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Le interviste del blog: Boubacar Boris Diop
(9:02)

In questi giorni il Parlamento si sta affrettando a introdurre in Italia disposizioni ingiuste e lesive della libertà di informazione. Ma la Storia ci ha insegnato che non tutte le leggi sono meritevoli di essere applicate. A volte disobbedire è una virtù. E’ il caso di Mbaye Diagne, capitano Caschi Blu senegalesi inviato in Rwanda con la missione ONU UNAMIR durante il genocidio. Disobbediendo alle regole di ingaggio ONU che gli avrebbero proibito di intervenire e di salvare civili, salvò la vita a centinaia di persone.
Il Blog ha contattato via Skype Boubacar Boris Diop, scrittore e giornalista senegalese, per conoscere la storia del capitano Mbaye Diagne.

Testo:
“Mi chiamo Boubacar Boris Diop, sono senegalese e scrittore.
Mi sono sempre sentito coinvolto dal genocidio dei Tutsi in Rwanda al quale ho dedicato un romanzo intitolato “Murambi, il libro delle ossa” e numerosi articoli in diversi giornali e riviste. Oggi parleremo del Capitano Mbaye Diagne. E’ un argomento importante nel senso che tutti i racconti di tutti i genocidi vengono associati a immagini di orrore e di odio, mentre nei casi come quello del Capitano Mbaye Diagne abbiamo a che fare con la compassione, l’altruismo; in breve abbiamo un’altra possibilità di parlare del genocidio senza suscitare disgusto o scoramento in coloro che ci ascoltano. E dato che il Capitano Mbaye Diagne è come tutti noi un uomo ordinario, ciò che il suo ruolo nel genocidio del Rwanda ci insegna, è che ognuno di noi in fondo ha dentro di sé il meglio e il peggio.
Il capitano (senegalese n.d.t.) Mbaye Diagne è stato inviato in Rwanda nel 1993 per far parte dell’UNAMIR, la missione delle Nazioni Unite in Rwanda, e si è ritrovato nella posizione di osservatore militare, lavorando col comandante in capo, il generale canadese Romeo Dallaire. Quando è iniziato il genocidio e le truppe dell’ONU si sono ritirate… ebbene, egli ha molto semplicemente deciso di disubbidire agli ordini: ha deciso di salvare quelli che poteva. Come sapete per esempio è stato lui a salvare i figli della primo ministro Agathe (Uwilingiyimana n.d.t.) che è stata assassinata nel primo giorno del genocidio. Quindi questo vuol dire che il Capitano Mbaye Diagne fin dall’inizio, non ha aspettato, non si è posto troppe domande; fin dall’inizio ha capito che la cosa più importante non era obbedire a degli ordini ingiusti dei burocrati comodamente seduti a New York, ha capito che doveva dare ascolto prima di tutto alla propria coscienza di essere umano. Ciò che ha fatto è stato salvare un numero elevato di vite umane. Si dice che siano state decine, qualcuno dice anche seicento persone, ma il numero esatto di Tutsi che sono stati salvati dal Capitano Mbaye Diagne sarà difficile da determinare, credo.
La prima cosa importante è che il Capitano Mbaye Diagne è morto per gli altri: è morto perché non è rimasto tranquillo, perché stava compiendo una missione e lo faceva sapendo di farlo a rischio della propria vita. Ma forse una delle lezioni più importanti è la rilevanza che questo ha rispetto a tutti i genocidi. Come sapete, dopo un simile avvenimento, quando si interrogano gli assassini l’unica cosa che rispondono è “ho ricevuto degli ordini, sapevo che erano ingiusti, ma non avevo i mezzi per contestarli e li ho eseguiti. Così ho assassinato gli armeni, ho assassinato gli ebrei, ho assassinato i cambogiani o i Tutsi perché lo Stato me lo richiedeva”.
questa logica dell’obbedienza assoluta è stata in qualche modo sconfitta sul nascere dal Capitano Mbaye Diagne, nel senso che egli ha disubbidito. Ritengo che la prima cosa, la più interessante, sia la virtù della disobbedienza. Egli ha detto: “Io non ubbidisco a questi ordini”.
La seconda cosa è che in fondo egli non ha cercato di giocare a Superman, non ha cercato di sfoderare la sua pistola e di battersi da solo contro quelli che erano ai posti di blocco a uccidere i Tutsi. Ha discusso con loro, ha negoziato con loro e con questo ci ha dimostrato che anche in questi mostri c’è una scintilla di umanità a cui si può fare appello.
coi mostri: io penso che questo… non tutti ne abbiano la capacità. Questo richiede, come dire, un grande coraggio fisico, perché questa gente era sempre drogata e ubriaca e poteva uccidere chiunque in qualsiasi momento.
Ma per me la principale lezione della storia di Mbaye Diagne è che in fondo, in modo estremamente ingiusto, si vuole fare nei media e in una certa letteratura alquanto nauseabonda bisogna dirlo… si vuol fare del Rwanda il simbolo del disastro africano, una specie di apoteosi del male e si cerca di farci credere che siccome il genocidio ha avuto luogo in Africa, è una cosa normale. C’è una specie di distorsione nella definizione di genocidio: quando avviene in Germania non è normale, è un incidente spaventoso; ma quando avviene in Rwanda, in Africa, ebbene è normale. Perché?
Perché gli africani non fanno distinzione tra la morte e la vita. Invece l’esempio di Mbaye Diagne mette al primo posto i valori della vita anziché rassegnarsi ai valori della morte.
Insomma a partire da questa tragedia, che è veramente una delle peggiori della storia dell’umanità, è bene dire ai giovani africani in particolare, che non dobbiamo rassegnarci alla morte: la morte non è fatalità e voi avete dentro di voi, come tutti gli esseri umani, il peggio e il meglio. E soprattutto ciò che Mbaye Diagne insegna è che il genocidio non è normale da nessuna parte e non lo era neanche nel Rwanda.
E per me questo è estremamente importante.”

Ps. Per maggiori informazioni sul capitano Mbaye Diagne e sul genocidio in Rwanda, potete visitare il sito dell’associazione Benerwanda.