Home IO GRIDO COSE PREZIOSE La fine del dibattito pubblico di Mark Thompson

La fine del dibattito pubblico di Mark Thompson

Condividi

La fine del dibattito pubblico di Mark Thompson. C’è una crisi di fiducia nei confronti della politica che attraversa il mondo occidentale. La rabbia e l’insoddisfazione per i partiti convenzionali e i loro leader aumentano di giorno in giorno. Il populismo e l’antipolitica trionfano sulla democrazia. Perché? Perché il nostro linguaggio è cambiato.
Mark Thompson ha passato trent’anni alla Bbc, diventandone il direttore generale, per poi essere scelto come amministratore delegato del “New York Times”: è, dunque, uno dei più titolati osservatori a livello mondiale dei media, della politica, della società ma, pur avendo un ruolo di primissimo piano nella sfera pubblica, non aveva mai scritto un libro. Ora ha deciso che è tempo di parlare di un argomento fondamentale per la democrazia occidentale: il cambiamento che ha investito la lingua del dibattito pubblico.

Di seguito alcuni estratti molto interessanti sulla libertà di parola:

“Il diritto alla libertà di parola comprende quello di dire cose odiose. Chi vuol pronunciarle dovrebbe avere la libertà di farlo ed essere protetto dallo stato quando lo fa. Cercare di discriminare tra i diversi tipi di odio, mettere al bando le frasi antisemite ma trascurare quelle antislamiche, o viceversa, è contraddittorio, non è più coerente o difenbile di quanto lo fosse decidere che, unico tra i partiti politici, il Bnp non doveva partecipae a Question Time. Poi dove ti fermi? se vuoi criminalizzare gli esseri umani.”

“O forse credete che si possa rendere obbligatoria la gentilezza in Internet? La legge che permette di perseguire il cyberbullismo in Gran Bretagna dichiara che è reato inviare tramite una rete pubblica un messaggio o altro che sia fortemente offensivo o di carattere indecente, osceno e minaccioso. In pratica è reato inviare qualsiasi messaggio che tu sappia essere falso, allo scopo di causare disagio, problemi o ansie non necessarie ad altri. Nessuno può essere favorevole alle dichiarazioni “false” ma è dura immaginare un limite più rasoterra del “disagio” come pretesto per limitare la libertà di parola. Usare la polizia e i tribunali per impedire alla gente di mentire in internet è proprio il tipo di politica adottata comunemente dai dittatori, eppure in Gran Bretagna ha portato a molte condanne. Altri paesi europei hanno leggi simili. Anche se il classico vetriolo del web vi fa venire brutti presentimenti, questa è una cura peggiore della malattia.”

“Il modo migliore per sconfiggere costoro e i veri estremisti non è imbavagliarli ma batterli nella discussione […]Se non sei d’accordo con loro, esci e manifesta anche tu. Esponi i fanatici alla luce del sole e irridili. Abolisci quelle leggi benintenzionate che puntano a sopprimere certi tipi di discorso antisociale ma non gli altri.”

“Vivere in una società aperta significa prendere quel che viene, il buono e il cattivo, almeno fino al limite in cui, se si è trattato di un incontro faccia a faccia, un giudice dovesse sentenziare che l’abuso di quel troll era un comportamento minaccioso. La libertà di parola non è una panacea. Proteggerla significa che il mondo sarà pieno di frasi e idee minacciose, però non serve a niente aggiungerne altre o combattere il fuoco con il fuoco. E la libertà di parola non è una garanzia che non succederanno cose brutte, che la retorica estremista non sedurrà qualche giovane credulone o addirittura che non salterà fuori un altro mostro come Hitler in una delle nostre democrazie liberali. Le culture e le società possono degenerare per tanti motivi, e il libero discorso non lo impedirà. Ma non lasciatevi convincere a causa di ciò che sopprimere la libertà di parola sia una risposta.“