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di Edwin Maria Colella – Il concetto di Sharing Economy è molto più datato di quello che immaginiamo, ma di fatto riguarda un principio abbastanza semplice, e cioè che si può guadagnare condividendo la capacità produttiva inespressa.

Per esempio si può utilizzare una fabbrica di produzione, un appartamento o una macchina che sono inutilizzati, senza acquistarli e solo per un certo periodo di tempo. Queste sono tutte risorse condivisibili con cui ci si può guadagnare.

Un imprenditore riesce a utilizzare soltanto una parte di un bene, anche un trattore non riesce a essere utilizzato per tutto il periodo della sua vita, oppure nel caso specifico di un appartamento ci possono essere determinati periodi in cui è vuoto. La condivisione è quindi è un modo per fare efficienza sfruttando la capacità produttiva non utilizzata.

Ma non è tutto.

Se questa capacità viene giustamente e completamente utilizzata, permette di evitare di costruire altre capacità produttive, altri appartamenti, di utilizzare altre vetture, insomma di utilizzare altre materie prime, ecc.

Quindi abbiamo da una parte risorse limitate e dall’altra tutta una serie di strumenti che non vengono utilizzati “del tutto”. Ma come possiamo vedere la nostra risposta rimane quella di continuare a costruire nuovi strumenti, utilizzando altre risorse, anche se quelle che abbiamo non sono impiegate adeguatamente.

É chiaro che all’interno di questo contesto la mobilità appare come un settore simbolo. Produce tantissimo inquinamento, sfrutta risorse e materie prime in grande quantità e, soprattutto gli strumenti costruiti vengono utilizzati per una piccolissima parte. Il trasporto ha quindi tutte le caratteristiche di cui abbiamo parlato. Facciamo un esempio per chiarire ancor di più la questione: le automobili rimangono ferme per il 93% del loro tempo di vita. Sono parcheggiate.

Dopo la crisi, il risparmio, l’utilizzo sensato delle materie, si sono trasformate in un valore sociale. Dare una mano, interessarsi delle condizioni dell”altro e di quelle del pianeta non sono più valori etici, ma anche economici. Per questo dopo la crisi e soprattutto da qualche anno, la Shared Mobility ha avuto tanto successo.

Ma cosa è di preciso?

In italiano secondo me può essere chiamata mobilità in condivisione, e si articola su due possibilità.

Una è la condivisione di un veicolo, tecnicamente vehicle sharing in inglese, dove c’è la condivisione di un veicolo qualsiasi, una macchina, un camioncino o uno scooter e chi lo utilizza non è il proprietario.

La seconda possibilità è il ride sharing. Riguarda la condivisione di una corsa, di un viaggio, dove in questo caso non è l’utente a guidare e dove la destinazione è già fissata. Se una persona deve andare da Roma a Milano e un altro ospite chiede di andare sulla stessa la macchina, la destinazione l’ha decisa il proprietario e lui approfitta di quel passaggio per andare nella stessa destinazione.

Sono nate tante iniziative in questi due contesti, ma ci sono ancora tantissimi freni. Dobbiamo capire che questo è il futuro. Non più possedere, ma condividere.

Ed è proprio questo il punto.

La differenza sta tra la capacità di produrre e vendere un bene e produrlo e distribuirlo. Tutto sta nel passaggio che c’è nel concetto di produrre offrire ai tuoi clienti un prodotto e produrre e offrire ai tuoi clienti un servizio. Quanti dei nostri piccoli esercizi commerciali sono in difficoltà con la grande distribuzione?

Ci sono le vendite online, questa macchina potentissima che sta approfittando di una grave mancanza.

L’incapacità di offrire un servizio.

Tutti sono concentrati sul prezzo, ma noi non scegliamo Amazon, Zalando o Uber per il prezzo, ma per il servizio senza paragoni. Capire cosa serve al cliente, in che modo lo può aiutare, capire in che modo lo puoi portare a pagarti qualcosa che dall’altra parte costa meno. Spesso infatti abbiamo offerte che devi far pagare qualcosa in più. Tutto questo nuovo mondo è tutto legato al servizio.

Se vogliamo quindi concentrarci sul nocciolo della questione, se vogliamo semplificare possiamo dire che in generale è un cambio culturale. Una nuova concezione, il fatto di offrire un servizio invece di vendere un prodotto.

Perché la Sharing Economy è già qui, ed ha già vinto la sua partita. Oggi grazie a soluzioni tecnologiche completamente online e pronte all’uso, è più facile per una persona, che ha un piccolo appartamento a Sabaudia, metterlo su Airbnb, invece che aggregare 5, 6, 10 persone e fare un piccolo gruppo che offre gli appartamenti a Sabaudia.

Perché non devo fare nulla, è uno sforzo minimo. Inoltre traggo forza dall’aggregazione, dal fatto di stare in un grande gruppo,

É questo il cambio di paradigma che deve avvenire se vogliamo veramente capire cosa c’è dietro l’angolo e come lo possiamo affrontare.

L’AUTORE

Edwin Maria Colella – Si occupa di vendite, marketing e comunicazione. Ha una grande passione per l’innovazione tecnologica e per le idee fuori dal comune. Ha avuto il privilegio di lavorare in KPMG, Ferrari, IWC. Attualmente è Direttore Vendite & Marketing di Omoove, una società Octo.