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Di Gianni Girotto –  A causa delle scellerate scelte politiche nel settore delle energie rinnovabili, l’Italia ha perso circa 120mila posti di lavoro negli ultimi anni, ma ora il pericolo è quello relativo alla filiera italiana dell’automotive (che secondo questo studio afferisce complessivamente 800mila impiegati, secondo quest’altro, addirittura 1,2 milioni).

L’Italia è terribilmente in ritardo nel processo obbligatorio di passaggio dai veicoli benzina/diesel a quelli a bassissime emissione (elettrici/idrogeno); obbligatorio nel senso giuridico/legale, dal momento che già nel lontano 2011 il “Libro bianco sui trasporti” dell’Unione Europea, prescrive che entro il 2030 le città dovranno dimezzare l’uso delle auto con motore a scoppio, ed eliminarle del tutto entro il 2050 (e parallelamente aumentare il trasporto su ferro), ma evidentemente la vecchia politica italiana ignora questo semplice dato normativo; ignora inoltre che le auto elettriche, non servono solo ad avere città con aria più sana e pulita, ma essendo sostanzialmente di “pacchi di batteria su ruote”, servono anche a risolvere il puzzle delle fonti di energia rinnovabile, in quanto fungeranno da “magazzino” per stoccare gli eccessi di produzione (tipicamente diurni del fotovoltaico) ed andare in soccorso della rete aiutandola nei momenti di difficoltà (dispacciamento elettrico); ciò diventerà la principale fonte di reddito dei produttori di energia del futuro, quando le centrali fossili chiuderanno.

I risultati di queste ignoranze sono la (cronica) mancanza di una politica industriale relativa. Le nostre imprese di settore, mediamente bravissime, con numerose punte di eccellenza, si muovono “alla cieca”, nel senso che devono appoggiarsi/riferirsi ai costruttori e ai mercati esteri, visto che quelli interni sono praticamente assenti, e naturalmente questo non giova alla loro salute.

Diversamente, Cina e 10 Stati USA, per dare  certezza agli operatori, che possono così investire in loco, hanno stabilito per legge delle percentuali vincolanti di vendita di veicoli elettrici, in modo che qualsiasi costruttore di automobili che voglia vendere in tali nazioni debba vendere per l’appunto anche una quota minima di tali veicoli nella versione elettrica (per la Cina parliamo dell’8% minimo entro il 2020).

Viceversa in Italia la situazione è tale che per esempio nei (ancora troppo pochi) appalti pubblici per l’acquisto di autobus elettrici, spesso i pochi produttori italiani non partecipano nemmeno, e i veicoli medesimi vengono forniti, indovinate un po’, dalla Cina…alla faccia dell’Italia patria dell’automobile!

Questo che segue è il mio intervento in Aula in dichiarazione di voto per il M5S relativamente alla proroga del Collegio dirigente di ARERA (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente).