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rielaborazione grafica da un’illustrazione di F. Mattioli

La metamorfosi di una nazione che da tollerante è diventata razzista, da ricca povera, da geniale banale, da giovane decrepita, da democratica partitocratica, indifferente a qualunque sopruso del potere, da industriale e agricola a call center e pensioni. Un cambiamento lento, quotidiano, sfinente. L’italiano che negli anni ’50 si guardava allo specchio mentre si stringeva il nodo della cravatta o indossava la tuta di lavoro non esiste più. Lo ha sostituito il suo nipote mutante e ignaro della trasformazione avvenuta. Le vecchie generazioni progettavano il futuro, quella attuale subisce il presente al quale seguirà un altro presente. Una collezione infinita di presenti. Gli Olivetti e i Mattei sono figure mitiche, rinascimentali, favolistiche, forse mai esistite, sostituite dai Tronchetti e dai Geronzi, tra i manager più pagati nel 2010, 5.950.000 euro il primo e 5.088.000 il secondo. Tronchetti ha distrutto Telecom, Geronzi è indagato per il crack Cirio e per Parmalat-Eurolat. L’italiano ha la corazza di un insetto, uno doppio strato di cheratina, tutto gli scivola addosso. Non è più cinico, neppure rassegnato, ma inconsapevole. Solo quando varca il confine si accorge di essere prigioniero di un incubo, ma, al rientro, gli è sufficiente qualche giorno per ricadere nell’oblio.
Le altre nazioni lo deridono, gli passano gli avanzi di politica internazionale, lo considerano un albergo a ore per le loro basi militari. Lo disprezzano come uno scarafaggio. Un po’ ne temono il contagio. Lo usano all’occorrenza, ma lo tengono lontano. Quel poco che gli rimane, briciole, da Edison a Parmalat, gli viene sottratto. Il suo territorio, una volta “Giardino del Mondo” è una collezione di spazzatura e cemento interrotta dagli antichi monumenti e dalle catene alpine e appenniniche. Terra di nessuno, e perciò di tutti i disperati della Terra che la percorrono stupiti e al cui confronto spesso sfiguriamo. Loro lottano per un futuro, noi rimaniamo immobili per non cadere nell’abisso.

“Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto. Sdraiato nel letto sulla schiena dura come una corazza, bastava che alzasse un po’ la testa per vedersi il ventre convesso, bruniccio, spartito da solchi arcuati; in cima al ventre la coperta, sul punto di scivolare per terra, si reggeva a malapena. Davanti agli occhi gli si agitavano le gambe, molto più numerose di prima, ma di una sottigliezza desolante.
Che cosa mi è capitato?” pensò. Non stava sognando. La sua camera, una normale camera d’abitazione, anche se un po’ piccola, gli appariva in luce quieta, fra le quattro ben note pareti…
Gregor girò gli occhi verso la finestra, e al vedere il brutto tempo – si udivano le gocce di pioggia battere sulla lamiera del davanzale – si sentì invadere dalla malinconia. “E se cercassi di dimenticare queste stravaganze facendo un’altra dormitina?” pensò, ma non potè mandare ad effetto il suo proposito: era abituato a dormire sul fianco destro, e nello stato attuale gli era impossibile assumere tale posizione. Per quanta forza mettesse nel girarsi sul fianco, ogni volta ripiombava indietro supino. Tentò almeno cento volte, chiudendo gli occhi per non vedere quelle gambette divincolantisi, e a un certo punto smise perché un dolore leggero, sordo, mai provato prima cominciò a pungergli il fianco.” dalla Metamorfosi di Kafka