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di Carla Ruocco – Negli ultimi anni la finanza ha subito un’evoluzione: questa trasformazione è stata dettata dal fatto che per avere un ritorno in termini finanziari bisogna considerare, tra i tanti fattori di rischio, anche quello ambientale.

Semplificando, se un imprenditore decide di costruire un albergo in un’area dove il rischio idrogeologico è elevatissimo a causa dei cambiamenti climatici, questo si prefigurerà come un investimento sbagliato. Ragion per cui la finanza, per forza di cose, oggi sta andando sempre più nella direzione di abbinare il profitto al rispetto dell’ambiente. Un esempio di ciò è la nascita e lo sviluppo negli ultimi anni della cosiddetta “finanza verde” (o “green”), orientata alla trasformazione ecologica.

La sfida che la nostra Commissione ha lanciato è stata quella di trasformare la più grande minaccia dei nostri tempi in un’opportunità: purtroppo i cambiamenti climatici, la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, l’impoverimento di intere aree del Mondo fanno sì che la popolazione, e in particolare i ceti meno abbienti, soffrano sempre più. Tutto ciò si può però mutare in opportunità: quella di incidere finalmente sulla causa di queste terribili conseguenze convertendo, anche le scelte della finanza, che in ogni caso dovrà fare i conti con i danni generati da questo contesto divenuto ormai inaccettabile ed insostenibile. La finanza, che come detto, sta già diventando sempre più consapevole di questo, deve essere “spinta” e accompagnata dalla politica ad incidere in misura ancor maggiore in questa direzione. Per fare ciò, bisogna innanzitutto sviluppare una sensibilità sempre più intensa in tutti gli attori in campo: dalla finanza ai governi, passando per le banche e le organizzazioni internazionali. Il concetto di base, che deve essere fissato nelle menti di ognuno, dal cittadino al finanziere, è che quando si parla di un ritorno di un investimento non si può e non si deve prescindere da quello che è l’impatto che questo ha sull’ambiente e sulla società.

Proprio partendo da questo assunto, con la Commissione Finanze della Camera, che ho l’onore di presiedere, ho organizzato un importante incontro tenutosi lo scorso maggio, in occasione della presentazione del rapporto OCSE sulla finanza d’impatto.

Bisogna mettere in chiaro che mai come questa volta non ci devono essere antagonisti. La sfida è unica e riguarda tutto il Pianeta ed i suoi abitanti: dall’alta finanza, ritenuta spesso spietata dalla gran parte dell’opinione pubblica (e che ha adesso l’opportunità di dimostrare il contrario), fino alla più piccola associazione ambientalista, bisogna che si marci tutti uniti per far sì che cambi completamente la concezione che abbiamo del Mondo, degli investimenti, del consumo e dell’economia nel suo complesso.

Se però si è arrivati al punto che questa strada sia un’esigenza dovuta ad una situazione di emergenza, d’ora in poi bisognerà invertire la rotta e non aspettare più che si arrivi al punto di non ritorno per rispondere a sfide epocali come questa. Perché se si dovesse continuare come fatto negli anni addietro, le ricadute ambientali, sociali ed economiche non saranno più fattori di rischio, ma una certezza.

E noi, come Commissione finanze, vogliamo far sì che da questa tendenza dovuta ad emergenza si sviluppi una volontà vera di iniziare a lavorare e cambiare il modo di vedere l’economia e la finanza. Il convegno sulla finanza d’impatto dello scorso maggio ha avuto anche il merito di mettere insieme vari interlocutori che non sempre dialogano fra loro: il mondo della finanza, i rappresentanti delle associazioni delle banche, Confindustria, rappresentanti politici e istituzionali, stampa, operatori della cooperazione allo sviluppo, rappresentanti del mondo del credito sportivo e del microcredito.

Il problema fondamentale che ha messo in rilievo il convegno è la  mancanza di una misurazione oggettiva dei rischi legati agli impatti ambientali e sociali, ed è dunque necessario arrivare ad avere dei parametri universali, consentendo di inserirli negli obiettivi di finanza e negli obiettivi del Paese. E questa è un’esigenza non solo già attuale, ma che diviene sempre più importante per il futuro, non solo della finanza, ma anche e soprattutto del nostro Paese. La misurazione dell’impatto che la finanza sostenibile ha, consentirebbe inoltre all’imprenditore di calcolare i benefici che questo tipo di investimenti può dargli, rendendoglieli più appetibili. Dunque questo tipo di misurazione oggettiva deve riguardare non solo gli investimenti pubblici, ma anche quelli privati.

Un primo e importante segnale concreto lo abbiamo poi dato con due misure presenti nella proposta di legge sulle semplificazioni fiscali, confluite nel Decreto Crescita, oggi approvato e convertito in legge. Si tratta di disposizioni in materia di rifiuti e di imballaggi e di agevolazioni fiscali sui prodotti da riciclo e riuso assolutamente all’avanguardia. Con queste misure si è dato un segnale importante nella realizzazione della mission ambientale del Movimento, mettendo a punto misure agevolative che consistono in benefici fiscali fino a 10mila € per incentivare consumatori e imprese al riutilizzo degli imballaggi usati o alla loro raccolta differenziata; all’acquisto di prodotti da riciclo, o semilavorati e prodotti finiti che derivino da riciclaggio di rifiuti. Sono primi passi importanti che si devono però inserire in un discorso più ampio che veda coinvolti quanti più player nazionali e internazionali possibile.

Fondamentale in questa prospettiva è rivedere la regolamentazione della composizione di portafoglio per gli investitori istituzionali. Regole di concentrazione e diversificazione degli investimenti che ovviamente andrebbero definiti in una cornice comunitaria che incentivi banche, imprese di assicurazione e fondi (anche pensionistici) ad investire una parte delle loro attività in progettualità “green”. Sarebbe un volano formidabile per mobilitare decine di miliardi di euro soprattutto in un Paese come l’Italia dove abbiamo un grande patrimonio costituito dal risparmio privato pari a ben 4000 miliardi di euro.

Chi fa politica ha il dovere di fornire alla società una visione di lungo termine che guardi lontano e che coinvolga tutti coloro che hanno la forza di incidere in sfide epocali come questa, che mi permetto di definire “la sfida” del nostro secolo. Insomma, ragionare tutti insieme sul domani innanzitutto perché questo “domani” ci sia.