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Ai precari non serve l'articolo 18 !

In questi giorni si fa tante discussioni sull'articolo 18 e sulla sua inviolabilità. Pochissimi invece si stanno preoccupando di quell'esercito di giovani che non possono usufruire di tale norma e che di fatto sono mandati al massacro, senza la possibilità di progettare il loro futuro o di poterlo immaginare. La terra di nessuno,  questa terra di nessuno dove sono finiti, ha tolto loro anche questo:poter immaginare un futuro. I sacrifici che stanno sopportando finiranno infatti per essere fini a se stessi.

Io non so se l'abrogazione dell'articolo 18 potrà veramente servire a migliorare la posizione lavorativa dei lavoratori precari, e sinceramente lo credo poco. I sindacati, fermi nella difesa di tale articolo, si sono finora battuti poco per i diritti dei lavoratori con altri tipi di contratto. Essi dovrebbero iniziare a difendere i diritti di tali lavoratori ed a pretendere retribuzioni più alte per i contratti atipici, dato che questi comportano costi minori per le aziende. La credibilità sindacale è tuttavia minata dal fatto che anche loro usano queste forme contrattuali penalizzanti per il lavoratore, spesso con retribuzioni altrettanto basse.

Credo che, per compensare la minore durata dei contratti di lavori ed i maggior costi dovuti ad inattività tra un contratto e l'altro (come appena scritto), autoformazione, malattia, ferie... la retribuzione dei lavoratori a termine o atipici dovrebbe essere, a parità di ore di lavoro, molto più alta, in modo da compensare i maggior costi che devono supportare per rimanere il più possibile aggiornati e quindi "sexy" per il mondo del lavoro.

Un altro problema trascurato dalla pubblica opinione sono gli ammortizzatori sociali per tutelare i precari ed i lavoratori tutti, nel momento in cui il loro rapporto di lavoro viene interrotto. Il nostro sistema di welfare è, come la rappresentanza sindacale, ferma agli anni 70, ovvero ad una società industriale in cui le fabbriche occupavano decine di migliaia di persone, ed in quel contesto, l'istituto della CIG era sicuramente adeguato, ma per la nostra società post industriale, caratterizzata da fenomeni di delocalizzazione delle industrie, del loro forte ridimensionamento e polverizzazione, la CIG non è sufficientemente flessibile. Il maggior ammortizzatore sociale italiano diventa quindi la famiglia, e di questa involuzione sono responsabili i governi quanto i sindacati.

Quello che penso, è che non è più possibile prendere "due piccioni con una fava", aiutare le industrie a superare una situazione di difficoltà e nello stesso tempo mantenere la tutela dei lavoratori agli stessi livelli toccati fino a pochi anni fa. Meglio sarebbe la sua eliminazione e separare il sistema. Da un lato, le politiche per migliorare la capacità industriale del paese, e dall'altra un sistema che garantisca un reddito minimo a chi rimane fuori dal mondo del lavoro e su questo tema, son rimasto stupito nel sentire un'intervista di Cofferati in un cui parlava di reddito minimo garantito, pur senza entrare in particolari tecnici.  Fintanto non sia arriva a fare questa scelta, a superare la CIG, non più capace a supportare un sistema industriale moderno e competitivo nel mondo globalizzato, assieme ai lavoratori che di quel sistema fanno parte, difficilmente potremmo dire che il nostro paese si sia avviato verso una nuova fase di crescita e rinascita.

1 commento

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  • L'Art. 18 è un falso problema in quanto è soltanto una norma sulle SANZIONI che si abbattono sul titolare ad un licenziamento per ingiusta causa!
    L'art.18 è pari allo Statuto dei lavoratori.

    L'attuale forma sociale capitalistica-liberale ha fallito. Prima ce lo mettiamo in testa e prima possiamo fare una rivoluzione verso una società equa e solidale.

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