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TERRE RARE - I limiti sociali dell'innovazione

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TERRE RARE

I LIMITI SOCIALI DELL'INNOVAZIONE

E' luogo comune che l'innovazione sia la panacea per risolvere tutti i problemi che ci affliggono: l'occupazione, la crisi economica, il benessere sociale, la salute, ecc.
Non si ammettono repliche o critiche, l'innovazione rientra fra i (falsi) miti del nostro tempo.
Parlare di innovazione e non conoscere le problematiche relative alle cosiddette "terre rare" è come voler parlare di pittura e non sapere chi è Giotto.
Il 21/05/2013 alle ore 12:15 Borsa Italiana pubblicava il seguente comunicato stampa:
"UBS ETF: terre rare, investire nelle materie prime del futuro.
Secondo UBS ETF, quello delle terre rare è un tema d'investimento che offre interessanti opportunità: il fatturato globale annuo delle industrie dipendenti da questi metalli ammonta a 3.400 miliardi di euro, ed entro il 2015 la domanda per questi elementi supererà le 200.000 tonnellate".
Gran parte dell'innovazione tecnologica si sviluppa intorno a 17 metalli, chiamati terre rare. A cominciare dall'industria verde. L'eolico ha bisogno dei super magneti (in una turbina eolica ci possono stare fino a 260 kg di neodimio). Altri metalli costituiscono l'innovazione per il fotovoltaico, i pannelli e le centrali termiche solari. L'industria bellica impiega terre rare per costruire laser, apparecchi per la visione notturna, missili cruise, droni, reattori nucleari. L'industria automobilistica per le marmitte catalitiche (cerio e lantanio), e per le batterie elettriche (nella batteria di una Toyota Prius ci sono circa 10 chili di lantanio). Usano terre rare i pick-up magnetici delle chitarre elettriche, gli schermi televisivi piatti, i gli strumenti di telefonia mobile, IPAD, P.C. portatili, ecc ).
L'indice Stoxx Global Rare Earth fornisce i prezzi dei singoli metalli. La speculazione impazza. Il disprosio, usato per gli hard disk dei computer, costa 467 dollari al chilo, contro i 14,93 di otto anni fa. In soli due mesi il prezzo del cerio è aumentato di più del 450 per cento.
La Cina è il maggior produttore, 95% della produzione mondiale, con impianti anche all'estero, ma proprio a causa dei danni ambientali e sociali ha deciso di diminuire del 37% la produzione interna.
Nelle miniere di Baotou in Mongolia si trova circa l'80% delle terre rare della Cina,
Le miniere di terre rare contengono elementi radioattivi come l'uranio e il torio. Gli abitanti dei villaggi vicini a Baotou sarebbero stati trasferiti altrove perché gli scarichi delle miniere avrebbero contaminato acqua e raccolti. I giacimenti nei pressi di Baotou producono ogni anno circa 10 milioni di tonnellate di acque di scolo, in gran parte acide o radioattive. Un altro grande problema sono i rifiuti di produzione. Per produrre chili di terre rare occorrono tonnellate di materiale da mettere in discariche, poiché radioattive.
Gli USA detenevano il primato mondiale di produzione con la multinazionale Molycorp che sfruttava le miniere di Mountain Pass in California, ma nel 2002 a causa dei gravi problemi ambientali ha chiuso i battenti. Ovunque si producano questi elementi fra operai e la popolazione aumentano i casi di leucemia e insieme le manifestazioni di protesta.
L'esempio malese è illuminante. Due decenni fa a Bukit Merah sulla costa occidentale malese la Mitsubishi Chemical costruì un impianto di lavorazione delle terre rare che cessò a causa della morte di otto lavoratori per leucemia (la punta dell'iceberg se si contano i malati di tumore ancora vivi).
Il costo, circa cento milioni di dollari, la Malesia e la Mitsubishi lo stanno ancora pagando. La cifra non è bastata per ripulire parzialmente l'impianto chiuso.
Ora un'altra società, la Lynas, sta provando ad aprire un altro impianto sulla costa orientale malese, a Kuantan, provando ad inserirsi nel vuoto che la Cina ha aperto con il taglio della produzione. La vicenda è stata al centro delle elezioni nazionali e la vittoria dei partiti favorevoli all'impianto rischia di provocare una sollevazione popolare.
Questi casi oltre alla guerra infinita del Coltan nel Congo, dove si estrae l'80% del tantalio, indispensabile per la telefonia mobile, sta mettendo in discussione tutto il settore dell'innovazione.
E in Italia ? Senza terre rare non c'è innovazione sostiene l' ENEA . Nello stabilimento di Trisaia, nell'ambito delle attività sui Nuovi Materiali, è stato realizzato un impianto idrometallurgico per il recupero delle terre rare, con un processo che dovrebbe essere eco compatibile.
Ma il riciclo, seppure pratica virtuosa, non basterà mai a soddisfare la crescente domanda del mercato.
Tutto ciò dimostra che la finalità dell'innovazione è il profitto e non certo il benessere sociale, proprio come all'ILVA di Taranto e pertanto alla fine si passa sempre sopra i cosiddetti "danni collaterali" persone che continuano a morire per il loro lavoro.
Sui limiti sociali all'innovazione occorrono seri ripensamenti.