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foto di matteopenzo

Domenica scorsa le vacche sono scese a valle. In piazza San Carlo a Torino, il salotto cittadino con il parcheggio incorporato, hanno protestato contro il caro latte. Le vacche vengono munte insieme ai consumatori.
Dalla stalla alla tavola il latte subisce una trasformazione economica. Un litro passa da 0,32 centesimi a 1,4 euro al litro. Al produttore il latte è pagato meno dell’acqua minerale, spesso l’allevatore non rientra dei costi.
La Coldiretti protesta per la gestione delle quote latte, chiede che per il latte e i suoi derivati sia indicata la provenienza per evitare di mangiare latticini belgi o ucraini spacciati per italiani. Le quote latte hanno avuto alterne fortune. Il ricordo del letame sparato addosso a un funzionario dello Stato è ancora caldo. Lo confesso, sulle quote sto ancora studiando con scarsi risultati. Non capisco perchè l’Italia, con una domanda che supera l’offerta stabilita per legge, costringa gli allevatori a chiudere o a buttare il latte in eccesso. Non capisco perchè non si possa comprare il latte sfuso direttamente dalle associazioni dei produttori in distributori pubblici. Il costo sarebbe inferiore all’euro al litro. Non si butterebbe via la bottiglia. Non ingrasseremmo i parassiti delle mucche: i distributori, i trasportatori e i pubblicitari. E sapremmo da dove viene il latte. Potremmo anche adottare una mucca a distanza, andarla a trovare ogni tanto insieme ai bambini. Un giro delle stalle nel fine settimana, come si fa per le cantine.
La Coldiretti stima in 467 euro mensili la spesa familiare per alimenti e bevande. 230 euro (51%) vanno a commercio e servizi, 140 (30%) alle industrie alimentari e 89 (19%) ai produttori. Produttori e consumatori contano come il due di picche a briscola o come Fassino nei Ds. E i prezzi aumentano, ma i prezzi di cosa se il latte aumenta il suo valore di quasi cinque volte dalla mucca al supermercato?

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