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“Lo scontro interno alla Procura milanese (con il connesso scandalo expo) fra il Procuratore Bruti Liberati (di Magistratura democratica) e il suo aggiunto Robledo (di Magistratura indipendente) ha posto sotto gli occhi di tutti il problema dell’organo di autogoverno della Magistratura e del suo rapporto con la politica. Questione assai attuale, anche perché, il 31 luglio l’attuale Consiglio Superiore della Magistratura scadrà e, alcune settimane prima, occorrerà procedere dei membri eletti dal Parlamento nel suo seno. Il Csm è un’istituzione poco osservata dalla stampa – salvo poche occasioni come quella attuale- e di cui l’opinione pubblica sa poco e si interessa meno. Invece, si tratta di uno dei meccanismi più delicati ed importanti della nostra architettura di potere. Esso presiede ai concorsi per l’assunzione dei magistrati, ne decide promozioni, trasferimenti, sanzioni disciplinari, nomina i responsabili dei Tribunali, delle Procure, delle Corti d’Appello ecc.
La Costituzione prevede che l’organo, presieduto dal Capo dello Stato, sia composto per 2/3 da magistrati eletti dai propri colleghi (più il Presidente della Corte di Cassazione e quello del Consiglio di Stato, che ne fanno parte di diritto) ed per 1/3 dal Parlamento in seduta comune. L’Assemblea Costituente così volle per assicurare l’indipendenza della magistratura (nessun altro paese assegna ai magistrati una quota così alta del loro organo di governo), temperandola, però, con quel terzo di membri detti “laici” di derivazione parlamentare. La legge istitutiva (l. 195/1958) ha stabilito che per l’elezione sia necessario avere i 3/5 dei voti dei componenti del Parlamento in seduta comune (quindi considerando anche gli assenti e gli astenuti) nelle prime due votazioni e dei 3/5 dei soli votanti dalla terza votazione in poi. Un quorum insolitamente alto, motivato dall’esigenza di assicurare una selezione particolarmente accurata, attraverso la convergenza delle forze politiche su nomi di alto prestigio. Il legislatore ha inteso in questo modo sia impedire che la maggioranza di governo si appropri di tutti i seggi, sia evitare che potesse esserci un rapporto troppo stretto fra ciascun eletto e i singoli partiti. Infatti, se lo spirito fosse stato quello di assicurare ad ogni partito un “proprio” rappresentante nel Csm, sarebbe stato sufficiente stabilire che la scelta fosse fatta con metodo proporzionale. Dunque, un quoziente volutamente alto per garantire l’indipendenza degli eletti che, in questo modo, non avrebbero particolari “debiti di riconoscenza” verso qualcuno.
Ma, si sa che in Italia le cose si programmano in un modo e poi si fanno in un altro. Per cui si è stabilita una prassi parlamentare per la quale ciascun partito ha il suo (o i suoi) candidato del cuore, e i seggi si spartiscono. La legge 44/2002, che ha modificato quella istitutiva, stabilisce che il numero del plenum del Csm sia di 24 componenti elettivi di cui 16 togati ed 8 “laici”. Per cui la prassi corrente prevede 5 seggi alla maggioranza e 3 all’opposizione, poi ulteriormente suddivisi fra i singoli partiti. Quindi, il contrario dello spirito della Costituzione, che voleva candidati indipendenti e non rappresentanti di partito con tanto di targa (si tenga presente che possono essere eletti avvocati cassazionisti e docenti ordinari di materie giuridiche). E, in questo modo, i membri di nomina parlamentare sono diventati puri e semplici rappresentanti di partito all’interno del Consiglio.
Tutto questo ha provocato un crescente malcostume dando luogo a veri e propri “gruppi consiliari” composti dai rappresentati dei partiti alleati alla corrente di magistrati più affine (Pd-Magistratura democratica/ Fi-Magistratura indipendente/ “moderati”-Impegno Costituzionale e così via). Il Csm è diventato un “carrierificio per meriti di corrente”, nel quale non hanno alcun peso i reali meriti professionali dei magistrati ma conta solo il rientrare nella spartizione fra partiti e correnti della magistratura. Come ci ha recentemente ricordato Bruti Liberati che rinfacciava a Robledo: “Se sei in quel posto lo devi ai voti di Md”. Questo ha vanificato anche la funzione disciplinare del Consiglio, che manda assolti oltre il 95% dei magistrati deferiti per questa o quella inadempienza: l’eventuale “incolpato” può immediatamente contare sul pacchetto di voti della sua corrente di appartenenza con relativi membri partitici, poi magari il mercato fra gruppi assicurerà la maggioranza necessaria al proscioglimento.
E non parliamo, per carità di patria, dei concorsi per l’ingresso in magistratura e del ruolo delle scuole di preparazione al concorso. La cui iscrizione può costare anche 5-7 mila euro…
Ovviamente, la scelta dei candidati di partito, spetta gelosamente al vertice supremo di ciascuno di essi che si degnerà di comunicare la decisione ai gruppi parlamentari, che approveranno a scatola chiusa, vincolando tutti alla disciplina di partito La volta scorsa, erano candidati del Pd l’avv. Guido Calvi e il prof. Claudio Giostra e, siccome alcuni parlamentari (fra cui Ignazio Marino, Felice Casson e Rosa Calipari) dichiaravano il loro dissenso, Bersani ricordò a tutti che “non erano accettati comportamenti di voto difformi” dall’indicazione ufficiale. Amen.
Nella stessa tornata venne eletto per la Lega anche l’avv. Matteo Brigandì (difensore di fiducia di Umberto Bossi e di tutti i maggiori dirigenti della Lega). Dopo qualche tempo emersero dei precedenti penali ed altri in corso al momento dell’elezione (peraltro tutti conclusi favorevolmente all’avvocato), ma soprattutto che l’interessato non si era dimesso quale amministratore della Fin Group, per cui il Plenum del Csm ne decise la decadenza per incompatibilità. Vicenda certamente sgradevole, che non ha giovato al prestigio dell’istituzione ma che si sarebbe potuto tranquillamente evitare, se ci fosse stato un accertamento preventivo degli uffici parlamentari sulla candidabilità dell’uomo. Ma la prassi consolidata prevede che le candidature vengano comunicate da ciascun partito solo poche ore prima del voto, per cui ogni controllo è impossibile e non c’è nessuna trasparenza sui criteri di scelta.
Tutto questo non è più sopportabile e si avverte il bisogno di una maggiore trasparenza. La soluzione migliore sarebbe quella dell’elezione da parte di un Senato delle garanzie della Repubblica (ma non sto a ripetere quanto ho scritto qualche settimana: “Si può fare un Senato nemico della Casta?” 2 aprile). In attesa di una riforma del genere, qualcosa si può fare già ora. Ad esempio sarebbe il caso di chiedere alla Boldrini (Presidente del Parlamento in seduta comune) sia un dibattito parlamentare sul problema e sul modo di superare questa situazione, ma prima ancora, si può obbligare al deposito delle candidature di chiunque ne abbia i titoli richiesti, un mese prima con relativo curriculum, in modo che gli uffici possano accertare prima la reale candidabilità degli interessati e che possa esserci una pubblica discussione di merito sui singoli candidati.
Il M5S potrebbe invitare quanti intendano ottenere il suo appoggio parlamentare ad avanzare la propria proposta con relativo cv da pubblicare sul sito beppegrillo.it, sottoponendo tutto al voto degli aderenti al MoVimento come fu fatto per la Presidenza della Repubblica. Vedremo quante altre forze politiche avranno il coraggio di fare altrettanto.” Aldo Giannuli