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Il Blog di Beppe Grillo
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Il tabù dell’immigrazione

beppegrillo.it - Agosto 20, 2006

La parola immigrazione è un tabù. Qualcosa di cui si deve parlare in modo ‘politically correct’ per non passare da razzisti. L’immigrato ha, per definizione, bisogno di aiuto e cerca in Italia la sopravvivenza. Il ministro Ferrero ha dichiarato: “…bisogna mettere in campo una strategia articolata. Prima di tutto dobbiamo facilitare gli ingressi legali nel nostro Paese”, e: “nel continente africano ci sarebbero trenta milioni di giovani, di età compresa tra i 18 e i 25 anni, pronti a lasciare casa e affetti”, infine: “ sono loro che vengono a fare lavori che spesso gli italiani non vogliono più fare… oggi dobbiamo capire di essere diventati un Paese di immigrazione”.
Queste dichiarazioni sono irresponsabili, anche se “electorally correct” per il partito del ministro Ferrero. L’Italia è ancora un Paese di emigrazione. Una volta emigravano i contadini, oggi i laureati. L’Italia ha una densità di abitanti per territorio tra le più alte del mondo. In confronto gli Stati Uniti sono spopolati e l’Africa deserta. Non è vero che gli italiani non vogliono più fare “certi lavori”, ma quali sono questi lavori?
Le migliaia di mail che ho ricevuto nei post “Schiavi moderni” testimoniano il contrario. Descrivono una generazione di italiani pagata qualche centinaio di euro al mese o disoccupata. Ragazzi e ragazze che accetterebbero di corsa quei “certi lavori”, ma in condizioni di sicurezza e con uno stipendio dignitoso. Ma i “certi lavori” forse sono quelli delle fabbrichette che importano mano d’opera sotto pagata e scaricano i costi sociali sulla comunità. E avvantaggiano i padroncini, non l’economia italiana.
Ferrero cita ragazzi che vogliono emigrare in Paesi ricchi, non famiglie. Ma ragazzi così nel mondo ce ne sono centinaia di milioni. Quanti Cpt sono necessari per ospitarli? La casa del ministro è abbastanza capiente? Questa demagogia è pericolosa.
I flussi migratori vanno gestiti all’origine. Le nazioni più sviluppate dovrebbero destinare una parte del loro Pil, almeno quanto spendono in armi, magari al posto delle armi, per aiutare i Paesi poveri. Distribuire la ricchezza nel mondo per non importare schiavi e instabilità sociale.

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