una montagna così da trasportare merci più velocemente da Lione a Torino, le stesse ferrovie hanno spaccato l’Italia, sopprimendo la maggior parte dei treni che collegano il Sud al Nord, eliminando i treni notte, compiendo un primo passo verso la secessione leghista. Anche per questo, caro Scalfari, protestavano i miei conterranei calabresi.
Chiudo citando un altro passaggio dell’editoriale: “I giovani dell’Università della Calabria ne avrebbero di problemi da affrontare”. Anche i giornalisti, caro Scalfari. Anche i giornalisti.
Biagio Simonetta