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di Ken Robinson – Viviamo in un mondo che è la rappresentazione vivente dell’ingegno umano, della sua creatività. Ogni cosa con cui abbiamo a che fare ogni giorno, un tempo era pura fantasia, il sogno strampalato di qualcuno.

La nostra forza, come specie, sta proprio in questo, nella diversità, nella varietà.

Ma ora ci troviamo davanti ad un futuro incerto, ed è proprio in questi momenti che facciamo affidamento alle nostre conoscenze. L’istruzione quindi ci riguarda molto, in parte perché è l’educazione che dovrebbe prepararci per questo futuro incerto.

Se ci pensate, i bambini che cominciano ad andare a scuola quest’anno andranno in pensione nel 2070. Ma nonostante tutto nessuno ha la più pallida idea nemmeno di come sarà il mondo tra cinque anni. Eppure abbiamo il compito di preparare i nostri figli per esso.

Come può quindi la scuola preparare i nostri figli a ciò che non conosciamo?

Ho qualche idea, ma partiamo dai bambini. Siamo tutti d’accordo sulla straordinaria capacità che i bambini hanno di innovazione. Sono convinto che tutti i bambini hanno enormi talenti. E noi li sprechiamo, senza pietà. I bambini hanno idee incredibili e vivono nel mondo del possibile.

Dico davvero. Un mondo dove tutto può diventare realtà e nulla è davvero impossibile. Non ci sono idee cosi strane da non poter essere realizzate. I bambini pensano anzi che per realizzare quelle idee debbano solo aspettare di diventare grandi. Non sanno che quel mondo pieno di colori presto scomparirà, a causa nostra.

Recentemente ho sentito una bella storia – amo raccontarla – di una ragazzina durante una lezione di disegno. Aveva 6 anni, era seduta in fondo e disegnava. L’insegnante diceva che questa ragazzina di solito non stava attenta, ma in questa lezione invece sì. L’insegnante era affascinata, andò da lei e le chiese: “Che cosa stai disegnando?”. E la ragazzina rispose: “Sto disegnando Dio”. E l’insegnante disse: “Ma nessuno sa che aspetto abbia”. E la ragazzina: “Lo sapranno tra poco”.

Ciò che queste cose hanno in comune è che i bambini si buttano. Se non sanno qualcosa, ci provano.

Non hanno paura di sbagliare. Ora, non voglio dire che sbagliare è uguale a essere creativi. Ciò che sappiamo è che se non sei preparato a sbagliare, non ti verrà mai in mente qualcosa di originale. E quando diventano adulti la maggior parte di loro ha perso quella capacità. Sono diventati terrorizzati di sbagliare.

E noi gestiamo le nostre aziende in quel modo, stigmatizziamo errori. E abbiamo sistemi nazionali d’istruzione dove gli errori sono la cosa più grave che puoi fare. E il risultato è che stiamo educando le persone escludendole dalla loro capacità creativa. Picasso una volta disse che tutti i bambini nascono artisti. Il problema è rimanerlo anche da adulti. Io sono convinto che non diventiamo creativi, ma che disimpariamo ad esserlo. O piuttosto, ci insegnano a non esserlo.

Dunque perché è così?

Se viaggi per il mondo e visiti tante scuole, come è capitato a me, scopri qualcosa di interessante:  ogni sistema di istruzione ha la stessa gerarchia di materie. Ognuno. Non importa dove vai. Credi che sia diverso, ma non lo è. 

In cima ci sono le scienze matematiche e le lingue, poi le discipline umanistiche e in fondo l’arte. Ovunque nel mondo. E, più o meno, anche all’interno di ogni sistema. Esiste una gerarchia nelle arti. L’arte e la musica occupano una posizione più alta nelle scuole rispetto a recitazione e danza. Non esiste sistema educativo sul pianeta che insegni danza ai bambini ogni giorno, così come insegniamo la matematica.

Perché? La matematica è molto importante, ma altrettanto la danza. I bambini ballano tutto il tempo se possono, noi tutti lo facciamo. In verità, ciò che succede è che, quando i bambini crescono, noi iniziamo a educarli progressivamente dalla pancia in su. E poi ci focalizziamo sulle loro teste.

Se tu visitassi il sistema educativo da alieno e ti chiedessi “A che serve la pubblica istruzione?”  credo che dovresti concludere che lo scopo dell’istruzione pubblica in tutto il mondo sia quello di produrre professori universitari.

Il nostro sistema educativo è basato sull’idea di abilità accademiche. E c’è una ragione. Tutto il sistema è stato inventato – in tutto il mondo non c’erano scuole pubbliche prima del XIX secolo. Furono create per venire incontro ai fabbisogni industriali. 

Quindi la gerarchia è fondata su due idee.

Numero uno: che le discipline più utili per il lavoro sono in cima. Ognuno di noi è stato benignamente allontanato da tutte quelle cose che ci piaceva fare da bambini a scuola, sulla base che non avreste mai trovato un lavoro facendo quello.

Non fare musica, non diventerai un musicista; non fare arte, non sarai un artista.

Numero due: l’abilità accademica oggi domina la nostra idea d’intelligenza, perché le università hanno creato il sistema a loro immagine. Se ci pensate, tutto il sistema della pubblica istruzione, in tutto il mondo, si concentra sull’ammissione all’università. Ed in seguito sul fare esami.

Non abbiamo università, ma esamifici. Dove tutti vengono preparati al superamento dei vari test e dei vari esami. Per questo abbiamo cosi tanti laureati ignoranti.

Nei prossimi 20 anni, secondo l’UNESCO, si laureeranno più persone al mondo di tutte quelle che si sono laureate dall’inizio della storia.

Ad un tratto i titoli di studio non valgono nulla Prima se avevi una laurea avevi un lavoro. Oggi invece ti serve anche la laurea specialistica, poi ti serve il PhD, ecc. Insomma è un business che produce solo lauree. Ed il bello che il mondo del lavoro gli va dietro..

Dobbiamo ripensare radicalmente la nostra idea di intelligenza.

Sappiamo tre cose sull’intelligenza. É varia. É dinamica. É diversa.

Dobbiamo fare attenzione ad usare questo dono saggiamente e lo faremo solo se sapremo vedere le nostre capacità creative per la ricchezza che sono e se sapremo vedere i nostri figli per la speranza che sono. Il nostro compito è di educarli nella loro interezza affinché possano affrontare il loro futuro. Forse noi non vedremo questo futuro, ma loro sì. E il nostro compito è di aiutarli a farne qualcosa di migliore.

 

Tradotto da Susan Smith
Revisione di Pierfranco Fasola