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di Andrea Zhok – Ogni tanto, di fronte alla millemillesima ‘non-notizia’ sul Covid sparata in prima pagina come fosse uno scoop, qualcuno sbotta che in Italia l’informazione è un problema gigantesco. E ha ragione. Ma forse per ragioni diverse da quelle che crede. L’idea su cui troppi tendono a fissarsi è quella di una sorta di operazione orchestrata nel pompare artificialmente i problemi del Covid, per perseguire chissà quale strategia segreta.

E qui le strade del complottismo si aprono inesorabilmente; e sterilmente. La risposta è invece molto più semplice, alla luce del sole, ma non per questo meno preoccupante. Quasi tutti i giornali e telegiornali seguono la strategia del minimo sforzo – minimo rischio – massima audience.

Come si fa ad ottenere questo mirabile risultato in cui posso lavorare poco, non espormi, e vendere? Semplice, questo risultato si ottiene in maniera ottimale se puoi rilanciare all’infinito, con piccole variazioni letterarie o aggiornamenti di cronaca, una notizia già pronta e adeguatamente ‘emozionante’. Si noti, si tratta dello stesso tipo di operazione che è stata fatta mille volte, apparentemente sulla base di agende politicamente abbastanza diverse.

Abbiamo tutti memoria di dinamiche simili in occasione degli sbarchi dei migranti, o dei furti in villa, o dei femminicidi, ecc. ecc. La dinamica è sempre la stessa: nel momento in cui una notizia buca la soglia di attenzione crea una rete a strascico in cui si tira dietro inerzialmente tutte le successive notizie affini, che servono a sostenere la medesima tesi del primo evento, quello che ha suscitato emozione e creato audience.

Nel caso del Covid i media hanno davanti un’immensa distesa di pasti gratis, visto che si tratta di un evento di impatto mondiale e durevole. Ciò consente di giocare la stessa neghittosa partita per mesi. Ci si mette così all’opera con una strategia che permette di risparmiare lavoro e soprattutto di evitare ogni rischio, evitando di parlare seriamente di qualunque altro tema controverso per i potenti. Si tratta della linea di minore resistenza, quella dove, come l’acqua, l’informazione tende a convogliarsi.

Così, in questi mesi almeno metà dei giornali e telegiornali è dedicato a parlare solo di Covid, e solo sul piano medico. Il resto dei problemi del mondo sembrano spariti o ridotti a comparse. E questo è sicuramente un problema, un grave problema dell’informazione, ma non quello che si tende a pensare: qui non abbiamo a che fare con piani machiavellici collettivi, ma con funzioni individuali che convergono nella cosa che costa di meno e rende di più.

Banalmente, si tratta di uno modo sciatto e scadente di fare informazione, un modo che tradisce il senso pubblico dell’attività pubblicistica, non di una ‘manovra coordinata’ per ottenere questo o quell’obiettivo. Spendersi in analisi critiche della realtà, di ciò che accade sul piano finanziario internazionale, o nell’organizzazione del lavoro, o nei meccanismi di decisione europei, o anche semplicemente in quella maggioranza di sanità che non si occupa di Covid e che boccheggia da mesi, occuparsi di tutte queste cose ha tre difetti: richiede un lavoro di approfondimento, corre il rischio di irritare qualcuno di potente, e propone al lettore qualcosa che costa un po’ di fatica a capire (e dunque alza il livello riducendo l’audience).

Dunque, vivaddio, perché mai andare in quella direzione, onerosa, rischiosa e controproducente? Chi te lo fa fare a ingegnarti ed esporti? Per onestà intellettuale? Per senso deontologico? Per amore della verità? Per senso civico? Su dai, passami il caffè.

 

L’AUTORE

Andrea Zhok – Filosofo e accademico italiano, professore di antropologia filosofica e filosofia morale presso l’Università degli Studi di Milano.