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La laVagna: La fine della scuola ai tempi di Socrate


Empoli - 


L'attenzione e, dopo, l'euforia sul referendum, nonché l'espletamento delle mille faccenduole di fine anno scolastico, hanno fatto slittare di una settimana la pubblicazione di questa rubrica. Ed è proprio sul fine anno scolastico che vorrei spendere due parole.
Va da sé che, per il fatto di esser stati tutti studenti, tutti ricordiamo la felicità sprizzante che comportava la fine della scuola: basta sveglie all'alba, basta costrizioni sui banchi, basta insegnanti pallosi che sciorinano nozioni inutili. Da me gli studenti hanno aspettato l'ultima ora di scuola -almeno quelli che non hanno l'esame- con la trepidazione della festa più bella dell'anno.
Se da una parte tutto ciò è logico, dall'altra tuttavia mi si pone un quesito: ma perché i ragazzi odiano tanto la scuola? La risposta, apparentemente banale, non è facile. Secondo la massima di Socrate per cui chi impara sorride se, spostando tale massima in una struttura di sillogismo, il sorriso implica felicità, allora chi impara dovrebbe esser felice, ergo, di conseguenza, la fine della scuola non dovrebbe esser festeggiata, perché dovrebbe implicare la fine (temporanea ovviamente) di un segmento che ci rende felici.
Ma se i ragazzi infelici non lo sono e, soprattutto, se Socrate aveva ragione, allora c'è qualcosa che non va: un qualcosa che potrebbe esser riassunto nella seguente frase: "i ragazzi a scuola non imparano niente o poco".
Ed effettivamente se ripenso al mio iter scolastico, un buon 90% di ore e interpreti della trasmissione del sapere (=insegnanti), almeno dal mio punto di vista erano lì a rubare lo stipendio: la peggiore Italia mi verrebbe da dire, se di questi tempi non fosse massima inflazionata da loschi figuri(ni).
E con che faccia, mi chiedo io, un insegnante che sta lì a rubar lo stipendio si può permettere di giudicare l'operato scolastico di un adolescente che rifiuta, con molte ragioni, di star lì ad incassare nozioni, impotente, come se fosse un pugile dalle braccia spezzate, citando allo stesso tempo Bomber e Gibran?
E se Socrate aveva ragione, allora bisognerebbe forse chiedersi, in un'epoca in cui si dovrebbe ridiscutere, tra le altre cose, i criteri di selezione del personale docente, che caratteristiche dovrebbe avere l'insegnante della scuola che verrà.

I candidati a Empoli


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