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“Ci sono storie che non riesco a metabolizzare. Provo a non pensarci, mi distraggo, leggo un libro, faccio altro. Ma tornano come un martello che batte sulle tempie, rimangono dentro ogni pompata di sangue. Come in un gioco di specchi, ti giri e vedi sempre la stessa immagine. Hanno ammazzato Gaetano De Marco, stamattina. Lo hanno fatto a San Lorenzo del Vallo, qualche chilometro da Cosenza. Calabria, terra dei clan e della coca, regione dove lo Stato esiste solo alle elezioni. Disperazione e voti, dipendenza e umiliazioni quotidiane.
A Gaetano hanno scaricato addosso una dozzina di colpi. Era in macchina, fra una sigaretta e i suoi pensieri. In bocca ancora il gusto di un caffé pastoso preso al bar sotto casa. I killer lo hanno raggiunto a bordo di una moto di grossa cilindrata. Hanno aspettato che li guardasse in faccia, che capisse come sarebbe finita. Poi hanno agito con una pioggia di fuoco devastante, esplodendo un numero di colpi che bastava per far fuori dieci persone.
I sicari della Santa si muovono così, esagerano. Sanno di non poter fallire, la vittima deve spirare prima dell’arrivo dell’ambulanza. Devono uccidere senza esitazioni. Prima degli agguati si imbottiscono di coca e Fernet Branca, perché per fare una strage non puoi essere lucido.
Stamattina è toccato a Gaetano.
Il suo non è un omicido come gli altri. Gaetano con la ‘ndrangheta non c’entrava niente. Non trafficava armi, non spacciava coca. Viveva di precarietà quotidiane. Ma una colpa l’aveva: era fratello di Aldo che il 17 gennaio scorso uccise il giovane figlio di un boss del posto, dopo una storia di liti e di parcheggi.
Un mese e mezzo fa a Gaetano avevano ucciso moglie e figlia. Era la sera del 16 febbraio. Rosellina Indrieri (45 anni) e Barbara De Marco (26) chiacchieravano in cucina. La tv accesa, l’inverno al crepuscolo, i discorsi da donne. Una serata come tante altre. I killer entrarono in casa, piombarono in cucina e fecero fuoco uccidendole a bruciapelo, come si fa con le bestie. I colpi attinsero anche Silos, l’altro figlio, che cadde a terra e si finse morto scampando così a un destino certo. Gaetano quella sera aveva esagerato con l’alcool ed era andato a dormire prima. Quella bevuta gli aveva salvato la vita.
Ma il lavoro andava completato, portato a termine. Gaetano doveva morire. Alla legge dei clan non puoi sottrarti. Non scampi. Non scappi, in un posto dove chi comanda è più bravo con la pistola che con le parole.
Ai funerali delle sue donne Gaetano aveva urlato il suo dolore con tutta la forza che aveva in petto. Un urlo sordo, fra le navate della chiesa. Quel rito funebre, disertato finanche dalle istituzioni, era l’ennesimo giorno di sconfitta di una terra vinta, che uccide anche le speranze. Adesso mi piace pensare a Gaetano con sua moglie e sua figlia. Insieme, in un posto diverso. E’ l’unico pensiero che mi calma, quasi mi rasserena. Perché voglio credere al viaggio delle anime. E quelle non le avrete mai vive.”
Biagio Simonetta