Recentemente nella categoria Ambiente
Già molte volte ho scritto dell'inquinamento da cromo esavalente prodotto dalla ex-Galvanica che ha subito Tezze sul Brenta ma che
interessa tutto il Veneto.
In breve questo inquinamento ha inizio negli anni '70, nei primi anni '80 vi sono stati i primi primi rinvii a giudizio, senza seguito, di
alcuni dirigenti della ditta da parte del tribunale di Bassano del Grappa (VI), ma solamente nel 2006 presso il tribunale di Cittadella
(paese che si trova nella vicina provincia di Padova), interessato dall'inquinamento in quanto vari pozzi attingevano l'acqua inquinata,
si è completato un processo (iniziato nel 2003) con una sentenza di colpevolezza per avvelenamento del territorio, con una pena
detentiva nei confronti del titolare della ditta di 2 anni e 6 mesi, abbonata dall'indulto e una pena pecuniaria di 2 milioni 250 mila
euro, mai pagati in quanto il reo risulta nullatenente.
Dal 2006 viene richiesto alla procura di Bassano del Grappa di procedere con delle indagini per appurare cause e responsabilità
delle numerose morti da tumore (oltre 20 quelle conosciute) avvenute tra gli operai della ditta che sono state appurate durante il
procedimento.
Le indagini per far partire il processo, richiesto da alcuni famigliari delle vittime, vengono rallentate e ostacolate in vari modi,
finché nel nel 2009 e nel 2010, nonostante le caterve di documenti comprovanti che il cromo esavalente è un sicuro cancerogeno
ma sopratutto che le condizioni lavorative all'interno della fabbrica erano a dir poco simili ad un inferno dantesco pieno di vapori
venefici senza protezioni, vi sono state due richieste di archiviazione del processo che il comitato di difesa della salute di Tezze sul
Brenta, assieme ad alcuni famigliari delle vittime è riuscito a far respingere.
Finalmente si riesce a far partire il processo, a porte chiuse e con rito abbreviato (in caso di condanna la pena viene ridotta), ma
vengono richieste ulteriori, inutili, indagini che fanno avvicinare la prescrizione dei reati, ma che comunque comprovano ancora una
volta ciò che già si conosce.
Nel frattempo si conclude anche un processo civile, avviato da alcuni famigliari delle vittime nei confronti di alcuni dirigenti
della ditta, con una sentenza che conferma ancora una volta le condizioni di lavoro che ci furono a dir poco precarie, tale processo
ha condannato al pagamento di una ammenda di 800 mila euro, tale ammenda non verrà pagata, in quanto i colpevoli risultano
nullatenenti.
Il 24 Maggio 2011 a Bassano del Grappa viene emesso il verdetto vergognoso di primo grado: “il fatto non sussiste”, attribuendo le
numerose morti tra i lavoratori dovute al fumo di sigaretta, una sentenza che ha fatto esplodere la rabbia dei famigliari e del comitato
che per ogni udienza presidiava la sede del tribunale.
Tale rabbia è stata espressa con slogan e lanci di uova.
Nel giro di 7 mesi il tribunale di Bassano del Grappa avvia una pratica contro alcuni componenti del comitato per ingiurie e
imbrattamento, facendo avviare un processo presso il tribunale di Trento che inizierà il 12 dicembre 2011.
La cronistoria completa la si può trovare al seguente indirizzo:
http://digilander.libero.it/salute.tezze/cronistoria_2011.pdf
Il comitato sarà presente innanzi al tribunale di Trento per far conoscere la storia di Tezze sul Brenta, dell'inquinamento prodotto e
delle morti che ha causato.
Invitiamo chiunque ad essere presente con noi il 12 dicembre alle ore 9:00 presso il tribunale di Trento in largo Pigarelli, 1.
Emanuele Bonin
MoVimento 5 Stelle - Bassano del Grappa
Comitato di difesa della salute di Tezze sul Brenta e Bassano del Grappa
http://SaluteTezze.Splinder.com
La sciagura e le morti a Genova suonano come un monito. Un anno dopo l'alluvione del 2010 la provincia di Padova ricorda ancora quanto essa sia vulnerabile.
Le esondazioni misero in ginocchio l'intero Veneto e le persone colpite dalla tragedia oltre ai disagi hanno subito un ulteriore schiaffo: rimborsi decurtati del 75% secondo il governatore Zaia e i sindaci, ma in realtà ridotti a un recupero del 50 % per le famiglie più fortunate. 220 vigili del fuoco che devono ancora ricevere il pagamento degli straordinari.
E che cosa ha fatto in questo anno il Comune di Padova? Si è preoccupato di mettere in sicurezza idrogeologica il territorio? No!
Il Comune pensa al completamento del GRAP: il Grande Raccordo Anulare di Padova. La società titolare del progetto, composta da: Soc. Autostrade PD-VE (55%), Soc.Autostrade BS-PD (40%), Consorzio C.D.P. (4%) e Camera di Commercio (1%), vede come Presidente Vittorio Casarin (ex presidente della Provincia) e tra gli amministratori Flavio Zanonato (sindaco di Padova). Tra gli amministratori della Società Autostrade PD-VE compare anche Giustina Destro (ex sindaco di Padova). Tutti insieme appassionatamente.
Il GRAP, dopo l'ultima Valutazione Impatto Ambientale (agosto 2011), viene contestato da molte associazioni e comitati con precisi rilievi, ai quali ci siamo uniti con nostre osservazioni presentate in Regione Veneto (Prot.N. 491391/62.00).
Tra le tante obiezioni (distruzione di ambienti naturalistici, impatto paesaggistico, costi dell'opera non giustificati), in questi giorni la preoccupazione va all'impatto sulla sicurezza idrogeologica.
La Variante V1 di Limena taglia una zona di interesse comunitario denominata SIC - ZPSIT3260018, un’area golenale che è sempre stata utilizzata come vano di espansione. Il livello delle acque in tale zona può raggiungere 4 m. sul piano campagna in caso di espansione del fiume. Un'area che va assolutamente preservata per il contenimento degli eventi critici.
Ma non basta, il progetto GRAP è strettamente legato, con la funzione di drenare traffico, a un'altra opera sciagurata: la camionabile a pedaggio Padova Venezia destinata al trasporto su gomma; essa dovrebbe essere realizzata lungo il tracciato dell'Idrovia Padova-Mare, sostituendone o strozzandone la portata e la funzione di salvaguardia idraulica.
In caso di alluvione come quella del 1966, sommando le portate di Brenta e Bacchiglione, subito a valle di Padova si formerebbe un disavanzo di portata pari a 350-400 metri cubi per ogni secondo nelle 24-26 ore d'ondata di piena: una massa d'acqua enorme!
L’idrovia Padova-Mare è in grado si scolmarla (come da simulazioni del Dipartimento Ingegneria Marittima di Padova) se la portata progettuale viene rispettata.
L'Idrovia si trova su terreni già espropriati al 95% e ora di proprietà della Regione e per due terzi è già realizzata. Il costo per il completamento e l'adeguamento alla V classe di navigazione Europea è di 143,1 mln., ma può diventare a costo zero se utilizzata per il trasporto su chiatte a basso pescaggio (circa 3 m.).
Le chiatte preleverebbero le merci direttamente dal Terminal off shore progettato al largo di Venezia, evitando l'ingresso in laguna delle grandi navi, e verrebbero trasferite su gomma presso l'interporto di Padova anziché a Venezia (si calcolano 245.000 container TEU all'anno), con un beneficio per l'economia e l'ambiente.
La soluzione per evitare un’altra Genova c’è. Ma i cittadini non vengono ascoltati dalla politica.
Fino alla prossima alluvione.
PREMESSA
Abbiamo preso visione della relazione finanziaria semestrale al 30.06.2011 di Acegas Aps, pubblicata sul sito della società per quanto riguarda la Divisione Ambiente.
Constatiamo che quest’anno a Padova le quantità di rifiuti termovalorizzati (inceneriti) nel primo semestre 2011 sono state 84.000 tonnellate contro le 50.000 tonnellate del primo semestre dello scorso anno e questo grazie alla linea 3 che ha incenerito 34.000 tonnellate di rifiuti in più.
Quest’anno a Padova si è dunque incenerito di più grazie “ad una politica commerciale aggressiva per garantire il costadi cui abbiamo appena accennato sul volantinonte approvvigionamento ai due impianti” come indicato nella relazione finanziaria semestrale di Acegas Aps.
Quest’anno Acegas Aps ha investito a Padova 3 milioni di euro per la linea nuova e 745.000,00 euro per le due linee preesistenti.
OSSERVAZIONI
La nuova linea è stata dunque attivata non per chiudere le vecchie ma per fare business.
A questo punto ci chiediamo a cosa serve attivare la raccolta differenziata, anche porta a porta, se la politica di Acegas Aps (e dei suoi soci tra cui il Comune di Padova) è, al contrario, quella di garantire rifiuti per le tre linee di inceneritori?
Anche se la raccolta differenziata avesse successo in tutto il territorio padovano, Acegas Aps continuerebbe a raccogliere rifiuti da altre città per garantire il funzionamento (e l’approvvigionamento) delle tre linee.
Se la politica di Acegas Aps è di continuare ad incenerire rifiuti, a cosa serve acquistare, solo per Padova, 470.000 euro di cassonetti per la raccolta differenziata e 290.000 euro per bidoncini carrellati per il porta a porta?
CONCLUSIONI
Il cittadino padovano in ogni caso ci rimette in salute ed in portafoglio.
Gli inceneritori costituiscono un danno alla salute dei cittadini, all’ambiente e sono un sistema obsoleto per smaltire i rifiuti.
Come può il Comune di Padova, socio di Acegas Aps, ottemperare al regolamento che lo stesso Comune si è dato per la gestione dei rifiuti urbani, che prevede di “evitare danni e pericoli per la salute, l’incolumità, il benessere e la sicurezza della collettività e dei singoli e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all’ambiente”?
Movimento 5 Stelle Padova
Per info: http://nocokepolesine.blogspot.com/
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L'Appello
CONTRO L’USO DEL CARBONE, PER UN LAVORO DEGNO, PER CONTRASTARE I CAMBIAMENTI CLIMATICI E TUTELARE LA SALUTE DANDO SPERANZA AL NOSTRO FUTURO
APPELLO PER UNA MANIFESTAZIONE NAZIONALE A PORTO TOLLE E PRESIDI DAVANTI
ALLE CENTRALI A CARBONE
La scelta di incrementare l’uso del carbone per la produzione di energia elettrica è una scelta nociva e sbagliata, soprattutto oggi che i cambiamenti climatici costituiscono una minaccia per il futuro del Pianeta e le fonti rinnovabili, insieme all’efficienza energetica, rappresentano l’alternativa efficace e praticabile. La combustione del carbone in centrali elettriche rappresenta, infatti, la più grande fonte “umana” di inquinamento da CO2, più del doppio di quelle a gas. A parole tutti sono per la lotta ai cambiamenti climatici, ma in Italia si fanno scelte in senso contrario, nonostante l’Unione Europea abbia assunto la decisione di ridurre entro il 2020 di almeno del 20% le emissioni di gas serra, rispetto ai livelli del 1990.
Il carbone è anche una grave minaccia per la salute di tutti: la combustione rilascia una cocktail di inquinanti micidiali (Arsenico, Cromo, Cadmio e Mercurio, per esempio), che coinvolgono un’area molto più vasta di quella intorno alla centrale. L’Anidride solforosa emessa, combinandosi con il vapore acqueo, provoca le piogge acide, per non parlare dei danni alla salute derivanti dalle polveri sottili.
La consapevolezza del legame tra danno ambientale e minacce per la salute umana, con inevitabili costi per la collettività, dovrebbe ormai costituire una consapevolezza comune. Ciò nonostante, e per mere convenienze proprie legate all’attuale prezzo del carbone (peraltro in salita), alcune aziende insistono per costruire nuove centrali a carbone o riconvertire centrali esistenti.
Con i recenti referendum oltre 26 milioni di italiani hanno rivendicato il diritto a decidere del proprio futuro, un futuro in cui i cambiamenti climatici non raggiungano livelli distruttivi per l’ambiente, il benessere e la stessa specie umana, un futuro di vera sicurezza energetica, un futuro di vera e stabile occupazione. Rivendichiamo anche il diritto a essere coinvolti in scelte chiare, fondate su strategie e piani condivisi e non dettati dalle lobby energetiche, ma dall’interesse di tutti e dal bene comune.
Proponiamo il territorio polesano come laboratorio nazionale per cominciare ad immaginare ed attuare l'alternativa energetica, per uscire dalle fonti fossili.
Cominciamo questo percorso con una giornata di mobilitazione nazionale contro il carbone il 29 ottobre, e con una manifestazione nazionale nel Polesine.
A Porto Tolle, l'ENEL vuole - anche con modifiche alle leggi e alle normali procedure, operate da una politica compiacente - convertire una centrale a olio combustibile in una centrale a carbone della potenza di 2000 MW, nel mezzo del parco del Delta del Po. Questa centrale a carbone emetterebbe in un solo anno 10 milioni di tonnellate di CO2 (4 volte le emissioni di Milano), 2800 tonnellate di ossidi di azoto (come 3.5 milioni di auto), 3700 tonnellate di ossidi di zolfo (più di tutti i veicoli in Italia), richiedendo lo smaltimento di milioni di tonnellate di gessi e altre sostanze.
La centrale a carbone di Porto Tolle non ha alcun senso.
La riconversione avverrebbe al di fuori e contro di ogni strategia di riduzione delle emissioni di anidride carbonica (strategia che ancora oggi non c’è) e persino di ogni logica energetica, dal momento che l’Italia ha una potenza istallata quasi doppia rispetto al picco della domanda, al punto che i produttori di energia elettrica lamentano che gli impianti vengono oggi usati per un terzo della loro potenzialità.
Non solo: oggi le maggiori prospettive di nuovi posti di lavoro, nel mondo e in Italia, sono nei settori delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica, con numeri che in alcuni Paesi ormai superano l’industria tradizionale; al contrario, la centrale a carbone porrebbe a rischio l’occupazione già esistente, e quella futura, nell’agricoltura, nel turismo e nella pesca.
La riconversione a carbone avverrebbe con una tecnologia di combustione che, pur spinta ai suoi migliori livelli, resta sempre assai più inquinante di quella basata sul gas naturale, e dannosa per la salute; nel caso di Porto Tolle, i dati di rilevazione e le epidemiologie mostrano che l’inquinamento e i danni sanitari si estenderebbero per buona parte della Pianura Padana.
Il ricatto occupazionale di ENEL, dunque, va rifiutato da tutti con dignità e fermezza, perché oggi più che ieri il futuro è nell’economia sostenibile per l’ambiente e la salute, tanto più che, sul piano occupazionale, la bonifica dell'area ed una sua riconversione verso impianti e produzioni nel settore delle energie rinnovabili pulite darebbero lavoro stabile e sicuro ad un maggior numero di persone.
Con la giornata del 29 ottobre ci rivolgiamo a tutti, anche a coloro che subiscono il ricatto occupazionale, nel Polesine e ovunque in Italia vi siano centrali a carbone o progetti di costruzione di nuove centrali o di ampliamento di quelle esistenti, per rifiutare tutti insieme la contrapposizione tra lavoro ambiente e salute, cominciando invece a costruire un lavoro dignitoso, una società basata sull’interesse comune e non sugli interessi di poche lobbies, sulla possibilità di un futuro per tutte e tutti.
Per info: http://nocokepolesine.blogspot.com/
Il Movimento 5 Stelle unitamente al “Comitato Contro gli Abusi Edilizi di Vicenza"
L’Amministrazione comunale di Grumolo delle Abbadesse ha da poco modificato la norma locale che regola le distanze dei nuovi edifici dai corsi d’acqua, dimezzando la fascia di rispetto idrogeologico e privilegiando interessi di natura privatistica in danno dell’interesse pubblico. Una scelta grave soprattutto perché avviene dopo la drammatica esondazione dei corsi d’acqua vicentini, le cui cause sono imputabili alla spinta cementificazione del nostro territorio. Nel 2008 il Consiglio Comunale di Grumolo aveva approvato un Piano di Lottizzazione per la costruzione di alcuni condomini a soli 5 metri di distanza dai corsi d’acqua Riale e Moneghina, in violazione delle distanze minime previste dalla norma statale (R.D. n. 523/1904) e dalla stessa norma comunale che ha adesso modificato. Grumolo è il primo comune del Veneto che riduce a meno di 10 metri la fascia di rispetto dei corsi d’acqua. E’ grottesco lamentarsi dei danni causati dall’alluvione e poi smantellare le norme locali che difendono i corsi d’acqua dalla cementificazione. Una vergognosa scelta politica che dimostra l’assoluta insensibilità verso i temi ambientali da parte dell’Amministrazione comunale di Grumolo. Bisogna annullare avanti al TAR l’illegittima delibera comunale che modifica le norme di rispetto fluviale, prima che altri comuni seguano questo pessimo esempio. Il nostro coordinamento che comprende alcune associazioni e movimenti, Vi chiede un contributo per sostenere i costi del ricorso legale.
Per bonifici: IBAN: IT42P 02008 11800 000101646943
Intestato a: Comitato contro gli abusi edilizi
Indicare nella causale: RICORSO AL TAR corsi d’acqua
Contatti:
http://comitatoabusiedilizi.blogspot.com
http://www.movimento5stelle-vicenza.it
info@movimento5stelle-vicenza.it

Il 9 ottobre 1963, alle ore 22.39, una frana di 270 milioni di metri cubi di terra cade nel bacino idroelettrico della diga del Vajont, provocandone la fuoriuscita dell’acqua lungo le sponde del lago e nella vallata sottostante. L’intero paese di Longarone (BL) e le sue frazioni vengono rase al suolo dalla furia delle acque. La vita di duemila persone viene annientata in pochi minuti. Si tratta del più grande disastro ambientale mai provocato dall’uomo. Dopo Caporetto, il Vajont è la più grande tragedia italiana del dopoguerra. E tutto era ampiamente previsto diversi anni prima. “Tutti sapevano, nessuno si mosse”.
A quarantotto anni di distanza i comuni di Longarone, Castellavazzo e Erto-Casso (le comunità disastrate) firmano un accordo con il privato (la En&En spa) per costruire una centralina idroelettrica sul torrente della tragedia e ricavarne energia. Al privato spetterà il 40% degli introiti, mentre il restante 60% verrà suddiviso nei tre comuni partecipi. Un introito annuale di circa 300mila euro per ogni cassa comunale.
Mi interessa. Da anni seguo le vicende del Vajont, dal giorno in cui - tredicenne - i miei mi portarono a vedere la diga. Da allora la mia “passione” per il Vajont è cresciuta su libri e saggi, nei documentari, col monologo di Paolini e il film di Martinelli, fra articoli di stampa locale e informazioni reperite su internet. Una costante “auto-informazione” (sui banchi di scuola, purtroppo, del Vajont non si parla, nemmeno qui nel bellunese), i primi contatti con quel di Longarone e qualche lettera alla stampa. L’ultima di queste proprio sulla nuova centralina. Una questione che “puzza” e non poco. Non resta dunque che informarmi, approfondire la vicenda e il contesto in cui viene maturando. L’idea è quella di un piccolo “reportage”, per capire, far capire, ma - anche solo - informare, far conoscere, perché è giusto che se ne parli.
Breve reportage di una vicenda che offende passato e memoria, in un Paese dove il corso della Storia non ha insegnato nulla. Leggi il reportage completo
MoVimento 5 Stelle Belluno
Ogni anno, dal 2004, paghiamo multe milionarie alla Comunità Europea per le leggi deroga sulla caccia in Veneto.
Un limitato numero di specie di uccelli e di mammiferi appartenenti alla fauna italiana sono soggette ad un regime di protezione parziale, nel senso che in un determinato periodo dell'anno non possono essere oggetto di caccia.
L'art. 18. comma I, della legge n. 157/1992, che riporta l'elenco delle specie cacciabili e indica i diversi periodi di caccia, è stato modificato con due successivi decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, uno del 1993 e l'altro del 1997. Il primo decreto del 22.11.1993 "Variazioni all'elenco delle specie cacciabili di alcuni volatili", pubblicato sul Supplemento ordinano n. 1 al "Bollettino Ufficiale" - segreteria generale - n. 22 del 25 maggio 1994, ha inteso recepire parte della Direttiva comunitaria 79/409/CEE del 2 aprile 1979, concernente la conservazione degli uccelli selvatici.
Partendo dal presupposto della necessità di ridurre la pressione venatoria nei confronti delle specie Peppola e FringuelIo, il suddetto Decreto esclude tali specie dall'elenco di quelle cacciabili. Il secondo Decreto del 21.3.1997 "Modifica dell'elenco delle specie cacciabili di cui alI'art. 14, comma I, della legge 11 febbraio 1992. n. 157", pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 98 del 29 aprile 1997, ha inteso completare I'adeguamento dell'elenco delle specie cacciabili alla normativa (Direttiva 79/409/CEE del 2 aprile 1979. Direttiva 94/2J/CEE dell 8 giugno 1994), escludendo dal decreto stesso le seguenti specie: Passero, Passera Mattugia, Passera Oltremontana, Colino della Virginia, Storno, Corvo, Taccola, Francolino di Monte, Pittima Reale.
Ogni anno la Regione Veneto, invece, si avvale della deroga per ampliare il carniere e consentire la cacccia a specie protette come lo storno, il fringuello, la pispola, la peppola, il prispolone e il frosone.
Quest’anno le specie cacciabili in deroga sono lo storno (limite massimo giornaliero 25 cappi per cacciatore, 100 nella stagione e 124.200 a livello regionale); il fringuello (stessi limiti personali e massimo capi massimi abbattibili in Veneto 235.700); la peppola (30 capi per stagione per ogni cacciatore e 29.300 in tutta la regione); il frosone (stesso limite personale e 9.800 in tutta la regione), la pispola (tetto massimo individuale 50 capi, regionale 16.000) e, infine, il prispolone (50 capi individuali per stagione e 111.400 complessivi).
Tutte specie che in autunno transitano attraverso le Alpi per recarsi in Africa a svernare.
Sono tutte specie in pericolo e proprio per questo motivo l'Europa ha decretato che non sono cacciabili.
Non essendoci realmente connotati di straordinaria dannosità all'agricoltura di queste specie (uno dei motivi straordinari che consentono la deroga), grazie ai ricorsi delle associazioni ambientaliste, ogni anno la Comunità Europea ci propina multe salatissime.
Ma chi le paga queste multe? Lo stato centrale, cioè gli italiani complessivamente.
E' di oggi la notizia che Bendinelli, oltre alla già approvata caccia in deroga alle specie citate sopra, vuole anche anticipare di 5 giorni l'apertura per il Prispolone dicendo che "è una presa in giro" perchè il Prispolone ad inizio ottobre è già in Africa.
A causa di queste leggi regionali ora a pagare le spese saranno tutti i cittadini italiani e non, come sarebbe giusto, i consiglieri regionali e i presidenti della Regione Veneto che le hanno volute ed approvate solo per accontentare una minoranza di cittadini. Questa è la vera presa in giro!
Leggi l'articolo dell'Arena e commentalo!
Gianni Benciolini
MoVimento 5 Stelle Verona
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L’EMILIA ROMAGNA FA MURO CONTRO I DELIRI
AL CARBONE DI GOVERNO E REGIONE VENETO
NO ALLA CENTRALE A CARBONE NEL PARCO DEL DELTA DEL PO
SI PUNTI SU RINNOVABILI E SVILUPPO ECO-SOSTENIBILE
COME RICHIEDE CONSIGLIO DI STATO, UE E LA LEGGE DEL PARCO DEL DELTA DEL PO
Approvata la risoluzione che vede come primo firmatario
Giovanni Favia (Movimento 5 Stelle)
La Regione Emilia Romagna fa muro contro la riconversione a carbone della centrale di Porto Tolle approvando una risoluzione che vede come primo firmatario Giovanni Favia del Movimento 5 Stelle. Una risoluzione che impegna la Regione in sede di conferenza Stato-Regioni a fermare il folle progetto di riconversione a carbone a Porto Tolle ed è stata sottoscritta anche dai colleghi Monari (Pd), Barbati (Idv), Meo (Verdi), Naldi (Sel) ed ha visto il voto favorevole di Movimento 5 Stelle, centrosinistra, quello contrario di Pdl e Udc, mentre i consiglieri della Lega Nord erano assenti dall’aula al momento del voto.
LA RISOLUZIONE
In particolare la risoluzione di Favia del Movimento 5 Stelle sottoscritta anche dal centrosinistra chiede di “esprimere la netta contrarietà della Regione Emilia-Romagna al progetto di riconversione a carbone della centrale di Porto Tolle, attivandosi in tal senso in ogni sede competente a proporre un piano alternativo per lo sviluppo economico della zona, rilanciando turismo, agricoltura e pesca, cercando quindi di preservare l’ecosistema del Fiume Po e la qualità dell’aria senza danneggiare, e anzi favorendo, le attività economiche”. Si chiede inoltre di “ investire esclusivamente, nell’area del Parco del Delta del Po, sulla produzione energetica da fonti rinnovabili non combustibili e soprattutto non fossili”.
IL TRUCCO DEL LEGHISTA ZAIA PER SBLOCCARE IL CARBONE CONTRO IL PARERE DEL CONSIGLIO DI STATO.
Inoltre nel documento che vede come primo firmatario Favia si denuncia il trucco utilizzato dalla Regione Veneto a guida leghista per aggirare una sentenza del Consiglio di Stato che aveva bocciato la riconversione a carbone. “La legge regionale veneta n. 36/1997 istitutiva del Parco del Delta del Po, dettava le linee guida per la creazione del Parco Regionale del Delta del Po in quella Regione. Al suo articolo 30 che l’attuale amministrazione della Regione Veneto intende modificare, si afferma in particolare al comma a) che “all’interno del Parco del Delta per produrre energia è necessario utilizzare metano o combustibile di pari o inferiore impatto ambientale”. “Modificando il comma a) dell’articolo 30, la Regione Veneto di fatto spianerebbe la strada alla riconversione a carbone della centrale Enel Spa di Porto Tolle-Polesine Camerini, assecondando i progetti presentati da Enel Spa e creando notevoli ricadute negative sia per i territori della pr ovincia di Rovigo anche per i vicini territori delle province di Ferrara e Ravenna” continua la risoluzione. Il tutto contro “il Consiglio di Stato che con una sentenza emessa in data 10 maggio 2011 dando ragione ai ricorrenti (comitati ed associazioni ambientaliste) ha confermato l’impostazione definita nel comma a) dell’articolo 30 che la Regione Veneto intende modificare, in quanto è facilmente dimostrabile, anche utilizzando le normative europee, che il carbone inquina più del metano”.
RICORSI- Giovanni Favia nel corso del suo intervento prendendo spunto dalle richieste di associazioni e comitati ambientalisti ha anche chiesto che la Regione Emilia Romagna faccia sentire la propria voce attraverso opposizioni sul piano giuridico legale al piano di Enel Spa e governo di trasformare a carbone la centrale sul delta del Po.
Movimento 5 Stelle - Beppegrillo.it
Gruppo Assembleare
Assemblea Legislativa Emilia Romagna
Movimento 5 Stelle Rovigo
Non pensate che siamo impazziti e abbiamo deciso di far propaganda ad iniziative di Pdl, Lega e UDC.
Ma è doveroso informarvi che domani (30 giugno 2011) a Campagna Lupia (VE), alle 20.30, presso l'area antistante il municipio, oppure, se piove, presso il palazzetto dello sport (sempre di Campagna Lupia), si svolgerà un incontro sul tema:
GRANDI OPERE INFRASTRUTTURE VIABILITA' E LOGISTICA.
La cosa interessante è nei nomi di chi interverrà:
Fabio Livieri - sindaco di Campagna Lupia ( e fin qui nulla di particolare)
Renato Chisso - Assessore alla mobilità e alle infrastrutture della Regione Veneto
Damiano Zecchinato - Presidente III Commissione Provincia di Venezia Urbanistica Mobilità e trasporti
Ugo Bergamo - Assessore Comune di Venezia alla Mobilità e Trasporti.
Francesco Borga - Presidente Veneto Sviluppo S.P.A.
Come potete vedere la cosa si fa piuttosto interessante.
Invito tutti a partecipare a questa "allegra" serata anche per poter manifestare a questi signori quello che pensiamo di loro e dei loro progetti per il Veneto e per la Riviera del Brenta in particolare
ACCORRETE NUMEROSI.
Sergio Gallo - Movimento 5 Stelle Campolongo Maggiore
www.campolongo5stelle.it
30.11.11 13:52




