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di Chimamanda Ngozi Adichie – C’è qualcosa che io chiamo: “il pericolo della storia unica.”

Sono cresciuta in Nigeria. Sono stata una lettrice precoce. E da bambina leggevo libri per bambini britannici e americani. Sono anche stata una scrittrice precoce. E quando ho iniziato a scrivere, più o meno all’età di sette anni, scrivevo storie come quelle che leggevo. Tutti i miei personaggi erano bianchi, con gli occhi azzurri. Giocavano nella neve. Mangiavano mele. E parlavano molto di quanto era bello che fosse uscito il sole.

Questo nonostante non fossi mai uscita dalla Nigeria. Non c’era la neve. Mangiavamo manghi. E non parlavamo mai del tempo, perché non c’era bisogno. Siamo molto impressionabili da bambini. Avevo solo libri stranieri e mi ero convinta che i libri, per loro natura, dovessero avere personaggi stranieri, che solo gli stranieri potevano girare il mondo e vivere storie incredibili. Avevo una storia unica riguardo ai libri.

Anni più tardi, quando scoprii i libri africani, tutto cambiò.

Vengo da una famiglia nigeriana di classe media. Mio padre era un professore. Mia madre era una direttrice. E avevamo un aiuto domestico che veniva dai villaggi rurali. Si chiamava Fide.

Mia madre mandava riso e i nostri abiti vecchi alla sua famiglia. Mi diceva di finire la mia cena, perché la gente povera come Fide, spesso non mangia. La famiglia di Fide mi faceva veramente pena.

Poi, un sabato andammo in visita al suo villaggio. E sua madre ci mostrò un cestino con bellissime decorazioni fatto da suo fratello. Io mi sorpresi molto. Non avevo mai pensato che potessero produrre qualcosa. Tutto ciò che avevo sentito di loro era quanto erano poveri, ed era diventato impossibile, per me, vederli come qualcos’altro. La loro povertà era la mia unica storia su di loro.

Anni dopo, andai all’università negli Stati Uniti. Avevo 19 anni. La mia coinquilina americana fu scioccata da me. Mi chiese dove avevo imparato così bene l’inglese e andò in confusione quando le dissi che in Nigeria l’inglese era una lingua ufficiale. Mi chiese se poteva ascoltare quella che lei chiamava la mia “musica tribale” e fu quindi molto delusa quando le mostrai la mia cassetta di Mariah Carey.

Mi colpì molto questo: le facevo già pena ancor prima che mi incontrasse. La mia coinquilina aveva una storia unica dell’Africa.

Devo dire che prima di andare negli USA, non mi consideravo africana, mi consideravo Nigeriana. Non ero mai stata in altre nazioni africane. Quando si parlava di Africa, la gente guardava subito me, in attesa che io sapessi tutto. Come se gli italiani conoscessero piatti tipici e tradizioni del Nord della Danimarca. Probabilmente non ne avete mai sentito parlare.

Un giorno all’università, consegnammo uno scritto, e il professore mi disse che il mio romanzo non era “autenticamente africano.”

Forse non avevo scritto un granché, ma non avrei mai pensato che il mio romanzo non fosse riuscito a raggiungere qualcosa come l’autenticità africana. Non sapevo proprio cosa fosse. Il mio professore mi disse che i miei personaggi erano troppo simili a lui, un uomo colto e di classe media. I miei personaggi guidavano automobili. Non morivano di fame. Quindi, non erano autenticamente africani.

Allora non riuscivo ancora a capire, ma poi accadde qualcosa.

Qualche anno fa, sono andata in Messico, dagli USA. A quel tempo c’era un grande dibattito riguardo all’immigrazione, e in America, immigrazione è sinonimo di messicani. C’erano infinite storie di messicani ritratti come persone che spillavano soldi al sistema sanitario, che attraversavano i confini di nascosto, che venivano arrestate al confine, questo genere di cose.

Ricordo il mio primo giorno in giro per Guadalajara, osservavo la gente che andava al lavoro, che preparava tortillas al mercato, che fumava e rideva. Ricordo di aver sentito, all’inizio, una leggera sorpresa. E poi, fui sommersa dalla vergogna. Mi resi conto che ero stata così immersa nella copertura mediatica dei messicani, che nella mia mente erano diventati solo una cosa, l’immigrato spregevole. Avevo creduto alla storia unica sui messicani, e non avrei mai potuto provare più vergogna di così. Ed ecco quindi come si crea una storia unica, mostrate un popolo come una cosa, come solo una cosa, più e più volte, ed è così che essi diventeranno questa cosa.

Tratto da TEDGlobal 2009
Translated by Paola Natalucci
Reviewed by Teda Kokoneshi

 

L’AUTORE


Chimamanda Ngozi Adichie è una scrittrice nigeriana di etnia Igbo. Grazie al libro Ibisco viola, nel 2005, ha vinto il Commonwealth Writers’ Prize per la categoria First Best Book. Nel 2009 ha ricevuto in Italia il premio internazionale Nonino con Metà di un sole giallo. Nell’aprile 2015 è stata inserita nella lista delle 100 persone più influenti del mondo dal TIME.