
Venerdì, 25 marzo, ho seguito l'incontro con Pietro Buffa, direttore del carcere delle Vallette e con Maria Pia Brunato, garante per i diritti dei detenuti.
Mi aspettavo una serata, se mi passate il termine, noiosa e lunga, in cui ci illustravano cifre e leggi, una serata più agli addetti ai lavori che non a persone normali. Al contrario, però, la serata si è svolta in un contesto del tutto informale ed amichevole, dove il direttore Buffa, dopo l'introduzione di Brunato, della quale, purtroppo, ho perso l'inizio, ci ha illustrato la situazione carceria in forma di racconto e non di dati tecnici, che poco avrebbero detto a persone non addentro alle problematiche che il tema pone.
Ma entriamo nel merito. Il direttore Buffa inizia il suo racconto con la spiegazione dei numeri e di cosa significa il termine sovraffollamento, che tanto spesso leggiamo sui giornali e di come sia molto lontano dalla realtà, in quanto quel numero sembra in crescita vertiginosa e costante nel tempo. In realtà bisogna tenere conto delle molte persone che escono dopo tre giorni, che portano la descrizione delle presenze in carcere ad un linea più simile ad una sinusoide che non ad un retta molto inclinata sulle ascisse.
Ma i punti fondamentali del discorso del direttore sono due. Il significato della detenzione in carcere e la normativa riguardante la possibilità di iniziare un percorso di restituzione alla società civile, del detenuto.
Nella prima, esprime un concetto molto interessante, il passaggio da un paradigma colpa → castigo, ad un nuovo paradigma, responsabilità → risarcimento. Differenza molto interessante. La necessità di passare dal primo paradigma al secondo, nasce, secondo il racconto del direttore, dalla necessità di colmare il vuoto che si viene a creare nella vittima a causa dell'azione criminosa subita dalla vittima stessa. Nella maggior parte dei casi, l'applicazione del paradigma colpa → castigo, lascia sempre la vittima insoddisfatta, in quanto ritiene il castigo sempre troppo debole se paragonato al danno subito, nel nuovo paradigma, al contrario, la ricerca è finalizzata a trovare una strada, un cui la persona riconosciuta come responsabile del crimine che è stato commesso, viene condotta verso una pratica di risarcimento in cui, la vittima, possa ritenersi risarcita del danno subito.
Il secondo punto affrontato, riguarda la scarsa efficienza della normativa attuale nel creare percorsi di riabilitazione e reinserimento del detenuto nella società civile. La causa di ciò, viene attribuita al fatto che la stessa è stata pensata per una popolazione stanziale e non emigrante. Le tre possibilità previste, ovvero permesso, lavoro e semilibertà, posso essere adottate nel caso in cui una persona abbia una famiglia, una casa od un lavoro prima del tempo in cui ha commesso il reato che lo ha condotto alla carcerazione. Perché queste tre possibilità non possono essere attuate ? Il motivo è semplice, il 75% dei detenuti è extracomunitario o clandestino e quindi non può accedere a quei percorsi di reinserimento che abbiano la finalità di portarti, per brevi periodi, fuori dal carcere, per il semplice motivo che non hanno una casa, non hanno una famiglia, ovvero sono soli. E questo non adeguamento della normativa carceraria alla realtà quotidiana, trasforma il carcere in un luogo da cui non si può uscire, e, cosa molto grave, gli impedisce di potersi porre come un punto di ripartenza per chi, in certo momento della sua vita, si è trovato a commettere un errore. Non può essere lo strumento che permette, al carcerato, di ritrovare la strada perduta per il suo reinserimento in seno alla società civile.
Ecco questi, sono stati i due punti principali della serata e sono stati raccontati in modo semplice e comprensibile, riuscendo a porre l'attenzione su che cos'è il carcere e quale scopo possa avere nella società.
Alla fine della serata, vi è stato anche lo spazio per le domande, che non starò a raccontare adesso, ma una cosa mi ha colpito. Ad un certo punto un assessore di Giaveno, visto che si è toccato il tema sicurezza, illustra la sua idea di sicurezza descrivendola come certezza della pena - che in linguaggio tecnico significa che il presunto colpevole viene processato -. Al contrario, io mi trovo più concorde con l'affermazione di Brunato che nel descrivere le vicissitudini di un carcerato, si rammarica sul fatto che le istituzioni che sono entrate in contatto con lui non sono riuscite a comprendere che la sua strada poteva deviare verso una condotta criminale. Ecco questo è il mio concetto di sicurezza. Io riuscirei a sentirmi molto più sicuro, non perché esiste la certezza della pena, ma perché le istituzioni con cui una persona entra in contatto, riescono a fermarla prima, che questa possa arrivare a compiere un reato, dopo ... è troppo tardi.
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