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“Dopo l’approfondimento sull’ISIS della prima puntata, continua il nostro percorso informativo dedicato al tema “Terrorismo”.
Nella prima puntata abbiamo spiegato cos’è e come nasce l’ISIS. Ma quali sono gli interessi che lo alimentano? Perché l’ISIS esiste ancora nonostante tutte le potenze mondiali gli abbiano, di fatto, dichiarato guerra? Interessi militari, infrastrutture e petrolio muovono i fili di questo grande mostro. In questa puntata approfondiremo i reali pericoli, le alleanze e le falle del sistema occidentale in questa “GEOPOLITICA DEL TERRORE”

La Siria
La Siria rappresenta, oggi, il Paese più importante per il futuro assetto degli equilibri globali.
Quali sono le forze in campo anti-Isis?
Da una parte l’alleanza tra il Governo siriano di Bashar al-Assad, la Russia, l’Iran e ed Hezbollah. Dall’altra, la cosiddetta “coalizione internazionale” formata da 67 Paesi a guida Stati Uniti con l’apporto degli alleati regionali dell’Arabia Saudita e Qatar, Paesi che da sempre hanno cercato la destituzione del presidente siriano Assad, e a cui si aggiunge anche la Turchia, Paese NATO dal ruolo ambiguo coinvolta nel traffico illecito di petrolio con l’Isis.
In questo contesto, l’Isis, che controlla oggi ampi strati di territorio della Siria e dell’Iraq, rappresenta un vero e proprio strumento geopolitico per le due coalizioni:
– statunitensi e russi lo utilizzano per combattere una guerra fredda 2.0;
– i turchi per la loro “profondità strategica” contro i nemici storici dei curdi;
– gli iraniani per giustificare la loro presenza militare in Siria e in Iraq;
– infine le monarchie sunnite, nella storica lotta per il controllo regionale, utilizzano l’Isis per portare avanti una guerra per procura contro Teheran (cuore della religione sciita) e destituire Assad.
Poi ci sono i cosiddetti “ribelli moderarti”, che in realtà oggi sono composti in grande parte da mercenari pronti a cambiare casacca in favore dei soldi. Questi rappresentano il punto di riferimento della “coalizione internazionale” per il futuro della Siria. Supportati, finanziati e armati dagli Stati Uniti e dai suoi alleati regionali, sono perlopiù confluiti nei gruppi terroristici di Al-Nusra. Secondo il Centre on Religion and Geopolitics “oltre il 60% dei cosiddetti ribelli moderati in Siria, condividono visioni e ideologie dell’Isis”. Nella guerra per procura in Siria i “ribelli moderati” sono semplicemente l’avamposto delle potenze regionali che mirano alla destituzione di Assad.
Per scelta del Governo Monti, del suo Ministro degli Esteri Giulio Terzi e dopo la nota conferenza con gli “Amici della Siria” del 28 febbraio 2013 tenuta a Roma, i “ribelli moderati” sono divenuti anche gli interlocutori dell’Italia.
Questo è il quadro delle forze in campo, ma per capire la distruzione della Siria come stato sovrano dobbiamo fare un passo indietro e avere in mente qualche data.
2009-2010: Damasco respinge il progetto turco-qatariota di un gasdotto per approvvigionare l’Europa, in concorrenza alla russa Gazprom.
2011: Damasco privilegia l’accordo per il progetto “Islamic Pipeline” che coinvolge Siria, Iraq e Iran. Prima di allora la Siria era stata ignorata in quanto ritenuta meno ricca di petrolio e gas rispetto al club dei petrodollari del Golfo (Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti in particolare). In seguito a questo accordo, sostenuto da Assad, la Siria aumenta notevolmente la sua importanza come corridoio energetico regionale grazie anche alla scoperta di potenziali giacimenti di petrolio e gas in mare aperto.
2011-2013: L’accordo è formalmente annunciato mentre la tragedia siriana è già in atto. La guerra civile, nata da manifestazioni sull’onda della cosiddetta “primavera araba”, si prolunga. Assad non cade e gli Stati Uniti, a causa del veto da parte della Cina e della Russia nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, devono rinunciare alla decisione già presa di invasione della Siria, limitandosi soltanto a dare supporto ai “ribelli moderati”.
2014: i miliziani dell’Isis, ben armati e finanziati, puntano l’Iraq filoamericano, spingendosi fino alle porte di Baghdad e di Mosul. Parte un’escalation mediatica dalle gigantesche proporzioni: l’Isis diventa il pericolo n.1 per l’Occidente e un problema per Obama il quale annuncia la nascita, appunto, della Coalizione internazionale anti-Isis di cui vi abbiamo detto, insieme all’Arabia Saudita e il Qatar, oggi ritenuti finanziatori del terrorismo. E non è un caso che in oltre un anno di operazioni aeree, i risultati non si siano visti. Circa il 60-70% dei raid si conclude con un nulla di fatto.
2015: dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre, la Coalizione internazionale anti-Isis prende nuova linfa grazie ai bombardamenti di Francia, Germania e Regno Unito. I risultati continuano, però, a scarseggiare. Esemplare diventa un dato relativo alla Francia: nella guerra all’ex-Jugoslavia della Nato nel 1999, l’aviazione francese portava a termine 52 missioni al giorno, oggi contro l’Isis ne porta a termine sei al giorno. I referenti sul campo restano la principale debolezza di questa operazione: i “ribelli moderati”, infatti, sono maggiormente impegnati a combattere il Governo di Damasco piuttosto che l’Isis.

La Siria oggi è a un bivio che presenta due scenari.
Il primo: sconfitta dell’Isis grazie a un coordinamento delle due coalizioni in campo e un futuro politico deciso esclusivamente dal popolo siriano;
Secondo: la destituzione di Assad, con l’Occidente in grado di influenzare la “transizione politica” del Paese, come avvenuto in passato in Libia e in Iraq.
In quest’ultimo caso, la Russia perderebbe la sua base navale a Tartus, l’Iran il suo corridoio con gli Hezbollah e la sua influenza regionale. Mosca e Teheran hanno dimostrato di essere disposti a tutto per evitare questa ipotesi che potrebbe sfociare nella terza guerra mondiale.
A complicare le cose, le recenti decisioni della Turchia di invadere l’Iraq del Nord e di abbattere, nel novembre 2015, il jet russo che transitava sui cieli siriani.
Non è sbagliato affermare che il futuro del mondo è appeso a un filo chiamato Siria.

Se a prevalere sarà ancora una volta un’imposizione dell’Occidente e non una libera scelta del popolo siriano, saremmo di fronte ad una guerra dalle conseguenze non prevedibili. L’Isis è, a parole, il nemico di tutti, ma anche lo strumento per raggiungere i propri obiettivi geopolitici.
Con gli attentati di Parigi, l’Isis ha colpito l’Europa. Può farlo ancora? Chi sono e come comunicano i terroristi nel nostro continente?
A queste domande proveremo a rispondere col prossimo video.” Commissione Esteri M5S