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Chi ci guadagna dalla crisi energetica? I produttori di armi naturalmente.
Qualche giorno fa citavo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute ed ora è uscita la nuova edizione dell’annuario.
I numeri parlano chiaro: l’aumento dei prezzi del mercato mondiale dei minerali e dei combustibili fossili ha aiutato la crescita della spesa militare nel mondo.
Lo si vede subito in Algeria, Azerbaijan, Russia ed Arabia Saudita, dove l’aumento dei ricavi da sfruttamento dei giacimenti ha fatto impennare la spesa militare.
È una spesa che a livello mondiale ha raggiunto i 1.118 miliardi di dollari (l’anno prima erano 975): praticamente è come se ogni essere umano sul pianeta spendesse all’anno 173 dollari in armi.
E tutto finisce nelle tasche di pochi che sono sempre meno.
Di quanto è aumentato il vostro stipendio nell’ultimo anno? Le vendite dei 100 più grandi produttori di armi sono aumentate del 15% raggiungendo i 268 miliardi di dollari a vantaggio di un’ottantina di aziende americane e dell’Europa occidentale.
Tutto questo potere si sta concentrando nelle mani di pochi. Nel 1990 i primi cinque della classifica rappresentavano il 22% dei ricavi, oggi il 44%.
Volete sapere dove finiscono questi soldi? Andate a vedere l’elenco dei finanziatori dei politici di tutto il mondo.
Volete sapere dove vanno a finire tutte queste armi? Non si può. I dati sul ciclo di vita delle armi sono pochi e soprattutto di pessima qualità. Il valore delle informazioni dipende dalla loro disponibilità e affidabilità. E raramente i dati rispondono a queste domande in ogni fase dalla produzione alla distruzione.
Un meccanismo perfetto: il petrolio finanzia le armi, i costruttori di armi finanziano i politici, che comprano le armi per difendere gli interessi delle compagnie petrolifere con delle belle guerre di liberazione.

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