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di Ignazio Corrao – Sotto l’ombrello della nuova Via della seta cinese vanno gli investimenti di quello che è stato ribattezzato da molti come il nuovo (e più ambizioso) piano Marshall del XXI secolo. Un piano davvero imponente e senza precedenti, che sta nettamente spingendo gli equilibri di potere a favore della Cina.

La Belt and road initiative (BRI), ovvero «la nuova Via della seta», è il progetto lanciato dalla Cina che ormai è diventato il fiore all’occhiello dell’ambiziosa politica estera dell’era del presidente Xi Jinping.

Il piano prevede la costruzione di porti, ferrovie, autostrade, gasdotti e oleodotti, per un totale di investimenti che dovrebbero prevedere, secondo il Financial Times e il The Guardian, circa 830 miliardi di dollari solo per i progetti che sono già sulla carta. E gli investimenti sono perlopiù in asset strategici come infrastrutture e energia.

La BRI è stata definita solo a grandi linee e si è evoluta molto da quando è stata lanciata, rendendo le stime esatte difficili (se non impossibili).

Ciò nonostante, l’American Enterprise Institute (AEI) e l´Heritage Chinese Global Investment Tracker (che tiene traccia delle costruzioni e degli investimenti cinesi in tutti i settori), sono riusciti a stimare l´investimento totale cinese in circa 340 miliardi di dollari nel periodo 2014-2017. Cifre esorbitanti.

E’ evidente che si tratti di un piano globale, un mix di politica estera e strategia economica volto a creare una rete che già coinvolge più di 70 paesi fra Asia, Africa e America Latina, oltre che alcuni paesi europei sul confine orientale.

Si possono individuare due possibili chiavi di lettura di questa strategia, dipendendo dalla prospettiva dell’osservatore: la prima, dal punto di vista dei paesi desiderosi (e bisognosi) del finanziamento della Cina, accoglie questa iniziativa come una enorme possibilità in termini di fonte di investimenti nelle infrastrutture tra la Cina e l’Europa attraverso il Medio Oriente e l’Africa; ad avvalorare la tesi troviamo anche il Fondo Monetario Internazionale (FMI), secondo il quale la “BRI ha un grande potenziale per la Cina e per i paesi partecipanti. Potrebbe colmare lacune infrastrutturali di grandi dimensioni e di vecchia data nei paesi partner, aumentando le loro prospettive di crescita, rafforzando le catene di approvvigionamento e il commercio e aumentando l’occupazione”.

Dalla parte dei detrattori troviamo invece coloro i quali più lucidamente vedono in questa strategia un sinistro progetto per creare un nuovo ordine mondiale in cui la Cina sarà l’attore dominante.

La BRI viene vista da molti come una strategia volta a far sì che aziende controllate o finanziate dallo Stato cinese assumano il controllo del settore bancario, energetico e di altre catene di approvvigionamento e asset strategici in paesi terzi, nel caso dell’Europa non trattando con l´UE ma direttamente con i singoli Paesi. Questa strategia é caratterizzata dalla conclusione di accordi bilaterali con i vari Paesi (i cosiddetti Memorandum of Understanding) su competenze che invece sarebbero comunitarie, bypassando di fatto l’Unione europea.

In questo programma infrastrutturale, infatti, si rileva un forte squilibrio e un’assenza di reciprocità tanto a livello normativo (le aziende cinesi possono investire, acquisire o entrare nella gestione delle infrastrutture europee, mentre nessuna azienda europea può investire in un’azienda di stato cinese), quanto a livello commerciale (il volume di vendite cinesi risulta nettamente superiore agli acquisti e la manodopera locale europea non é quasi mai coinvolta).

Le ingenti somme raccolte dalle aziende cinesi sono in contrasto con la retorica ufficiale secondo cui la Belt and Road è aperta alla partecipazione globale e suggeriscono che l’iniziativa è anche motivata da fattori diversi dal commercio, come la necessità della Cina di combattere l’eccesso di capacità produttiva in casa.

In Europa, Ungheria, Romania e Repubblica Ceca hanno già firmato l’accordo bilaterale.

Per i Paesi più piccoli e deboli è infatti molto difficile resistere alla tentazione degli investimenti cinesi. È il caso, in particolare, dei governi che versano in situazioni di crisi economica, i quali faticano a rifiutare la possibilità di beneficiare di acquisizioni estere che, nel breve periodo, possono salvare aziende e posti di lavoro. C’è da chiedersi piuttosto quali saranno le conseguenze nel lungo periodo.

Il vero problema sta nel fatto che tra i Paesi coinvolti nella nuova Via della seta si sta sviluppando uno sfavorevole grado di dipendenza da una Cina creditrice. Sarebbero in particolare 23 i Paesi del mondo che corrono questo rischio, di cui otto in maniera grave. Secondo un rapporto del Centro statunitense per lo sviluppo economico, infatti, Gibuti, Kirghizistan, Laos, Maldive, Mongolia, Montenegro, Pakistan e Tajikistan sarebbero già finanziariamente dipendenti da Pechino.

Le economie più deboli stanno sostanzialmente usando i fondi prestati a vario titolo dalla Cina per costruire progetti infrastrutturali strategici.

E il rischio di non riuscire a ripagare i debiti mette i governi in una posizione in cui sono costretti a cercare un accordo con le autorità cinesi: riduzione del debito in cambio della gestione delle infrastrutture per decine di anni.

Le 8 nazioni sopracitate, ovvero quelle colpite in maniera grave, sono tra le più povere delle rispettive regioni e potrebbero dovere alla Cina, in un futuro molto prossimo, più della metà del loro debito estero.

I critici sostanzialmente temono che la Cina possa usare la “diplomazia della trappola del debito” per estrarre concessioni strategiche e acquisizioni – come le dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale o il silenzio sulle violazioni dei diritti umani. Nel 2011, ad esempio, secondi il The Guardian, la Cina ha cancellato un debito non divulgato dovuto dal Tagikistan in cambio di 1.158 km quadrati di territorio conteso.

Vi è altresì la preoccupazione diffusa che l’espansione della presenza commerciale cinese in tutto il mondo alla fine possa tradursi in una maggiore presenza militare. L’anno scorso, per esempio, la Cina ha stabilito la sua prima base militare d’oltremare a Gibuti. Gli analisti dicono che quasi tutti i porti e le altre infrastrutture di trasporto in costruzione possono all’occorrenza avere il duplice uso sia per scopi commerciali che militari. Analisi da non sottovalutare.

Una Cina quindi grande con i piccoli e astuta con i grandi, dove nulla è lasciato al caso e dove quasi tutti stanno giocando al loro gioco, consapevoli o meno poco importa.

La Nuova via della Seta del presidente Xi Jinping ha sostanzialmente colmato il vuoto della mancata concessione da parte dell’occidente di crediti e infrastrutture alle nazioni più povere, in particolar modo nell’Asia Sud-orientale.

E infatti non è un caso che siano già state costituite due banche che metteranno a dura prova anche l’egemonia della Banca mondiale: la Banca per gli investimenti nelle infrastrutture asiatiche (Aiib) e la Banca per lo sviluppo asiatico (Adb).

Stiamo quindi parlando di qualcosa di molto più grande di quello che sembra. Stiamo parlando di una strategia silenziosa e lungimirante di egemonia culturale, economica, commerciale e geopolitica, che quando giungerà a maturazione, sarà tanto invasiva quanto irreversibile.