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L’Enel e il popolo Maya
(7:20)

In Sudamerica dai tempi dei Conquistadores, un nome completamente inappropriato per i responsabili del più grande genocidio della Storia, sono cambiati solo i volti e le forme. Ai macellai Pizarro e Cortés si sono sostituite le multinazionali che hanno come armi il denaro e l’esproprio benedetto dalle autorità del luogo. Un giornalista ci racconta, insieme al leader indigeno, la storia delle zone Ixil del Guatemala, del popolo Maya e del neocolonialismo dell’Enel Green Power. Un’azienda che appartiene agli italiani per il 31%. L’Enel siamo noi!
Ps: Se l’Enel vuole rispondere alla testimonianza del popolo Maya, la sua replica sarà pubblicata sul blog.

Intervista a Concepción Santay Gómez, Sindaco Ixil di San Juan Cotzal

Caro Beppe,
purtroppo la militarizzazione di un territorio, le comunità locali inascoltate, l’assenza di informazione e la presenza di una politica che dimentica il bene generale e sa solo eseguire i dettami delle grandi imprese non riguardano soltanto la Val di Susa. In Guatemala, nella zona indigena Ixil, si sta consumando la solita silenziosa tragedia.
L’Enel Green Power, la società di Enel per lo sviluppo e la gestione delle rinnovabili ha quasi terminato l’impianto idroelettrico di Palo Viejo.
L’acqua del fiume Cotzal e di tre suoi affluenti è stata canalizzata e sta già riempendo l’enorme vasca che permetterà alla centrale di produrre 370 milioni di chilowattora. Fino a qui tutto bene. Energia verde, 280.000 tonnellate di CO2 risparmiate e il made in Italy che ci rende famosi nel mondo. Ma per le comunità Maya della zona non va affatto bene. Sulla carta Enel è inattaccabile, ha ottenuto i permessi, il progetto è buono e nei suoi documenti si parla di responsabilità sociale d’impresa, ma il modus operandi è ancora oggi di stampo coloniale.
Cinquecento anni fa un manipolo di spagnoli è riuscito a cancellare civiltà millenarie utilizzando la strategia della divisione. Non è cambiato nulla. Enel è entrata a Cotzal senza interpellare le comunità ancestrali che da 2.500 anni vivono in quei territori e che si sentono storicamente padroni di fiumi e montagne. E’ entrata in silenzio, forte dell’autorizzazione ottenuta dal vecchio sindaco Josè Perez Chen e dal Governo del Guatemala. Probabilmente sperava che quei maya ignoranti non si sarebbero mai organizzati o quantomeno si fossero accontentati di quattro galline e qualche sacco di mais. Così non è stato e grazie al lavoro dei sindaci indigeni oggi c’è un fronte che raccoglie 28 delle 36 comunità coinvolte da Palo Viejo. Vogliono essere ascoltati, vogliono partecipare ai processi decisionali e alla divisione dei guadagni.
Ma “l’energia che ti ascolta” fa orecchie da mercante. Circa un anno fa la popolazione locale sfinita dall’assenza di risposte da parte di Enel ha deciso di bloccare il passaggio ai macchinari. Alla loro azione nonviolenta lo Stato guatemalteco ha risposto con centinaia di soldati in assetto antisommossa, tre elicotteri e un nido di mitragliatrice posizionato nella scuola di San Felipe Chenla, il villaggio più battagliero. Alla popolazione sembrava di essere tornati negli anni del conflitto armato, quando lo Stato si macchiò di 114 massacri etnici nell’area Ixil. I leader contadini sono stati minacciati e accusati di terrorismo. Per Enel è inconcepibile rallentare i lavori però non lo è scendere a patti con dei criminali. L’Enel non ha coinvolto le popolazioni indigene, ma ha scelto come interlocutori Josè Perez Chen e Pedro Brol. Il primo, l’uomo che diede l’ok ai lavori, dopo essere stato fermato per contrabbando di legname attualmente si trova in carcere con l’accusa di aver istigato i suoi uomini al linciaggio di un poliziotto. Il secondo, latifondista proprietario della tenuta San Francisco dove passano i macchinari Enel, paga una miseria decine di bambini costretti dalla fame a raccogliere il suo caffè. Ma per l’Enel i criminali sono donne, vecchi e bambini che non ci stanno a farsi prendere in giro da un’impresa che fatturerà centinaia di milioni di euro grazie alle loro risorse naturali.
Oggi il tavolo della trattativa è di nuovo in piedi. La popolazione chiede il 20% della produzione della centrale. Si domandano perché se le montagne e i fiumi sono loro non possono essere soci dell’impianto.
Ma Enel prende tempo, sa che quando si inizierà a produrre energia la sua forza sarà raddoppiata e il Governo guatemalteco sarà ancora più obbligato a rispondere con violenza alle dimostrazioni dei maya di Cotzal. E poi mette in campo le solite strategie: “social washing” e divisione delle comunità. Enel promette progetti, un pozzo, una scuola, una strada asfaltata per ripulirsi la coscienza e ammansire la popolazione. Non è un caso che Enel Cuore onlus finanzi progetti di sviluppo solo nei paesi dove è presente il gruppo Enel. Far del bene è importante ma lo è ancor di più far vedere che loro sono i buoni. Inoltre, regalando lamiere e capre, tentano di comprare le comunità più povere e obbligarle a rinunciare alla protesta e lasciare soli quei “sovversivi” di San Felipe Chenla. Li dovresti conoscere Beppe quei sovversivi. Sono solo contadini impolverati che amano la loro terra.
Il popolo Ixil continuerà a lottare. Io ho provato a stargli vicino scrivendo questo pezzo e registrando l’intervista. Se le informazioni non ci arrivano occorre andarcele a prendere. Il 31% di Enel è pubblico, è roba nostra, e quindi i diritti calpestati nell’area Ixil ci riguardano, eccome.” Alessandro Di Battista

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