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“Per annunciare la morte della repubblica, Re Giorgio ha scelto, nel giorno della passione assoluta, del Venerdì Santo, una lettera al Corriere della Sera. Lettera con la quale difende il colpo di Stato permanente di cui egli è stato l’architetto fin dall’estate del 2011. Dopo aver guidato la caduta di Berlusconi ed aver inaugurato con Monti il primo governo del Presidente della nostra storia repubblicana, Re Giorgio a quasi ad un anno di distanza si giudica e si assolve, a partire dalla decisione della sua rielezione che ci ha condotto nella situazione in cui siamo.
Anzitutto, chiariamo una cosa: ricordate come finì il Governo Monti? Con un atto di dimissioni anticipate, con un Governo dimissionario che, senza essere stato sfiduciato e senza neppure ricorrere alla «parlamentarizzazione della crisi», forza, di fatto, i tempi per le nuove elezioni politiche, che vengono anticipate, d’improvviso. Con la conseguenza che, contrariamente a quanto sarebbe avvenuto nel caso in cui la legislatura fosse stata fosse stata portata a termine “naturalmente” (con elezioni in Aprile), la formazione del nuovo Governo, dopo il voto di Febbraio, viene ancora affidata a Re Giorgio. Ed il tutto viene, a suo tempo, candidamente confessato dallo stesso Napolitano: «Diversamente da come sarebbe accaduto se, ed è quel che ho fortemente auspicato e sollecitato, la legislatura si fosse conclusa alla normale scadenza dei 5 anni e le elezioni si fossero svolte nell’aprile del 2013, all’insediamento delle nuove Camere si sarebbe succeduta senza soluzione di continuità, l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, e a questi sarebbe toccato avviare il procedimento per la formazione del nuovo governo. Così non è stato» (Intervento del Presidente Napolitano alla Cerimonia per lo scambio degli auguri con le Alte Cariche dello Stato – Palazzo del Quirinale, 17/12/2012). Ovviamente a tutto questo, nella lettera di oggi sul Corriere, non si fa più cenno.
Re Giorgio dimentica, poi, come, dopo le elezioni, il “boom” del M5S – e boom fu davvero, nonostante l’ironia ostentata dallo stesso Napolitano (forse, come cantava Guccini, «ride chi ha nel cuore l’odio e nella mente la paura»?) – ha costretto la partitocrazia a “bloccare” il sistema parlamentare, a trovare quelle “larghe intese” a tutti i costi, a costo di far fuori Bersani e preferire una controfigura di Monti, Letta.
Oggi Re Giorgio si vanta di aver promosso «la formazione di un governo di ampia coalizione, il solo possibile nel Parlamento uscito dalle elezioni del febbraio 2013». Il solo possibile? O il solo che poteva assicurare la neutralizzazione del primo partito in Italia, il M5S?
Quanto alla rielezione, si è già detto molto, se ne dirà ancora, spero, insistendo sulla avvenuta “rottura” di quella che fu, pur nel silenzio della norma, quantomeno l’intenzione dei nostri Costituenti. Certo è che, dopo le elezioni del Capo dello Stato, in Italia c’è sempre stata un’atmosfera di gioia e di consenso diffuso. E se oggi uno dei tanti lacchè di Re Giorgio ricorda il diluvio di applausi che accompagnò la rielezione, forse dimentica che gli applausi vennero solo dall’interno del Parlamento. Sarebbe stato sufficiente, allora, aprire una finestra, per vedere le migliaia di persone che stavano per accerchiare l’assemblea, per rendersi conto che, in quel momento si stava rischiando il bagno di sangue. Forse ci si dimentica che, se non fosse stato per l’atto di responsabilità compiuto da Beppe Grillo, migliaia di cittadini italiani avrebbero realmente dato l’assedio il Parlamento.
Felice è, poi, il Re dei lavori condotti dai suoi Saggi, dall’ «autorevole e imparziale Commissione di studiosi ed esperti che ha presentato la sua relazione finale nel settembre 2013». E, per far vedere quanto è democratico, ricorda anche le critiche di alcuni costituzionalisti. Poco convincente: la verità, ben più inquietante, è che i costituzionalisti italiani, di fatto, non hanno mai sollevato obiezioni, si sono allineati al progetto di Re Giorgio, si sono piegati al cospetto di un Re che ha usurpato il ruolo che la Costituzione gli attribuiva, tanto da essere messo giustamente in stato di accusa.
Non voglio tornare sull’impeachment, sulle ragioni che hanno giustificato la richiesta presentata dai parlamentari 5 Stelle, sulle reazioni delle forze politiche, sulla sufficienza con la quale tutto questo è stato accolto dalla stampa e dai media. Una cosa ai cittadini italiani dovrebbe, però, essere chiara, più d’ogni altra. Non c’è alternanza tra Pd e Forza Italia. Non c’è veramente mai stata. Da tempo governano insieme, e continueranno a farlo per sempre. L’unica alternativa è tra questo regime voluto e diretto da un Re, che se ne andrà solo quando il massacro della Costituzione, dopo quello sociale, sarà realizzato, e il M5S, che rappresenta l’unica concreta possibilità democratica per il Paese.” Paolo Becchi

Alessandro Di Battista a Cagliari:


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