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«Dubito seriamente che un mio ipotetico antenato a bordo di una nave negreria, nei rari momenti di ozio tra uno stupro e una razione di frustrate, im­merso fino alle ginocchia nelle proprie feci, giustificasse tutto questo pensando che, in ultima analisi, valeva la pena di tollerare generazioni di assassinii, dolori e sofferenze insopportabili, tormenti mentali e malattie dilaganti, perché un giorno il proprio bis-bis-bis-bisnipote avrebbe avuto il wi-fi, sia pure con un segnale molto lento e intermittente». Da “Lo Schiavista” di Paul Beatty, autore statunitense, vincitore del prestigioso Man Booker Prizer 2016.

di Beppe Grillo – Lo Schiavista (edito da Fazi Editore) è un libro folle, sarcastico, irriverente, così come l’autore, che ha risposto ad alcune mie domande.

Il tuo libro,”Lo schiavista”, ci fa ridere dalle risate e ci fa capire qualcosa di più sulla questione  razziale americana come pochi altri libri. Tutte le situazioni grottesche e paradossali ci mostrano che i pregiudizi razziali sono ancora saldamente radicati negli USA. Com’è la situazione negli Stati Uniti oggi, dopo Obama? Il razzismo è ancora presente in ogni strato della società americana?

Mentre il libro è ambientato in America, e ricontestualizza la storia americana, non è limitato all’America, non è un termometro che misura il clima razziale americano, ma vuole andare oltre e cerca di guardare più avanti. Non viaggio spesso e non conosco affondo il mondo, ma come ha detto Bob Dylan,”Non c’è bisogno di un meteorologo per sapere che vento soffia”.

È cambiato qualcosa con Donald Trump o è sempre lo stesso? Pensi che qualcosa cambierà?

E’ difficile rispondere a queste domande. Sicuramente qualcosa è cambiato. Qualcosa cambia ad ogni elezione, ma non so ancora dire se questo riguarda più la politica o la prassi. Lo Zeitgeist americano è diverso e in qualche modo uguale a prima. Più che altro è tornato, sembra che l’America sia tornata in qualche modo quella di qualche tempo fa.
Il mese scorso Obama ha detto:”Dobbiamo coltivare un terreno fertile per la democrazia, altrimenti le cose possono crollare rapidamente. Già abbiamo visto società dove questo è accaduto”. Per me Obama sta parlando di come la democrazia e i diritti civili siano fragili. Trump non è un fascista,  ma l’ex presidente ci sta forse suggerendo che potrebbe essere un precursore del fascismo. Posso parlare solo in veste di osservatore, ma si presume sempre che la democrazia e il capitalismo siano forze della natura, immutabili come la gravità e l’elettromagnetismo.  E, anche se odio dare credito a Trump, egli – come Obama e molti altri passati, presenti e futuri – si è reso conto che molte delle tante problematiche che ci affliggono non sono state risolte. Trump pensa di coltivare la democrazia eliminando tutte le piante che non gli piacciono con quelle a lui più congeniali. Obama, invece, ha continuato a suggerire che il modo migliore per costruire un mondo più democratico e prevenire il nazionalsocialismo sia quello di “informarsi e votare”. Quindi la vera domanda dovrebbe essere un’altra, del tipo: “È cambiato qualcosa su come l’America vede la democrazia”? Sono preoccupato per le persone che attualmente pensano che Trump sia uno scherzo passeggero. Queste persone pensano che i fini giustificano ogni mezzo, una mattina si sveglieranno improvvisamente e ci sarà un nuovo vento a soffiare, forse un vento che non gli piacerà.

Non trovi ironico essere considerato il primo americano a vincere il Man Booker Prize con un libro sul razzismo? 

Non è un libro sul razzismo o almeno non più. E’ un libro su Los Angeles, sull’intransigenza della memoria e sul nostro assurdo bisogno di credere nell’assoluto. Se dovessi riassumere la trama potrei sintetizzarla in: un ragazzo (nero) incontra una ragazza (il sogno americano), la perde, la rimpiange e continua ad inseguirla ancora perché ha bisogno di essere punito.

Sul mio blog, pongo sempre ai miei ospiti una domanda sul futuro: come lo immagini tu?

Non lo immagino mai, ma nonostante tutti i miei sforzi per evitarlo, finisco per non fare altro.

Lo schiavista