Condividi

In Italia non paga più nessuno. Non la PA alle aziende i loro crediti, ma ne pretende in anticipo le tasse. Non tra azienda e azienda per mancanza di liquidità in un circolo vizioso in cui nessuno alla fine paga più nulla. Le banche non mollano un euro alle imprese e preferiscono investire in titoli o in speculazioni finanziarie. Provate a farvi dare un fido o un’apertura di credito. Lo avrete solo se non avete bisogno, mettendo in cambio però le vostre garanzie personali. La mancanza di soldi è come la mancanza di ossigeno. Le aziende chiudono per asfissia e molte addirittura non pagano o rimandano il pagamento degli stipendi. Nel frattempo, come dice CiccioBomba, il premier con la mano in tasca, le famiglie italiane si sono arricchite. L’Italia si sta deindustrializzando, si sta trasformando in un deserto. Le tasse non bastano più, (non basteranno mai) a coprire le ruberie del Sistema e il debito pubblico sta diventando uno tsunami. Già, ma chi lo ha creato il debito pubblico se non la corruzione per cui le Grandi Opere e anche quelle piccole oltre che inutili costano fino al doppio di quelle europee? E chi è responsabile dello sfacelo attuale se non i partiti? Tutti a casa, ma prima in galera.

“In Italia ben 3.400.000 imprese, pari al 76 per cento del totale nazionale, soffrono di problemi di liquidità riconducibili al ritardo nei pagamenti. A seguito dei mancati incassi, le perdite hanno toccato i 35 miliardi di euro: 1.700.000 imprese (il 39 per cento del totale) hanno segnalato che a causa di questa criticità non hanno potuto effettuare assunzioni, mentre 900.000 aziende (pari al 20 per cento) hanno valutato la possibilità di licenziare in ragione di problemi conseguenti al ritardo dei pagamenti. Infine, 700.000 imprese (pari al 15 per cento del totale nazionale) si trovano sull’orlo del fallimento. Questi risultati si riferiscono al sentiment degli imprenditori rilevato nel 2014 e sono il frutto di un’elaborazione realizzata dall’Ufficio studi della CGIA sulla periodica indagine conoscitiva condotta a livello europeo da Intrum Justitia.
“Le cause di queste criticità – segnala il segretario della CGIA Giuseppe Bortolussi – vanno ricercate nei tempi medi di pagamento effettivi presenti in Italia che intercorrono nelle transazioni commerciali sia tra imprese e Pubblica amministrazione (Pa), sia tra imprese private. Nel primo caso, i giorni medi necessari per il saldo fattura sono 165; nel secondo caso, invece, si arriva a 94 giorni. In entrambe le situazioni siamo maglia nera quando ci confrontiamo con i nostri principali partner dell’UE”.
Sebbene il decreto legislativo n° 192/2012, che recepisce la Direttiva europea contro i ritardi nei pagamenti, sia entrato in vigore da due anni, la situazione non è cambiata molto. Per legge il committente deve pagare il fornitore entro 30 giorni dal ricevimento della merce o dall’emissione della fattura. Salvo accordi tra le parti, il pagamento può slittare sino a 60 giorni e, in casi eccezionali, superare anche quest’ultima soglia. Si auspicava che, finalmente, si fosse stabilito un principio fondamentale: chi lavora deve essere pagato in tempi certi e ragionevoli. Purtroppo, nonostante una leggera riduzione dei tempi medi, rimaniamo i peggiori pagatori d’Europa sia nel pubblico sia nel privato.
Tenendo conto della contrazione nell’erogazione del credito avvenuta in questi ultimi anni, del livello di tassazione che rimane ancora elevato e della dilatazione dei tempi con i quali le imprese (soprattutto quelle di piccola dimensione) vengono pagate dai propri committenti, non sorprende il fatto che molte attività si trovino in seria difficoltà.
“Settecento mila imprese hanno denunciato che, a seguito dei mancati pagamenti, sono a rischio chiusura: pertanto – prosegue Bortolussi – è necessario rivedere la legge attualmente in vigore, rendendo più stringenti le sanzioni contro coloro che deliberatamente non rispettano i tempi di pagamento. Fortunatamente – conclude Bortolussi – grazie all’introduzione dell’Iva per cassa, che dal mese di dicembre del 2012 consente alle aziende con un fatturato annuo inferiore ai 2 milioni di euro di versare l’Iva allo Stato solo dopo il pagamento avvenuto, le piccole imprese hanno uno strumento in più per difendersi in questa fase economica così difficile. Ovviamente, tutto ciò non basta”.
Infine, la CGIA ritorna sullo stato di attuazione del pagamento dei debiti della nostra Pa. Gli ultimi dati disponibili sul sito del Ministero dell’Economia e delle Finanze sono riferiti al 30 ottobre 2014 e ci segnalano che i debiti pagati dallo Stato e dalle Autonomie locali ammontano a 32,5 miliardi di euro. Se consideriamo che nell’ultimo biennio sono stati messi a disposizione circa 56,3 miliardi di euro, l’incidenza dei pagamenti effettuati sul totale delle risorse stanziate è pari al 57,7 per cento. Peccato che lo stato di aggiornamento del sito sia però in forte ritardo: era prevista una nuova diffusione di dati per lo scorso 30 novembre, ma a distanza di un mese e mezzo non è stata ancora effettuata. Alla CGIA si chiedono: “Per quale ragione?”” CGIA di Mestre

Cerca il banchetto per firmare contro l’euro più vicino a te cliccando su questa mappa:

PS: Il tuo contributo per il referendum sull’uscita dall’euro è importante:
organizza il tuo banchetto e segnalalo su questa mappa (che sarà in continuo aggiornamento)
scarica, stampa e diffondi i volantini informativi (1. Motivi per uscire dall’euro 2. Domande Frequenti sull’euro)
– fai conoscere a tutti i tuoi contatti questo nuovo sito sul referendum http://www.beppegrillo.it/fuoridalleuro