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“La riforma del Senato è stata uno dei primi slogan lanciati da Renzi. Pareva cosa fatta, anche grazie all’accordo stretto con Berlusconi. Così a Porta a Porta, nell’aprile scorso, il Premier aveva annunciato che «il 10 giugno ci sarà il voto sul Senato»: «Siccome la polemica era che l’iniziativa era solo a fine elettorale, vi mostriamo che non è così e arriviamo al 10 giugno per il voto in prima lettura, 15 giorni in più nessuno si scandalizza. Basta che non sia un modo per rinviare». Eppure non se n’è fatto nulla, ed oggi si scoprono, finalmente, le resistenze che arrivano tanto dall’interno del Partito Democratico – la mozione Chiti – quanto da Forza Italia (Minzolini). Eppure Renzi qualcosa deve fare: fare a qualsiasi costo, fare qualcosa, far vedere di fare, per il suo “Governo del fare”, con le sue slides, i suoi twitter, le sue metafore sportive e calcistiche (29/01/2014: «Dopo anni di melina, si passa dalle parole ai fatti»; 28/04/2014: «Io ci sto se posso fare le cose che voglio fare»; 12/06/2014: «Le riforme non si annunciano, si fanno»).
Non si può allora escludere che, anche a costo di raggiungere la semplice maggioranza assoluta, Renzi tenti finalmente di accelerare i tempi per la riforma del Senato. Ma una riforma di che tipo?
Il modello, ormai, sembra essere quello francese del suffragio indiretto, dei senatori come eletti dagli eletti (quindi: un Senato di «non eletti», come lo chiama Renzi, o un Senato di “doppiamente” eletti?). Ora, l’aspetto interessante – e preoccupante – è che, proprio in Francia, negli ultimi due anni ci si è resi ormai conto di come quel sistema che Renzi vorrebbe oggi introdurre in Italia non abbia funzionato, abbia prodotto effetti destabilizzanti e delegittimanti e debba essere radicalmente rivisto. Mi limito a ricordare come la Commissione Jospin (Commission de rénovation et de déontologie de la vie publique), nominata dal Presidente Hollande con decreto del 16 luglio 2012, abbia presentato, nel novembre 2012, un rapporto (dall’indicativo titolo “Pour un renouveau démocratique“) nel quale, tra le altre cose viene indicata la necessità di rafforzare il sistema rappresentativo del Senato, sostituendo all’elezione “indiretta” un’elezione diretta dei senatori, «afin de faire du Sénat une assembée représentative de la diversité des courants d’opinion de la société française». A fronte di tale necessità la Commisione Jospin propone, altresì, l’estensione del meccanismo di elezione a scrutinio proporzionale (dal 52 al 72%) e diminuendo drasticamente (del 70%) la quota dei delegati dei Consigli comunali. Questo, per la Commissione, il modo di risolvere quella che Jospin, fin dal 1998, definiva un’anomalia democratica («Le Sénat est une anomalie démocratique»). In Italia si va, invece, a passo d’aragosta: la riforma Renzi elimina ogni meccanismo di legittimazione diretta e democratica dei senatori, “forza” la presenza dei Comuni, elimina il bicameralismo perfetto costruendo una Camera elitaria, composta da sindaci e governatori delle Regioni.
Si aggiunga che in Francia, a partire dal 22 gennaio 2014, si è introdotto il divieto del cumulo dei mandati, che consentiva, fino a quel momento, ai senatori di essere, al contempo, sindaci o presidenti di regione (LOI organique n° 2014-125 du 14 février 2014 interdisant le cumul de fonctions exécutives locales avec le mandat de député ou de sénateur). Riforma essenziale, visto che – come aveva segnalato il rapporto della Commissione Jospin – il 77% dei senatori detenevano nel 2012 in Francia un doppio mandato. Di tutto questo, nella riforma Renzi non vi è traccia: anzi, il cumulo tra carica di senatore e carica “locale” (di Sindaco o Presidente di Regione) è il meccanismo fondamentale del funzionamento della Camera delle Autonomie prevista da Renzi.
Forse l’esperienza francese non ci insegna nulla? O forse essa ci dice che la riforma Renzi sarà destinata a produrre inefficienza e, soprattutto, un deficit democratico pericoloso, tanto più pericoloso in un sistema politico entrato in una crisi di legittimità che appare ormai irreversibile?
Ed allora ecco che si sta tentando, in questi giorni, di far passare l’idea che la riforma vada verso il modello “tedesco”. Alcuni commentatori di un giornale che, quanto a servilismo, ormai supera addirittura La Repubblica, sto parlando ovviamente de Il Corriere della Sera, hanno scritto che, seguendo il modello tedesco, i Senatori dovranno ovviamente non essere eletti. Molto bene. Però si dimenticano due cose. La prima: che i senatori, in Germania, non sono eletti ma sono sottoposti al vincolo di mandato. Questo “piccolo” particolare è stato, purtroppo, dimenticato. La seconda: che non ha alcun senso importare la struttura del Bundesrat tedesco in uno Stato che, sia pure diviso in Regioni, non è strutturato come Stato Federale. Una riforma del Senato in senso federale presuppone una riforma delle Regioni e l’introduzione in Italia di un autentico federalismo. Non sembra che vi sia la volontà politica di andare in questa direzione, ed allora il “Senato delle Autonomie” finirà semplicemente per spostare ancora potere a favore delle Regioni, che sono diventate spesso i reali centri di diffusione della corruzione politica, e che ora avranno persino una posizione ufficiale all’interno del Parlamento. E in più garantendo persino ai “nominati” l’immunità parlamentare. Un Presidente di Regione o un Sindaco protetto dall’immunità è proprio quello che finora mancava ad un sistema dove la corruzione la fa da padrona.
Che senso ha un Senato delle Autonomie, un Senato espressione delle Regioni, senza che venga introdotto il vincolo di mandato e senza una contestuale ridefinizione della disciplina costituzionale del rapporto Stato-Regioni, senza un ripensamento del principio di unità dello Stato che vada verso un modello federale? E ancora: può un Parlamento eletto con una legge incostituzionale (il Porcellum) vantare una legittimità tale da consentirgli non solo di modificare singole disposizioni della Costituzione, ma addirittura la struttura bicamerale del Parlamento e, con essa, inevitabilmente, la forma di Governo? Quel Parlamento che avrebbe dovuto essere sciolto immediatamente dopo la pronuncia della Corte?
È evidente che soltanto un altro Parlamento, se non un’assemblea costituente, potrebbe avere l’autorevolezza e la legittimazione politica per decidere sul superamento del “bicameralismo perfetto” e sulla rideterminazione dei rapporti Parlamento-Governo e Stato-Regioni. Magari nel senso di una riforma in senso autenticamente federale del Stato. Ma tutto ciò può riguardare solo il futuro. Nel presente sarebbe opportuno invece soffermarsi sulla legge elettorale. Ed è quello che sta facendo il M5S. La mossa di aprire un confronto con il PD ha spiazzato tutti i giornalai in adorazione del patto tra Pd-Forza Italia, riaprendo una partita che pareva destinata a chiudersi con un Italicum a rischio di incostituzionalità tanto quanto il Porcellum. Renzi, del resto, non può farsi eternamente forte del plebiscito delle Europee, tanto più che, nonostante i giornali italiani abbiano tentato di rovesciare la notizia, proprio in Europa ha subito il suo primo vero scacco, con la scelta imposta di Jean-Claude Juncker alla Commissione. Una cosa deve essere chiara: a parte re Giorgio, la riforma del Senato non ce la chiede proprio nessuno, non “ce la chiede l’Europa” e neppure gli italiani. L’unica riforma che sarebbe utile fare è quella della legge elettorale e fa parte della dialettica parlamentare che maggioranza e opposizione si confrontino. La partita tra il PD e il M5S è appena cominciata. Non ci resta che aspettare le prossime mosse. Non ci deve essere necessariamente un vincitore e un perdente, anche nel gioco degli scacchi è previsto lo stallo.” Paolo Becchi