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Formigoni e le riforme condivise
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Il messaggio di Morfeo Napolitano per il nuovo anno ha riguardato le “riforme condivise” per le quali ha ottenuto un “plauso unanime“. Traduzione per i neofiti del linguaggio politico: per “riforme condivise” si intendono gli “inciuci sottobanco“, per “plauso unanime“, l’accordo a tavolino di cinque persone: Casini, Fini, Berlusconi, Bersani in D’Alema e Bossi per rimanere in sella e spartirsi la torta dello Stato. Ma quando parlano di riforme a cosa si riferiscono? Sempre a una, sola e irrinunciabile riforma dello Stato: quella della Giustizia per non farsi processare e continuare a fare i cazzi propri. Una riforma di cui si sente l’ “esigenza profonda che il Paese ha e che i cittadini avvertono“.
Le riforme per un “Parlamento Pulito“, rappresentativo e senza condannati, chieste dai cittadini giacciono nel cassetto di Schifani, e sono 350.000 firme autenticate. Le firme per le riforme per una informazione libera con l’abolizione della legge Gasparri e del finanziamento pubblico a giornali come il Corriere della Sera, Libero, il Sole 24 Ore o il Foglio sono state respinte dalla Corte di Cassazione. Erano milioni di firme, sono rimaste inascoltate. Peggio: disprezzate, insultate, usate come carta da cesso. Quali riforme può attuare questo Parlamento senza legittimità e incostituzionale? Formato da “non eletti“, da nominati, come tanti cavalli di Caligola, senatori e deputati. Una congrega di condannati in via definitiva, di imputati, di gente sotto processo per mafia o di cui è stato chiesto e negato l’arresto come Nicola Cosentino per relazioni con la camorra, un signore che fa il sottosegretario all’Economia. Di personaggi accampati da decenni a nostre spese a recitare la parte del “politico” che si batte per “il bene del Paese“, da Mastella a Fassino. Di quali riforme biascica il Presidente sollevando il solo entusiasmo di chi ne beneficerà e l’ilarità e la compassione degli italiani onesti?
Il pesce puzza dalla testa e il Parlamento è una cloaca morale. Con quale diritto i parlamentari possono avanzare proposte di riforma quando non sanno neppure riformare sé stessi? Gente che matura il diritto alla pensione dopo due anni e mezzo, strapagata eppure doppiolavorista, che continua a fare l’avvocato come Ghedini, l’attore come Barbareschi, l’amministratore di Expo 2015 come Stanca. In aula non si vedono quasi mai. Perché allora li paghiamo con i soldi delle nostre tasse? Le riforme, le loro riforme, le fanno già tutti i giorni e le condividono in Parlamento e al Quirinale, come lo Scudo Fiscale, il più grosso regalo economico ai mafiosi e agli evasori e il più grosso vaffanculo della Storia italiana ai contribuenti.
La prima riforma è quella di restituire il diritto ai cittadini di scegliere il proprio candidato, quindi tornare a votare. Di questi parlamentari ne rimarrebbe forse il 10%, il resto, formato da NOSTRI dipendenti, potrebbe allora procedere alle vere riforme: restituire ai cittadini voce, scelte e dignità. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.