Condividi

Senza un reddito di base, la gente morirà. Con un reddito di base, la gente prospererà.

di Scott Santens “Appiattiamo la curva…”. Abbiamo sentito più volte questa frase, a causa del nuovo coronavirus, a proposito dei limiti del sistema sanitario. Il numero di operatori sanitari, stanze e letti di ospedale, ventilatori e DPI è limitato. E a causa di questi limiti, dobbiamo evitare di superarli diluendo il numero di infezioni da coronavirus su un periodo di tempo più lungo.

Una curva molto meno compresa, tuttavia, è quella delle nostre sicurezze sociali. Anche il numero di addetti al welfare, utenze concorrenti dei siti web, linee telefoniche e persone in grado di rispondervi, è limitato. E a causa di questi limiti, dovremmo evitare di superarli, evitando che milioni di persone facciano contemporaneamente appello ai programmi di welfare come risultato della sparizione dei redditi, ora che la spesa di beni e servizi si è quasi azzerata.

In tutto il mondo, queste reti di sicurezza si stanno dimostrando assolutamente inadeguate a tenere il passo col numero di persone che fa domanda per beneficiarne. In Canada, un addetto alle assicurazioni per l’impiego scrisse a un parlamentare che erano “completamente, fottutamente subissati.” In Australia, in migliaia fanno code che si estendono per isolati, nel bel mezzo di una pandemia, per avere un sostegno al reddito. Nel Regno Unito, le persone si mettono in fila online con oltre 70,000 persone in attesa davanti a loro.

Sistema dopo sistema, i siti web stanno cedendo sotto carichi di lavoro che non erano stati progettati per sostenere, e le persone continuano a provare, per giorni, cercando di ottenere i benefici previsti in un momento in cui chiunque altro, ovunque, sta chiedendo la stessa cosa. Alcune nazioni elaborano strategie più intelligenti. L’Olanda e la Danimarca, per esempio, stanno entrambe tentando di mantenere occupate quante più persone possibile sostenendo il 90% dei costi salariali dei datori di lavoro.

Questa strategia si basa sulla politica tedesca del Kurzarbeit, che è stata attuata anche nella crisi finanziaria del 2008, in cui lo Stato ha corrisposto i due terzi dei salari dei lavoratori che avevano subito una riduzione delle ore di lavoro. Questa volta le ore di lavoro sono state ridotte a zero, ma l’obiettivo rimane quello di far sì che i lavoratori rimangano occupati invece di diventare disoccupati. Lo scopo di questa strategia è provare a mettere in pausa l’economia, per poi riavviarla più rapidamente.

Può sembrare una strategia efficace, ma i risultati la stanno già mettendo in crisi nei paesi in cui viene adottata oggi per la prima volta. Nel tentativo di mantenere le persone occupate nel Regno Unito, l’80% degli stipendi dei lavoratori deve essere corrisposto dal governo ai datori di lavoro; eppure, in sole due settimane un milione di persone ha fatto domanda per il credito universale. Si tratta di un aumento vertiginoso, rispetto alla media abituale di 100.000 ogni due settimane. La gente non può, letteralmente, permettersi di aspettare. Ha bisogno di soldi immediatamente.

Chiedersi se gli Stati Uniti avrebbero potuto fare di meglio utilizzando la strategia del Kurzarbeit è però una questione puramente accademica, perché gli USA credono in una strategia completamente diversa – se si può chiamare strategia, invece della sua totale mancanza. Gli Stati Uniti hanno deciso di scaricare la gente in massa nelle liste di disoccupazione, pagando loro un extra di 2.400 dollari al mese oltre agli assegni di disoccupazione che i loro stati di provenienza di solito forniscono. Di seguito si illustrano alcune conseguenze di tale decisione.

Disoccupazione e Robot

In primo luogo, un pesante fardello viene caricato sulle spalle di ciascun individuo: tutti devono recarsi a chiedere il sussidio di disoccupazione. Invece di continuare a farsi pagare dai datori di lavoro, devono tutti fare i salti mortali per dimostrare di meritare l’assegno di disoccupazione. Questo significa crash di siti web e lunghe attese, ma anche un spreco di decine di milioni di ore che avrebbero potuto essere impiegate più produttivamente in qualcos’altro. Significa provare una totale frustrazione per aver compilato moduli su moduli, e aver aspettato ore, o anche giorni o settimane. Significa che le persone vengono respinte perché non si qualificano correttamente, o perché riempiono in modo errato i campi della modulistica.

Tenendo presente tutto ciò, pensate a quante persone sono spinte in questo tritacarne burocratico oggi, e quante saranno spinte a farlo nelle settimane a venire. Negli Stati Uniti, la scorsa settimana, è stato battuto ogni record con 6,6 milioni di persone che hanno presentato domanda di disoccupazione, un numero che a sua volta ha infranto il record di 3,3 milioni della settimana precedente. Prima di allora, il numero più alto registrato in una settimana era stato di 665.000 nel 2009. E anche questa è solo la punta dell’iceberg. Si prevede che al culmine di tutto questo, più di 47 milioni di persone potrebbero presentare domanda di disoccupazione, con tassi di disoccupazione che potrebbero raggiungere il 32%. È difficile rendersi conto dell’unicità di questi avvenimenti. Niente di tutto ciò è mai successo prima.

Questi numeri superano persino quelli della Grande Depressione. Al suo picco, ai tempi, il tasso di disoccupazione raggiunse il 25%, ovvero 11 milioni di persone in cerca di impiego. Questo significa, in termini sia assoluti che relativi, che presto resteranno disoccupate più persone che nel momento più cupo della Grande Depressione. Questa volta, però, il Governo vuole questa situazione. Sta scegliendo la disoccupazione, invece di cercare di mantenere la popolazione occupata.

E non solo gli Stati Uniti stanno cercando di disoccupare un numero più alto di persone rispetto alla Grande Depressione: stanno attivamente creando l’incentivo. Stanno estendendo il sussidio di disoccupazione perché possa essere rivendicato da più categorie di lavoratori, come ad esempio i lavoratori autonomi, e sta pagando come minimo 600 dollari a settimana a tutti coloro che dimostrano di essere idonei a riceverli. Come datore di lavoro, dovendo scegliere tra ridurre lo stipendio dei lavoratori – per cercare di tenerli in azienda – o lasciarli andare in modo che possano ottenere la piena retribuzione (o addirittura un aumento, finanziato con fondi federali), perché si dovrebbe scegliere di tenerli in azienda? Trattenendoli, li fareste vivere peggio. Licenziateli. È questo il messaggio che il Governo degli Stati Uniti sta inviando ai datori di lavoro: licenziate i vostri lavoratori.

E questo cosa significa? Tanto per cominciare, significa la perdita dell’assistenza sanitaria nel bel mezzo di una pandemia. E significa anche una riduzione permanente della partecipazione alla forza lavoro in un modo mai visto prima, perché questa volta è disponibile tecnologia avanzata a costi così accessibili da poter sostituire gran parte della forza lavoro che verrà licenziata. Lo abbiamo visto accadere negli anni successivi al 2009, con meno persone disoccupate, e con una tecnologia non ancora in grado di fare tutto il lavoro che può fare ora – o almeno, se ne era capace già allora, adesso è in grado di farlo a costi molto più bassi.

Nel 2017, pubblicai un articolo sulle realtà dell’automazione in America, e come stiamo già vedendo gli impatti nella nostra forza lavoro sotto forma di polarizzazione delle qualifiche, pressione al ribasso dei salari, aumento dei tassi di suicidio, proliferazione delle forme di lavoro alternativo, aumento dei periodi di disoccupazione, e altro ancora. In quell’articolo, lanciai il seguente allarme su ciò che la prossima recessione avrebbe portato:

“La tecnologia sta diventando sempre più economica, quindi a ogni step elimina sempre più manodopera umana, ed è in grado di automatizzare sempre più manodopera meno qualificata, che a quel punto diventa più costosa delle macchine. Aspettatevi che la prossima recessione faccia perdere il lavoro a più di dieci milioni di persone, e che l’economia si renda conto di non aver realmente bisogno di dar lavoro a queste persone, per produrre ciò che viene prodotto… L’economia, semplicemente, non ha bisogno del numero di persone che attualmente impiega con la tecnologia che abbiamo già a disposizione.”

Quello che sta per accadere è peggio di quanto immaginassi. Le mie proiezioni si basavano su una recessione “tradizionale”. Non ho mai pensato a cosa sarebbe successo se la recessione fosse stata scatenata da una pandemia, e non ho mai pensato che gli Stati Uniti sarebbero stati così scellerati da rispondere incoraggiando i licenziamenti. Ecco cosa succede quando una pandemia alimenta la recessione del XXI secolo: investimenti immediati in automazione. L’automazione era già la scelta migliore per molte ragioni, in primis la riduzione dei costi di produzione e l’aumento della produttività. Ma c’è una qualità dei robot che risalta su tutte le altre, ora che una pandemia mette in pausa la nostra catena di fornitura globalizzata: i robot non si ammalano mai.

La naturale immunità dei robot e del codice alle pandemie potrebbe essere la ragione principale per automatizzare rapidamente quanto più lavoro umano possibile. È stato appena organizzato un sondaggio mondiale, su questo punto, e il risultato dovrebbe inquietarci tutti. Il 41% dei datori di lavoro, in 45 nazioni, sta investendo in automazione intensiva. E non abbiamo ancora visto il picco dell’impatto economico che causerà tutto questo. Quello che oggi raggiunge il 41%, probabilmente aumenterà ancora di più nelle settimane e nei mesi a venire, man mano che le aziende si renderanno conto che il lavoro umano, se si può evitare, dovrebbe essere evitato.

In un’intervista a Vox, Mark Muro del Brookings Institute ha anticipato il futuro con estrema sintesi, dicendo: “Devi partire dal presupposto che tutto ciò che può essere automatizzato, probabilmente adesso verrà automatizzato”. E perché non dovrebbe esserlo? È arrivato il momento di automatizzare tutto il possibile, che stando a un report di McKinsey era il 30% di tutte le mansioni nel 60% dei posti di lavoro, e questo con la tecnologia di cinque anni fa. Il che significa, o 28 ore settimanali invece di 40 per lo stesso numero di lavoratori, o milioni di lavoratori a tempo pieno in meno.

Se avete prestato attenzione alle notizie sull’automazione, avrete notato che tutti coloro che iniziano a utilizzare una nuova forma di automazione affermano immancabilmente di volerla utilizzare per aumentare la loro produttività. Pensate all’uso del tablet nei ristoranti per prendere le comande dai tavoli. La dichiarazione classica è che non licenzieranno nessun cameriere: questa risposta però, che sia in buona fede o meno, equivale a incrociare le dita dietro la schiena. Ecco cosa succede in realtà: quando i lavoratori che non vengono licenziati si dimettono, quelle posizioni non vengono reintegrate. Un’altra risposta comune è quella di ridurre le ore in modo che i lavoratori guadagnino meno alla settimana. Un’altra risposta è una maggiore produttività, ma nessuna assunzione di altri lavoratori per realizzarla – come avrebbero fatto altrimenti.

Aggiungete a questi trend già esistenti 50 milioni di persone disoccupate. Poi aggiungete la consapevolezza che l’automazione permetterà alle aziende di andare avanti, dopo che gli esseri umani saranno lasciati a casa, e di avere meno spese generali – restando così meglio in attività – quando lo faranno. E infine, aggiungete la grave carenza di potere d’acquisto dei consumatori a cui assisteremo quando le aziende potranno di nuovo riaprire. Tutti i disoccupati sono anche dei consumatori, che è l’unica categoria di lavoro che non si può automatizzare. Le macchine saranno pure grandi lavoratrici, ma sono pessimi clienti. E in un’economia basata al 70% sui consumatori, è questo il punto cruciale del problema dell’automazione. Finché la distribuzione delle risorse dipende da chi compra le cose, con l’aumento dell’automazione i consumi diminuiscono. L’economia finisce per divorare sé stessa.

Una società già malata, che sta per peggiorare

Ci sono voluti cinque anni per creare quei posti di lavoro che sono stati distrutti nelle ultime due settimane. Molte di queste persone torneranno al lavoro, ma molte altre no. Quando questa economia ripartirà, non tornerà dove era prima, cioè senza stimoli sufficienti. Lasciata da sola, col nostro set di strumenti esistenti e la nostra attuale dipendenza dall’occupazione per il consumo, ci vorranno ben più di cinque anni per ricreare altrettanti posti di lavoro. È anche possibile che non ci si riesca mai. È molto importante, anche, capire che la ripresa dopo la recessione del 2009 ha richiesto un decennio e si è verificata solo nelle città con più di 50,000 abitanti.

Chi vive nelle piccole città e nelle zone rurali, continua a passarsela peggio del 2008, prima che la crisi cambiasse le loro vite. Ecco perché, prima che il COVID-19 colpisse, c’era già un’epidemia di “morti per disperazione” tra la popolazione bianca senza laurea quadriennale che portava a un calo dell’aspettativa di vita come non si vedeva dalla precedente pandemia del 1918. Si stima che circa 600.000 persone abbiano perso la vita, di proposito o accidentalmente con un eccesso di farmaci, per intorpidire le loro sofferenze economiche. Anche questo si intensificherà negli anni a venire.

I tassi di suicidio sono destinati ad aumentare ancora di più. Lo sappiamo perché l’abbiamo già visto succedere. Uno studio di Oxford del 2014 ha scoperto che tra il 2007 e il 2010 il tasso di suicidio è aumentato del 4,8% negli Stati Uniti. Migliaia di persone si sono tolte la vita a causa della disoccupazione, dei debiti e della perdita della casa. E tutto questo sta per accadere di nuovo. Migliaia di persone moriranno; e ancora una volta per motivi puramente economici, non per COVID-19.

Anche gli abusi aumenteranno, perché la disperazione non alimenta solo l’autolesionismo. Anche i comportamenti abusivi peggiorano. E anche in questo caso, lo sappiamo perché è successo l’ultima volta e lo stiamo già vedendo riemergere. Studiando varie regioni del Paese durante l’ultima recessione, il tasso di traumi cranici infantili legati a comportamenti abusivi è aumentato del 65%. Tre quarti di loro avevano meno di un anno. Il 16% di loro è morto. Un ospedale a Fort Worth, in Texas, ha già visto un picco di abusi su bambini con sette casi di gravi abusi in un giorno e due morti in una settimana, quando di norma si raggiunge quel numero un mese e sei morti in un anno.

Oltre ai bambini, anche le donne subiscono il peso degli abusi. E le richieste di aiuto cominciano già ad arrivare, perché le donne si sentono ancora meno in grado di difendersi, ora che la “scelta” è tra continuare a subire abusi, o rischiare di ammalarsi di COVID-19. La National Domestic Violence Hotline riferisce che un numero crescente di chiamanti afferma che i loro maltrattatori utilizzano COVID-19 come mezzo per isolarle ulteriormente dai loro amici e familiari, e come meccanismo di controllo, minacciando di gettarle in strada facendole ammalare.

Durante il recente lockdown cinese, i casi di violenza domestica sono triplicati. Ed è una risposta “tipica”, non specifica di questa pandemia. Uno studio decennale condotto sia durante la bolla delle Dot-Com che durante la Grande Recessione ha scoperto che “quando gli uomini si sentono più ansiosi e privi di controllo sul loro lavoro e sulla loro sicurezza finanziaria, diventano più propensi ad aumentare il controllo sulle loro partner, a volte fino al punto di abusarne”. Non serve nemmeno la disoccupazione o il calo dei redditi. Basta il timore di questi risultati per passare alla violenza sul proprio partner nelle relazioni intime. Il fattore scatenante è lo stress di una vita insicura in un’economia fragile.

E questa economia non è solo fragile. Si sta sgretolando davanti ai nostri occhi. A New York, le segnalazioni di furto con scasso sono già aumentate del 75%, mentre in Italia i canti dai balconi si sono fermati e i furgoni degli alimentari vengono assaltati. Il nostro mondo ha appena subito un drastico cambiamento, e non tornerà più indietro. Tutti i robot dei miliardari, e tutte le loro risorse umane, non riavvolgeranno il tempo. Nel momento in cui il coronavirus è approdato nel nostro paese, tutto è cambiato. C’è ancora un modo, tuttavia, per uscirne, purché si agisca in tempo. E questa via di uscita è un reddito di base completamente universale, attuato immediatamente.

Un’Immunizzazione Civile Incondizionata

Perché l’UBI (Universal/unconditional Basic Income – Reddito di base universale/incondizionato N.d.T)? Perché UBI è l’unica politica che impatta positivamente su tutte le questioni sopracitate. È un abbattitore della curva. È un vaccino sociale che migliora la salute e riduce la criminalità. È una somma di denaro che raggiunge tutti e non esclude nessuno. È la possibilità di acquistare cibo nei negozi di alimentari e nei mercati contadini, invece di fare affidamento su banchi alimentari sempre più in difficoltà. È sicurezza in tempi insicuri, ed è potere d’acquisto per un’economia basata sui consumatori. È potere contrattuale per i lavoratori e un fondo di sciopero illimitato per i sindacati. È un modo di imbrigliare l’automazione perché faccia crescere l’economia invece di divorarla. È il futuro, e il futuro è arrivato.

In tempi normali l’UBI dovrebbe fungere da base a cui si aggiungono gli stipendi. Ma questi non sono tempi normali, quindi se un UBI “normale” dovrebbe essere di circa 1.000 dollari al mese, un UBI di emergenza dovrebbe operare sia da base che da busta paga. Ed ecco come cambiano le prospettive per il futuro se decidiamo di adottare un UBI di emergenza temporanea di 2.000 dollari per adulto e 1.000 dollari per bambino: nove famiglie su dieci ottengono immediatamente la possibilità di onorare tutte le bollette mensili di base senza ulteriore assistenza. Questo mantiene viva l’economia per i beni e i servizi di base. Con il reddito fornito direttamente dal governo, le imprese potrebbero ridurre i costi del lavoro per sopravvivere. Ciò ridurrebbe la necessità di licenziare i dipendenti, e inoltre impedirebbe a molte aziende di fallire, sostenendo al contempo la spesa dei consumatori in modo più efficiente. In effetti, questa strategia sarebbe un ibrido UBI-Kurzarbeit.

Una sicurezza economica universale di base diffusa nell’economia promuoverebbe un’intera serie di altri effetti. Oltre a dare a tutti i lavoratori essenziali redditi più alti dei disoccupati, invece di redditi pari o addirittura inferiori (grazie agli occupati e ai disoccupati che ricevono entrambi l’UBI), più persone potrebbero permettersi l’autoquarantena. In combinazione con un sistema immunitario più forte, meno persone si contagerebbero con il coronavirus, per poi trasmetterlo. Meno persone sentirebbero lo stress e la disperazione che porterebbero al suicidio o all’abuso di sostanze, o a comportamenti abusivi nel confronti del partner o dei figli. E meno partner sarebbero costretti a subirlo, quell’abuso.

In Kenya, a seguito di un esperimento di reddito di base, il numero di donne picchiate, strattonate o prese a calci dai mariti è diminuito del 51%.

La probabilità di scontri civili violenti diminuirebbe. Liberate dall’insicurezza, più persone sarebbero in grado di concentrarsi su usi più costruttivi del loro tempo piuttosto che preoccuparsi di sopravvivere, come ad esempio fare volontariato per fornire pasti alle persone, o creare maschere fatte in casa, o lavorare su una nuova start-up da lanciare dopo la crisi, o semplicemente passare più tempo di qualità con le loro famiglie. Esperimento dopo esperimento, l’UBI ha dimostrato di migliorare il benessere personale e i tassi di imprenditorialità.

Realizzare l’UBI significa vivere in un’economia capace di rimettersi in moto. La gente avrebbe denaro da spendere nei ristoranti che riaprono, e quel denaro diventerebbe stipendi guadagnati in aggiunta all’UBI che verranno poi spesi altrove per permettere a più imprese di ripartire, e più stipendi da distribuire. UBI significa anche che le macchine, oltre a “rubarci il lavoro”, ci pagano per comprare quello che producono. Questo permette all’automazione di funzionare per tutti noi, soprattutto se l’importo dell’UBI è indicizzato alla produttività.

La nostra scelta del futuro è stata a lungo tra Star Trek o Mad Max, ma pensavamo fosse legata al prossimo decennio. Si sta presentando proprio adesso, invece. O implementiamo l’UBI in modo da andare avanti e superare tutto questo, salvando vite umane e migliorando il nostro benessere, oppure non lo faremo, e la gente morirà in un’ondata storica di sofferenze di massa.

Abbiamo al massimo una manciata di settimane per adottare l’UBI evitando ciò che tuttora è ancora evitabile. Se non lo facciamo, nel peggiore dei casi potrebbe verificarsi un completo crollo sociale in cui un governo evidentemente già a pezzi perderebbe ogni fiducia parte dell’opinione pubblica in generale. Nel migliore dei casi, la pandemia finirà, l’economia ripartirà ma milioni di persone rimarranno disoccupate in un’economia debole, caratterizzata da una disuguaglianza ancora maggiore, più insicurezza, più povertà, più suicidi, più abusi, più criminalità, una peggiore salute e un sogno americano completamente annientato.

Non so come faremo ad arrivarci da dove siamo ora; ma dobbiamo essere creativi, dobbiamo organizzarci, e dobbiamo farlo subito. È giunto il momento di iniziare a chiedere che i nostri rappresentanti al Congresso includano l’UBI nel prossimo disegno di legge. È giunto il momento di iniziare a organizzare uno sciopero generale e un blackout di Internet o qualsiasi altra cosa ci venga in mente, per costringerli a fare ciò che devono fare.

Il tempo è quasi scaduto. Non è ancora troppo tardi, ma non manca molto. Siamo arrivati a un bivio storico. È uno di quei momenti storici in cui scegliamo il nostro cammino. Sceglieremo la distopia o l’utopia? Non c’è una terza via.

Le decisioni che prenderemo adesso influenzeranno il destino di decine di milioni di esseri umani, che forse non conosceremo e non incontreremo mai, ma sono i nostri fratelli e sorelle in quella grande famiglia che è la nostra civiltà.

Appiattire la curva non è sufficiente. Dobbiamo finalmente riconoscere ciò che Martin Luther King Jr. ha descritto come “la nostra ineludibile rete di mutualità”. È tempo di costruire un nuovo contratto sociale che sollevi tutte le barche e non lasci nessuno indietro. Il vecchio contratto sociale, o i brandelli che ne restavano, è morto di COVID-19.

Sta a noi scrivere e firmare il nuovo contratto sociale, e iniziare a viverlo nel futuro che costruiremo da oggi in poi.

Un’ultima considerazione: disastri come questo abbassano le nostre aspirazioni. Uno studio sulle devastanti inondazioni del 2010 in Pakistan, e la risposta della popolazione ad esse, ha rilevato che le inondazioni hanno ridotto drasticamente le loro aspirazioni per il futuro – ma non tra coloro che nei tre anni successivi hanno ricevuto aiuti per le inondazioni sotto forma di denaro contante, senza condizioni, equivalente a circa il 10% della spesa annuale delle famiglie.

Le aspirazioni ridotte sono la differenza tra lo sforzo di raggiungere l’impossibile e l’impotenza frutto della disperazione. Un’America post-pandemica senza UBI riuscirà al massimo a sostituire il coronavirus con una diffusa disperazione sociale. Un’America post-pandemica con l’UBI non solo potrà vaccinarsi contro quella piaga, ma anche andare oltre il semplice tentativo di sopravvivere, per cercare finalmente di prosperare.

La speranza è ciò che ci fa andare avanti, e la mia speranza è che un disastro di queste dimensioni ci insegni una lezione che non dimenticheremo su quegli eventi improvvisi, di cui nessuno ha colpa, e che cambiano per sempre il corso delle nostre vite – quegli eventi, insomma, che noi chiamiamo disastri.

E un disastro, la povertà, lo è sempre stata.

 

Articolo di Scott Santens pubblicato su Vocal 
Traduzione italiana di Michele Gianella. Revisione di Silvia Allone.

image_pdfScarica la pagina in PDFimage_printStampa la pagina