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Giorgio Napolitano ha fatto il discorso di fine anno a reti unificate. Tutti i telegiornalisti lo hanno commentato. Nei passi salienti. Quelli che erano sfuggiti a chi si era addormentato. E poi hanno riportato le dichiarazioni di sostegno dei partiti, stile Ridolini, dieci secondi a testa. Un signore di ottanta anni ci ha parlato del nostro futuro con parole arcaiche. Con termini, mi scusi l’impertinenza, da maestrino dalla penna rossa. Ma non è colpa sua. E’ colpa dell’età. E’ colpa del ruolo istituzionale. Una volta che ce l’hai, se non ti chiami Pertini, vieni imbalsamato in vita. Presidentedellarepubblica/delconsiglio/leaderdell’opposizione fanno insieme circa 220 anni. Una grande esperienza jurassica. Il trionfo della gerontocrazia. Dopo l’URSS di Breznev solo l’Italia.
Il quadro clinico degli anziani in Parlamento è all’ordine del giorno. La prostata di Bertinotti, il cuore di Amato, il cervello dello psiconano. Un dossier medico completo. L’ospizio di Montecitorio non può contenere i sogni dei giovani. Al massimo qualche conflitto di interesse. I giovani sono fuori dalla porta. Fanno i precari. Emigrano. Vivono della pensione dei genitori. Sopravvivono per mantenere lo status quo delle generazioni precedenti. Chi non pensa al futuro non potrà averne uno. Ma chi è vecchio non ci pensa e chi è giovane non può farlo. Il mio augurio per il nuovo anno è di sentire parole nuove, vedere persone nuove, gustare sapori nuovi, di una libertà vera, che in Italia è solo finzione.
Il mio augurio è che le nuove generazioni prendano in mano l’Italia. E prepensionino questa classe politica, questi finanzieri azzimati, questi burocrati superpagati. Quelli che hanno trasformato un’Italia industriale, in cui si poteva scegliere tra Telettra, Italtel, Fiat, Telecom, Olivetti e cento altre aziende, in fabbrica di call center.
L’Italia sta invecchiando. E’ percorsa da pensieri vecchi. Auguro ai giovani un pensiero stupendo. Rottamare e ripartire. RESET!