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Il 23 gennaio 2012 il Comune di Rovigo invia un fax alla Coopoltaxi Scarl in cui annuncia che il servizio di natura-socio assistenziale organizzato dal Comune di Rovigo al fine di consentire alle persone disabili, che non sono in grado di servirsi dei normali mezzi pubblici, di raggiungere gli istituti scolastici, le sedi di lavoro o i centri di cura di riabilitazione disabili è interrotto.
La decisione è stata presa perché il Comune "NON HA PIU’ I SOLDI".
Erano ammessi a fruire del servizio di trasporto i residenti del Comune di Rovigo di età superiore a tre anni con un grado di disabilità non inferiore al 75% che si trovavano nell’impossibilità di provvedere direttamente ed in proprio alle esigenze del trasporto.
Gli utenti erano chiamati a concorrere al costo del servizio secondo le proprie possibilità economiche in base alla dichiarazione ISEE. Con la precedente Amministrazione il regolamento del servizio trasporto disabili è stato modificato con delibera consiliare n. 9 del 01.03.2011 ed è entrato in vigore il 02.05.2011 passando da un costo di 300 mila a 80 mila euro all’anno.
Ora, all’inizio del 2012, nel bel mezzo dell’anno scolastico e di quello lavorativo, il servizio è interrotto senza essere almeno discusso in Giunta o in Consiglio comunale. L’assessore ai servizi sociali Gianni Saccardin dice che fino all’approvazione del bilancio di previsione si lavora “in dodicesimi” e vista la mancanza di risorse si è preferito sospendere il servizio ad eccezione delle persone non-deambulanti. Questo taglio per "far quadrare i conti” è stato deciso per un servizio sociale in cui il Comune ha delle responsabilità morali e si abbatte pesantemente sulle famiglie degli utenti che giornalmente usufruiscono del servizio. La comunicazione di interruzione del servizio è arrivata, in alcuni casi, alle famiglie come un fulmine a ciel sereno, creando enormi difficoltà.
Non c'erano altri costi, magari sprechi, da tagliare prima di questo importante servizio?
Magari prima di approvare a fine anno 2011 i premi di più di 431 mila euro ai dirigenti, ci si poteva pensare?
Crediamo, nello specifico, che la Consulta dell’handicap debba essere riconosciuta nel suo ruolo esperienzialmente propositivo prima di calare la scure al buio così come sarebbe opportuno un maggior coinvolgimento del buon senso dei cittadini in molte altre
problematiche amministrative. Le persone, caro Saccardin, non vivono “in dodicesimi”, mensilmente. Qual'è la priorità di un Comune, distribuire i soldi senza criterio
tagliando i servizi sociali o avere attenzione al bilancio per garantire i cittadini amministrati?
Lucilla Palmisano
Movimento 5 Stelle - Rovigo
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L'Appello
CONTRO L’USO DEL CARBONE, PER UN LAVORO DEGNO, PER CONTRASTARE I CAMBIAMENTI CLIMATICI E TUTELARE LA SALUTE DANDO SPERANZA AL NOSTRO FUTURO
APPELLO PER UNA MANIFESTAZIONE NAZIONALE A PORTO TOLLE E PRESIDI DAVANTI
ALLE CENTRALI A CARBONE
La scelta di incrementare l’uso del carbone per la produzione di energia elettrica è una scelta nociva e sbagliata, soprattutto oggi che i cambiamenti climatici costituiscono una minaccia per il futuro del Pianeta e le fonti rinnovabili, insieme all’efficienza energetica, rappresentano l’alternativa efficace e praticabile. La combustione del carbone in centrali elettriche rappresenta, infatti, la più grande fonte “umana” di inquinamento da CO2, più del doppio di quelle a gas. A parole tutti sono per la lotta ai cambiamenti climatici, ma in Italia si fanno scelte in senso contrario, nonostante l’Unione Europea abbia assunto la decisione di ridurre entro il 2020 di almeno del 20% le emissioni di gas serra, rispetto ai livelli del 1990.
Il carbone è anche una grave minaccia per la salute di tutti: la combustione rilascia una cocktail di inquinanti micidiali (Arsenico, Cromo, Cadmio e Mercurio, per esempio), che coinvolgono un’area molto più vasta di quella intorno alla centrale. L’Anidride solforosa emessa, combinandosi con il vapore acqueo, provoca le piogge acide, per non parlare dei danni alla salute derivanti dalle polveri sottili.
La consapevolezza del legame tra danno ambientale e minacce per la salute umana, con inevitabili costi per la collettività, dovrebbe ormai costituire una consapevolezza comune. Ciò nonostante, e per mere convenienze proprie legate all’attuale prezzo del carbone (peraltro in salita), alcune aziende insistono per costruire nuove centrali a carbone o riconvertire centrali esistenti.
Con i recenti referendum oltre 26 milioni di italiani hanno rivendicato il diritto a decidere del proprio futuro, un futuro in cui i cambiamenti climatici non raggiungano livelli distruttivi per l’ambiente, il benessere e la stessa specie umana, un futuro di vera sicurezza energetica, un futuro di vera e stabile occupazione. Rivendichiamo anche il diritto a essere coinvolti in scelte chiare, fondate su strategie e piani condivisi e non dettati dalle lobby energetiche, ma dall’interesse di tutti e dal bene comune.
Proponiamo il territorio polesano come laboratorio nazionale per cominciare ad immaginare ed attuare l'alternativa energetica, per uscire dalle fonti fossili.
Cominciamo questo percorso con una giornata di mobilitazione nazionale contro il carbone il 29 ottobre, e con una manifestazione nazionale nel Polesine.
A Porto Tolle, l'ENEL vuole - anche con modifiche alle leggi e alle normali procedure, operate da una politica compiacente - convertire una centrale a olio combustibile in una centrale a carbone della potenza di 2000 MW, nel mezzo del parco del Delta del Po. Questa centrale a carbone emetterebbe in un solo anno 10 milioni di tonnellate di CO2 (4 volte le emissioni di Milano), 2800 tonnellate di ossidi di azoto (come 3.5 milioni di auto), 3700 tonnellate di ossidi di zolfo (più di tutti i veicoli in Italia), richiedendo lo smaltimento di milioni di tonnellate di gessi e altre sostanze.
La centrale a carbone di Porto Tolle non ha alcun senso.
La riconversione avverrebbe al di fuori e contro di ogni strategia di riduzione delle emissioni di anidride carbonica (strategia che ancora oggi non c’è) e persino di ogni logica energetica, dal momento che l’Italia ha una potenza istallata quasi doppia rispetto al picco della domanda, al punto che i produttori di energia elettrica lamentano che gli impianti vengono oggi usati per un terzo della loro potenzialità.
Non solo: oggi le maggiori prospettive di nuovi posti di lavoro, nel mondo e in Italia, sono nei settori delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica, con numeri che in alcuni Paesi ormai superano l’industria tradizionale; al contrario, la centrale a carbone porrebbe a rischio l’occupazione già esistente, e quella futura, nell’agricoltura, nel turismo e nella pesca.
La riconversione a carbone avverrebbe con una tecnologia di combustione che, pur spinta ai suoi migliori livelli, resta sempre assai più inquinante di quella basata sul gas naturale, e dannosa per la salute; nel caso di Porto Tolle, i dati di rilevazione e le epidemiologie mostrano che l’inquinamento e i danni sanitari si estenderebbero per buona parte della Pianura Padana.
Il ricatto occupazionale di ENEL, dunque, va rifiutato da tutti con dignità e fermezza, perché oggi più che ieri il futuro è nell’economia sostenibile per l’ambiente e la salute, tanto più che, sul piano occupazionale, la bonifica dell'area ed una sua riconversione verso impianti e produzioni nel settore delle energie rinnovabili pulite darebbero lavoro stabile e sicuro ad un maggior numero di persone.
Con la giornata del 29 ottobre ci rivolgiamo a tutti, anche a coloro che subiscono il ricatto occupazionale, nel Polesine e ovunque in Italia vi siano centrali a carbone o progetti di costruzione di nuove centrali o di ampliamento di quelle esistenti, per rifiutare tutti insieme la contrapposizione tra lavoro ambiente e salute, cominciando invece a costruire un lavoro dignitoso, una società basata sull’interesse comune e non sugli interessi di poche lobbies, sulla possibilità di un futuro per tutte e tutti.
Per info: http://nocokepolesine.blogspot.com/

Il 9 ottobre 1963, alle ore 22.39, una frana di 270 milioni di metri cubi di terra cade nel bacino idroelettrico della diga del Vajont, provocandone la fuoriuscita dell’acqua lungo le sponde del lago e nella vallata sottostante. L’intero paese di Longarone (BL) e le sue frazioni vengono rase al suolo dalla furia delle acque. La vita di duemila persone viene annientata in pochi minuti. Si tratta del più grande disastro ambientale mai provocato dall’uomo. Dopo Caporetto, il Vajont è la più grande tragedia italiana del dopoguerra. E tutto era ampiamente previsto diversi anni prima. “Tutti sapevano, nessuno si mosse”.
A quarantotto anni di distanza i comuni di Longarone, Castellavazzo e Erto-Casso (le comunità disastrate) firmano un accordo con il privato (la En&En spa) per costruire una centralina idroelettrica sul torrente della tragedia e ricavarne energia. Al privato spetterà il 40% degli introiti, mentre il restante 60% verrà suddiviso nei tre comuni partecipi. Un introito annuale di circa 300mila euro per ogni cassa comunale.
Mi interessa. Da anni seguo le vicende del Vajont, dal giorno in cui - tredicenne - i miei mi portarono a vedere la diga. Da allora la mia “passione” per il Vajont è cresciuta su libri e saggi, nei documentari, col monologo di Paolini e il film di Martinelli, fra articoli di stampa locale e informazioni reperite su internet. Una costante “auto-informazione” (sui banchi di scuola, purtroppo, del Vajont non si parla, nemmeno qui nel bellunese), i primi contatti con quel di Longarone e qualche lettera alla stampa. L’ultima di queste proprio sulla nuova centralina. Una questione che “puzza” e non poco. Non resta dunque che informarmi, approfondire la vicenda e il contesto in cui viene maturando. L’idea è quella di un piccolo “reportage”, per capire, far capire, ma - anche solo - informare, far conoscere, perché è giusto che se ne parli.
Breve reportage di una vicenda che offende passato e memoria, in un Paese dove il corso della Storia non ha insegnato nulla. Leggi il reportage completo
MoVimento 5 Stelle Belluno

Sullo sfondo il lago artificiale di Busche, un bacino fluviale e lacustre di 49 ettari caratterizzato da rive rocciose e ghiaiose, di vegetazione ripariale ricca di salici, pioppi, ontano, con pregevoli tratti di canneto e una grande varietà di pesci e piante acquatiche. Insomma, una ricchezza di biodiversità ed un’importante oasi di rifugio e di sosta per l’avifauna, tant’è che il lago ricade sotto Zona a Protezione Speciale, è Sito di Interesse Comunitario, configura nell’elenco delle zone umide d’interesse internazionale (convenzione di Ramsar, 1976) ed è sottoposta a vincoli di natura idraulica e idrogeologica, perché area di esondazione ed espansione delle acque del fiume Piave, e di natura paesaggistica per la tutela e valorizzazione del patrimonio culturale.
Un posto ideale per una torre destinata alla produzione di bitume!!
A pochi metri dal lago, nell’ex area Merotto, sta crescendo in questi giorni l’imponente torre asfalti Ascon alta 33 metri, per un impianto industriale (circa tre volte più grande di quello già esistente) classificato come “insalubre di prima classe”, destinato alla produzione di conglomerato bituminoso e predisposto al riciclaggio degli asfalti stessi.
Sono non poco preoccupati gli abitanti della zona di Busche che da mesi, invano, chiedono alle istituzioni lumi su questa faccenda. Com’è possibile autorizzare un tale impianto in una zona così particolare dal punto di vista avifaunistico, idrogeologico e turistico? E soprattutto quali sono le ricadute sul territorio che comporterà l’ampliamento dell’impianto e l’innalzamento della torre?
I cittadini - con i quali il Movimento 5 Stelle si era incontrato ad ottobre - sono particolarmente allarmati e promettono battaglia: «Difficile affermare che si tratti di un intervento migliorativo o di una riqualificazione ambientale! Con questo nuovo impianto si avrà un incremento sproporzionato di traffico, di rumori e soprattutto di emissioni in atmosfera. È un intervento non giustificato, esclusivamente a beneficio del privato, la bellunese Ascon
Srl». L’aspetto sul quale i cittadini hanno dibattuto a lungo è la mancanza di una Valutazione di Impatto Ambientale, «non necessaria» secondo gli enti locali, fondamentale secondo i cittadini: «Un sifatto progetto avrebbe presupposto un nuovo iter approvativo per verificare quali conseguenze di natura idraulica, idrogeologica ed ambientale potesse produrre nel territorio, ma ciò non è accaduto».
In comune a Cesiomaggiore il sindaco, nella convinzione di avere le mani legate, tenta di portare a casa il salvabile: «Ci sono dei poteri forti che hanno avuto il sopravvento, forse negli uffici dove si fanno le leggi. Certamente non qui in comune».
Sebbene in municipio tutto sia definito regolare, i dubbi però rimangono. E gli abitanti della zona non si rassegnano (segui la vicenda sul gruppo facebook “NoTorreBusche”).
Movimento 5 Stelle Belluno
www.belluno5stelle.it
C’è da chiedersi perché la regione Veneto non dica la verità riguardo lo stato di salute della nostra sanità . Non lo dice perché non può permetterselo. Il settore sociale non avrà nemmeno una centesimo di euro in più, altro che milioni, subirà al contrario fortissimi tagli.
Citiamo testualmente “la giunta Zaia è determinata a concedere un aumento solo del 3,8 % delle risorse pagate ai privati della sanità convenzionati, contro la loro richiesta del 17 %. (Fonte Il Giornale di Vicenza - 24/02/2011 pag.8 )
Con questa mossa propagandistica la giunta Zaia vuole far credere di trovare i fondi per il sociale. In realtà questi soldi serviranno a coprire l’enorme buco della sanità Veneta.
Proprio così, non è affatto vero che la sanità Veneta ha un deficit ridotto.
Grazie ai suoi colleghi predecessori e alle scelte contemporanee, la regione Veneto si trova ben tre project financing utilizzati per la costruzione e ristrutturazione di 3 ospedali: Ulss 8, Ulss 4, Ulss 12. La concessione al privato è rispettivamente della durata circa di 27, 24 e 29 anni. Per l’Ulss 12, la costruzione dell’ospedale è già ultimata e risulta in bilancio già un buco di circa duecento milioni di euro (fonte Giornale di Vicenza 26 settembre 2010) mentre per l’Ulss 4 il progetto vedrà il compimento entro l’anno. Ricordiamo che a fronte di uno studio di fattibilità per l’ampliamento dell’ospedale di Santorso (Ulss 4) che prevedeva un costo di circa 60 milioni, la regione ha preferito ignorare questa soluzione per optare il projetct financing.
A fronte di un impegno del privato totale di circa 91 milioni di euro per l’Ulss 8, 78 milioni per l’Ulss 4 e 120 per l’Ulss 12, la regione dovrà corrispondere al concessionario, per la durata sopra descritta, un canone annuo rispettivamente di circa 44 milioni, 30 e 54. (fonte V Commissione Regione Veneto)
La regione Veneto non ha assolutamente svolto nessuno studio a priori sulle ricadute dell’utilizzo del project financing e tutt’oggi si trova a far fronte a canoni per niente “progettati”. Questo purtroppo sono i risultati del malaffare che intreccia rapporti tra aziende e politica.
Ora che la giunta Zaia è dinanzi a questo enorme disavanzo da coprire, piuttosto che prendere in esame i contratti nei suoi articoli capestro che li compongono, e chiederne la risoluzione immediata a favore della Regione, sceglie la strada della rinegoziazione piuttosto che dell’omertà , cercando di trovare i fondi per pagare i canoni annuali.
Queste sono le motivazioni per cui i servizi sociali subiranno pesanti tagli e non soldi in più da investire in servizi. L’assistenza sanitaria, fra i diritti sociali essenziali, la quale assicura al cittadino le prestazioni pubbliche necessarie, anziché esser preservata quale bene pubblico da garantire, viene smantellata pezzo per pezzo per esser venduta ai privati.
A causa di alcuni nostri rappresentanti nonché dipendenti, a dir poco disonesti, a rimetterci saremo ancora una volta noi cittadini, toccati nel vivo nei fabbisogni più importanti e vitali per la nostra società .
Giovanni Baron
MoVimento 5 Stelle - Vicenza
Egregio Presidente,
il Movimento 5 Stelle Veneto in occasione di questa conferenza sul piano per il futuro della agricoltura veneta Le chiede come pensa di poter coniugare lo sviluppo e la tutela delle risorse agricole con i faraonici progetti urbanistici e viari previsti e approvati dalla Regione Veneto che comportano una cementificazione massiccia del nostro territorio.
Le ricordo che nei prossimi anni sono già in via di realizzazione,approvate o in via di approvazione le seguenti opere:
1) SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA (S.P.V.)
2) MOTORCITY DI VERONA
3) VENETOCITY TRA PADOVA E VENEZIA
4) ROMEA COMMERCIALE
5) STRADA NOGARA-MARE
6) TRAFORO TORRICELLE VERONA
7) VALDASTICO NORD
8) VALDASTICO SUD (opera in via di completamento)
9) NUOVA VALSUGANA
10) CAMIONABILE PADOVA-PORTO MARGHERA
11) INCENERITORE DI VERONA CA’DEL BUE E ‘AMPLIAMENTO ‘ INCENERITORE DI SCHIO
12) OSPEDALE DI MESTRE ( già realizzato )
13) OSPEDALE UNICO SANTORSO
14) AMPLIAMENTO AEROPORTO MARCO POLO DI VENEZIA
15) PROLUNGAMENTO A27 DA PIAN DI VEDOIA A CARALTE
16) OSPEDALE QUO VADIS DI DON VERZE’ PROVINCIA DI VERONA
L’impatto sul nostro territorio sarà devastante perché comporterà la costruzione di oltre 500 MILIONI di metri cubi di cemento. Il Veneto è una regione a vocazione agricola e turistica e il piano portato avanti dalla Sua giunta significherà la distruzione della agricoltura e l‘abbruttimento di una zona conosciuta per le sue bellezze architettoniche, per i suoi paesaggi, per la bontà dei prodotti tipici in tutto il mondo con gravi conseguenze sulla salute dei cittadini. Quanti ettari di terra saranno asfaltati, inibiti alla coltivazione nella fascia di rispetto a causa dell’inquinamento prodotto? Quante proprietà risulteranno spaccate in due? Quali saranno le perdite per le nostre colture pregiate come asparagi, vigneti, ciliegie, radicchi? Lei ha dichiarato di volerli difendere dal nucleare (anche se a Roma da ministro firmò per il nucleare) e ora non li difende dal cemento? Come potremmo continuare a definire i nostri prodotti come DOC e DOP in una zona ad altissima concentrazione di polveri sottili? Ci chiediamo se non sia possibile uno sviluppo diverso, uno sviluppo sostenibile basato sul rispetto delle nostre vocazioni e del nostro territorio anziché sulla cementificazione diffusa. Gli agricoltori sono strozzati dall’aumento dei prezzi delle materie prime e dal crollo dei prezzi dei prodotti agricoli alla produzione. Si invoca lo sviluppo di una agricoltura di qualità centrata su prodotti pregiati e ad alto reddito. Le prime colture penalizzate saranno proprio queste; noi Veneti che tanti prodotti di eccellenza abbiamo, dobbiamo ridurre la nostra agricoltura per far spazio a tanto cemento che non servirà allo sviluppo del territorio e che anzi lo impoverirà ? Non siamo contrari alle opere pubbliche, alla costruzione delle strade e di quanto serva a migliorare la qualità della vita nostra e di quella dei nostri figli; siamo contrari a questa cementificazione senza senso, non al servizio del territorio, nociva a noi Veneti.
La cementificazione selvaggia ha già prodotto risultati disastrosi per l’equilibrio geologico, culminati con le recenti alluvioni a Vicenza,Verona e Padova. Il piano di opere pubbliche in cantiere è un ulteriore duro colpo alla idrogeologia del nostro delicato territorio con risultati facilmente prevedibili.Anziché spendere miliardi di euro per dannose opere pubbliche di interesse privato, sarebbe necessario cominciare a fare la manutenzione degli alvei dei nostri fiumi, rimettere a posto gli argini, creare dei bacini di contenimento e soprattutto rivedere il nostro sistema viario. Perché Lei e la Sua giunta non valutano, ad esempio, la adozione del progetto Metroland, metropolitana di superficie, che il Trentino ha deciso di adottare per cambiare radicalmente la concezione di spostamento da auto a rotaia? Questo è il futuro sostenibile del Veneto. E’ un futuro possibile, che porta benessere e lavoro senza distruggere la nostra terra. Le chiediamo di riconsiderare le opere che consumano territorio e agricoltura e fermare il piano di diffusa cementificazione del Veneto che ne deturpa le bellezze artistiche e naturali e offende un patrimonio collettivo che abbiamo l’obbligo di preservare anche per le prossime generazioni, coinvolgendo le parti sociali in causa.
Per contatti:
e-mail: ufficiostampa@movimento5stelle-veneto.it
MoVimento 5 Stelle - Veneto
La lotta contro il mostro di cemento della Pedemontana non è una questione di sinistra, destra, centro, ambientalismo. E' una questione di vita, della nostra vita e del nostro futuro. Esiste un'alternativa: quella di allargare di pochi metri la strada esistente. Esistono, ancora meglio, le alternative del futuro. Sono le autostrade digitali che nei prossimi anni porteranno sempre piu' al telelavoro, alla produzione di merci ordinate via web e costruite in casa, diminuendo in parte anche i trasporti.
In un Veneto, cuore economico d'Europa, che è stato altamente e criminalmente cementificato negli ultimi decenni ci troviamo a rincorrere altre Regioni italiane ed europee sul tema cruciale della banda larga dove si fa ancora troppo poco nonostante le ultime azioni.
Quanto alla cementifazione,non sono bastati i disastri delle alluvioni causate anche dalla cementificazione selvaggia per farci riflettere?
La lotta contro la Pedemontana per favorire alternative meno costose ed impattanti da una parte e piu' tecnologiche dall'altra, è una questione di vita e futuro perchè parla della nostra Terra, dei nostri campi dove c'è la nostra vita, dove ci sono le nostre tradizioni più profonde.
Sacrificare altro terreno agricolo, fondamentale per il futuro, condannare a morte altra terra fertile sotto inutili colate di cemento che diventeranno corsie per portare altri carichi d'inquinamento atmosferico significa non capire che cos'è il Veneto ed il valore profondo che c'è dietro l'agricoltura, la tutela di un albero, di una pianta, del volo o del canto di un uccello, del proliferare di animali e specie vegetali, di un vecchio casolare di campagna che anzichè venir lasciato in stato d'abbandono dovrebbe essere recuperato. C'è qualcosa di piu' della mera tutela ambientale dietro a tutto questo.
Costruire questa Pedemontana significa colpire morte il cuore del Veneto anche perchè limita ulteriormente lo sviluppo di un'agricoltura a "km zero" e di qualità , pensiamo ad esempio ai nostri vini, agli asparagi di Bassano del Grappa.
Colpisce un Mondo dove l'agricoltura per la produzione di cibo avrà una funzione strategica come prevedono studi internazionali. Mentre in Italia si parla di "bunga-bunga" la vera questione è quella di avere terra fertile per produrre prodotti alimentari!
Tutelare il territorio per far vivere la nostra agricoltura e tutto quello che vi ruota attorno significa quindi parlare del futuro delle nostre comunità . Significa sviluppare o preservare altri posti di lavoro a lungo termine con una economia legata al territorio e quindi a tutto quello che ne comporta a livello sociale in positivo. Un'economia che non si chiude con lo sviluppo delle autostrade digitali, anzi! Al contrario di quelle di cemento che portano carichi di morte con i gas di scarico, gas di scarico di una economia del petrolio che rappresenta il passato. Una visione del passato alla quale contrapponiamo una visione per il futuro basata sula vita vera del nostro Veneto e di tutto quello che è ed è stato per millenni e che ora in pochi decenni qualcuno ha deciso di violentare per sempre.
MoVimento 5 Stelle - Veneto
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A pochi giorni dalla presentazione del logo che vuole rappresentare il Polesine, con l’intento di rilanciare il territorio dal punto di vista turistico e della peculiarità dei suoi prodotti, noi del Movimento 5 stelle siamo concordi a questa iniziativa che vede allo stesso tavolo la Provincia, l’Ente Parco del Delta del Po, la Camera di commercio, la Fondazione cassa di Risparmio.
Siamo i primi a dire che istituzioni, realtà economiche e finanziarie, enti e associazioni ambientali devono lavorare di comune accordo e unire le sinergie per il rilancio economico della nostra terra.
Questo presuppone delle scelte ben precise e strategie mirate a medio-lungo termine, che vadano a ricreare le condizioni di un effettivo sviluppo compatibile alle peculiarità del territorio con però una chiara presa di posizione, che preveda rinunce ad alternative non compatibili.
Non è possibile da un lato puntare alla qualità ambientale che promuova il turismo e l’eccellenza dei prodotti enogastronomici di una terra a vocazione prettamente agricola e allo stesso tempo promuovere la cementificazione selvaggia con la realizzazione di nuove infrastrutture(nogara-mare, romea commerciale, centri logistici che mangerebbero milioni di kmq di terreno) e la realizzazione di impianti altamente impattanti e inquinanti (centrali a carbone, a biomasse, rigassificatori, termovalorizzatori e discariche).
L’impegno a medio lungo termine comporta investimenti nel futuro, con la possibilità di un reale rilancio economico per tutte le attività locali dando input a turismo, agricoltura, pesca, attività manifatturiere e indotto che concilino la salvaguardare del territorio e la salute dei suoi abitanti, portando benefici economici duraturi per il Polesine.
Certo che in tempi di crisi come questi e con le casse vuote, è più facile essere tentati dal miraggio di facili e immediati guadagni che la cementificazione promette. Peccato che, alla resa dei conti, questi facili guadagni siano solo per le multinazionali e i soliti faccendieri della politica, mentre ai cittadini restano solo i costi per la realizzazione delle opere, la devastazione del territorio e il danno economico e alla salute che ne consegue, i rischi di gravi disastri come l’alluvione che ha colpito i nostri vicini. A volte restano anche i morti
Bisogna fare delle scelte perché non si può avere “ovo, gaina e cuo caldo”
È fondamentale per il rilancio economico del territorio che tutti facciano la loro parte. Le istituzioni devono trovare i modi x favorire lo sviluppo sostenibile, anche ricorrendo finanziamenti a fondo perduto che molto spesso bandi regionali ed europei prevedono e che potrebbe elargire, se richiesti. Le banche devono fornire i mezzi per realizzare questo sviluppo, concedendo più facilmente il credito per progetti di investimento a piccola media scala. Le associazioni di categoria devono aiutare imprese e privati agevolando gli iter e promuovendone i progetti. I cittadini devono credere che un futuro migliore esiste e può essere realizzato, e pretendere di averlo.
Michela Furin
Movimento5stelle Rovigo
E’ tempo di finanziaria. Con la crisi economica di questi anni le difficoltà a mantenere in ordine i conti pubblici e nel contempo ad evitare tagli sempre maggiori.
Guardando i talk show di attualità politica in televisione a tutti sarà accaduto di assistere a questo tipo di scena: un ospite avanza una richiesta ad uno dei politici della maggioranza in carica (aumento degli stipendi di un settore, un’opera pubblica, ammortizzatori sociali ecc.) ed il politico di turno, con aria di sufficienza e commiserazione, risponde che la proposta potrebbe anche essere interessante ma ovviamente i soldi non ci sono. Queste motivazioni sarebbero comprensibili se non fosse poi che assistiamo, anno dopo anno, ad un inesorabile aumento del debito pubblico accompagnato da indiscriminati tagli di fondi che nella maggior parte dei casi vanno ad incidere su settori strategici dell’economia, dell’istruzione, della sanità , della cultura causando danni che saranno difficilmente recuperabili in futuro. A questo punto ci si pone la domanda “Ma sarà poi vero che i soldi davvero mancano?”. In particolare colpisce che, di solito, a subire i tagli sono le fasce deboli della popolazione. La pubblica istruzione ad esempio è uno dei comparti strategici che negli ultimi mesi sta subendo i tagli più pesanti, sommati a decenni di sottofinanziamento della scuola e della ricerca, con il risultato di far perdere sempre più competitività all’Italia nei confronti degli altri paesi sviluppati. In molti hanno proposto, in maniera più o meno provocatoria, che a subire i tagli siano gli stipendi dei politici, ma la risposta che i nostri governanti forniscono è che questo taglio avrebbe un effetto irrisorio dato il piccolo (secondo loro) numero di deputati e senatori, mentre un taglio minore su vasti strati della popolazione ha un effetto più rilevante. Ma siamo sicuri che sia così?
Un dato molto interessante è che, mentre in Italia gli stipendi della fascia intermedia della popolazione sono molto bassi mentre quelli dei manager pubblici (da televisione, sanità , ferrovie, compagnie di bandiera, organi di vigilanza ai politici) sono più alti di quelli degli altri paesi. Su questo specifico argomento si può trovare una sostanziosa bibliografia (1, 2, 3, 4) Ma cosa accadrebbe se, per una volta, a subire i tagli non fossero le fasce deboli della popolazione ma gli sprechi veri e le fasce alte? E se si lavorasse veramente ad una riduzione degli sprechi? Diamo per scontato che i compartimenti produttivi non devono essere toccati, sarebbe una follia in tempi di crisi economica. Iniziamo quindi dalla cosa più evidente: l’evasione fiscale. L’incapacità da parte dello Stato di ridurla ci costa circa 120 miliardi di euro l’anno a cui vanno sommati altri 60 miliardi di euro derivanti dalla corruzione. Dato che i due fenomeni sono strettamente collegati una riduzione dell’uno causerebbe un effetto positivo anche sull’altro. Se si riuscisse a ridurre anche solo del 5-10% l’evasione si avrebbero introiti fiscali per 9-18 miliardi di euro, tuttavia poco o nulla è stato fatto in questo campo. Veniamo ora al secondo punto: i costi della politica. In Italia, in rapporto alla popolazione, abbiamo circa il doppio dei parlamentari e dei senatori delle altre democrazie europee. Quanto affermano i politici è falso perché i costi non derivano solamente dai loro stipendi, ma da un numero consistente di altre voci. Una riduzione del numero di politici oltre a diminuire la spesa porterebbe anche alla riduzione delle loro scorte, che ora ci costano approssimativamente 568 milioni di euro l’anno (quasi 3000 agenti) con un ulteriore risparmio di circa 250 milioni di euro. Manteniamo inoltre una flotta di auto blu che, da sola, ci costa circa 120 milioni di euro l’anno. Tagliandola del 50% rimarrebbero nelle casse dello Stato almeno 60 milioni. Infine la richiesta di una riduzione dello stipendio dei politici è più che legittima. Il Presidente degli Stati Uniti guadagna 400 mila dollari l’anno più i benefits, il presidente della Provincia autonoma di Bolzano, porta a casa 320 mila euro lordi l’anno, circa 36 mila euro in più!!! Non sembra che gli stipendi siano rapportati alle responsabilità o alle capacità . Lo stesso vale per manager di enti di vigilanza pubblici, società pubbliche, alti dirigenti e presentatori della televisione di stato, la RAI. Tanto per fare qualche cifra: alcuni di questi ultimi si mettono in tasca 600 mila € l’anno senza neppure avere un incarico preciso, sono decine quelli che superano i 200 mila €. Perché non si pensa di imporre un tetto massimo agli stipendi? O si razionalizza imponendo tagli almeno quelle persone che sono già investite di altri incarichi, altrettanto lautamente remunerati? O, ancora meglio,
non si decide che in tutti questi campi (politica, enti di controllo, manager pubblici, televisione di stato) gli incarichi non debbano per nessun motivo essere cumulabili? Un altro tema scottante: i rimborsi elettorali. La cifra qui si aggira tra i 500 milioni ed il miliardo di euro l’anno, in netto contrasto con il referendum che, pochi anni fa, ha dato la chiara indicazione di tagliare i finanziamenti pubblici ai partiti. L’assurdo è che queste somme sono così elevate che ne viene impiegata solamente una parte! In altri comparti della pubblica amministrazione l’assenza di utilizzo dei fondi pubblici assegnati comporta la loro restituzione, come mai per i rimborsi elettorali non accade? A questo possiamo sommare le spese militari, la sola missione “di pace” in Afganistan ci costa più 675 milioni di euro l'anno, 118 milioni per quella in Libano, 130 milioni per quella in Kossovo. Per l’acquisto di 150 cacciabombarieri sarebbero richiesti 16 miliardi di euro.
Tutte assieme queste voci potrebbero portare ad una diminuzione della spesa pubblica di miliardi di euro. Certo, non sono molti rispetto ai 1838 miliardi del debito pubblico, tuttavia pensate a quante altre voci di denaro sprecato potrebbero essere aggiunte! Bisogna denunciare che se nessuna maggioranza si prenderà mai la responsabilità di contrastare questa situazione tutti i tagli a carico delle persone delle fasce deboli della popolazione saranno inutili, verranno “fagocitati” dagli stipendi di manager, dirigenti, politici e la situazione economica del paese continuerà a peggiorare. Nessuno si illude che si possa facilmente risanare la condizione del nostro paese, ma in primis bisogna evitare che le risorse esistenti siano male utilizzate. E’ possibile poi che nessuno della destra o della sinistra riesca a capire che, prima di andare a ridurre gli stipendi di chi guadagna 1000€ al mese, è necessario togliere a chi guadagna 10mila o 100mila € al mese?
Per me l’unica possibile soluzione è che questa richiesta di eliminazione degli sprechi reali venga dagli strati della popolazione che più patiscono la crisi economica e dalla classe industriale produttiva. Credo che debba essere una richiesta forte, accompagnata da un fermo rifiuto di votare nuovamente l’attuale classe politica che quasi nulla è riuscita a fare per contrastare questa situazione di privilegi.
Stefano Campanaro
MoVimento 5 Stelle - Vicenza
Sarebbe opportuno ricordare ai più giovani - e a tutti coloro che più non lo ricordano - che l’attuale Presidente del Consiglio, alla vigilia della sua “discesa in campo” del ’94 (quando ancora non aveva i capelli finti), cavalcò quello che divenne in seguito il suo più celebre cavallo di battaglia, che in sostanza recitava: l’Italia essendo un grande paese è come se fosse una grande azienda quindi, chi meglio di un grande imprenditore (cioè lui) sarebbe in grado di governarla?
Allora come oggi, avremmo preferito sentito pronunciare che l’Italia innanzitutto non va governata, ma amministrata, e non come azienda, ma come famiglia. Già , la famiglia, primigenia comunità su cui si fonda lo Stato. Pensiamo per un attimo a come sarebbe l’Italia se fosse amministrata come una famiglia, con le entrate e le uscite monitorate per filo e per segno dalle più grandi amministratrici delegate della storia: le mamme. Entra uno stipendio mensile e tutta la conseguente gestione delle attività finanziarie del nucleo familiare avviene in funzione di quell’unico introito, oltre il quale non ci si può spingere. Quand’eravamo piccoli (non molti anni fa) dovevamo indossare gli abiti dei nostri cuginetti o fratelli maggiori, venivano riusati i giocattoli, rattoppati i buchi sui gomiti e le ginocchiere delle tutine da sport acquistate per pochi soldi al mercato del zioba. La luce non doveva essere accesa nelle stanze quando non strettamente indispensabile, non aperti i rubinetti dell’acqua se non ci si lavava, acceso il riscaldamento solo in determinate ore della giornata. La famiglia come progetto comunità nella quale “ogni membro partecipa all’azione e al discorso comunitari” - come nella definizione di polis delineata dalla filosofa Arendt - dove ognuno vale uno ma partecipa con gli altri membri alla realizzazione di un progetto comune, dovrebbe essere la base di partenza per ogni politica sociale. Ma la politica invece, cosa è diventata? Del suo significato originario di “amministrare la città ”, ovvero la piccola comunità -stato (Polis) dell’antica Grecia, poco o forse nulla è rimasto, ma le famiglie, le piccole comunità , i comitati cittadini, esistono, eccome se esistono. Esse sono rimaste le uniche “realtà reali” possibili, al di fuori di tutta l’illusione mediatica che ci circonda e ci confonde. La politica, divenuta un losco comitato di affari (qui sì, si può definire tale) segue ormai soltanto una logica autoreferenziale.
Beppe Grillo, ben oltre 15 anni fa, illustrava in uno dei suoi spettacoli come una cittadina tedesca di 20.000 abitanti di nome Schönau, avesse attuato un nuovo metodo per produrre energia, attraverso l’introduzione della cogenerazione e la ridistribuzione in rete dell’energia prodotta in eccesso. In pratica alcuni genitori del paese, di fronte alla prospettiva di veder erigere una nuova centrale nucleare, decisero di collaborare (economia partecipativa) alla produzione di energia: riattivarono prima vecchie centrali idroelettriche dismesse, poi si dotarono singolarmente di un co-generatore (un esempio è il classico motore a combustione interna che muove il generatore elettrico per produrre energia elettrica e il cui calore prodotto viene usato per scaldare l’ambiente), integrandolo con pannelli fotovoltaici. Ogni famiglia riuscì a breve a produrre autonomamente non la sola energia necessaria al proprio fabbisogno, ma a produrne in eccesso; fu così che venne costruita in città una centralina in grado di raccogliere tutta l’energia in surplus e, monitorandola elettronicamente grazie a un unico computer, rivenderla a terzi o agli stessi concorrenti alla produzione, nei momenti di carenza. Nel giro di pochi anni la piccola comunità di Schönau riuscì ad attuare una produzione eco-sostenibile, una totale indipendenza energetica dagli enti erogatori, evitando quindi di pagare utenze e, in aggiunta, guadagnando con la vendita dell’energia superflua prodotta. Questo, tornando all’inizio, altro non è che un esempio di gestione economica di tipo familiare allargata alla società . Ma pensiamo all’agricoltura e a come anche ad essa possa essere applicata una gestione di questo tipo. Da anni sentiamo parlare di crisi dell’agricoltura, dei prezzi in continuo ribasso del principale prodotto orticolo locale, ovvero il radicchio; parlando con gli addetti del settore il profilo che si delinea è chiaro (ma parlano con loro i nostri politici?): il prezzo viene determinato dal mercato, ma chi è in grado di stabilirlo sono pochi grandi acquirenti-commercianti che, avendo maggiore capacità di contrattazione, riescono ad aggiudicarsi il radicchio a prezzi a dir poco irrisori. In questo modo non viene remunerato il lavoro degli ortolani i quali, costretti, di necessità fan virtù e
abbandonano i campi. Ma il problema dell’agricoltura non sono solo le spietate regole di questo famigerato mercato, forse troppo libero o libero solo per pochi, ma la trasformazione che ha subito il settore in seguito alla sua industrializzazione; la coltura divenendo da multi-prodotto a estensiva, ha perso in rendimento e ha guadagnato in superficie, comportando l’eliminazione pressoché totale dei piccoli coltivatori e riducendo la varietà dei prodotti, sostituiti da un’unica coltura a scarso rendimento (vedi il mais o il radicchio). Insomma si produce troppo e su spazi troppo ampi e ciò significa in termini pratici una diminuzione dei prezzi di vendita all’ingrosso, utile ai soli commercianti e nociva ai produttori, e un basso sfruttamento delle potenzialità del terreno. Allora, come far risorgere l’agricoltura locale, se è sempre il mercato, spietato, a dettare le regole? Semplice, emancipandosi dal mercato. Entra anche qui un progetto posto in atto da molte comunità locali e che trova la sua più ampia applicazione nelle Transition Towns (Città di Transizione), movimento sorto in Irlanda tra il 2005 e il 2006 con lo scopo di limitare il più possibile l’uso di fonti fossili (petrolio e suoi derivati) per il contenimento del riscaldamento globale. Il progetto Città di Transizione applicato all’agricoltura consiste nel consorziare tanti piccoli produttori orticoli, garantendo la coltura multi-prodotto e contenendo al massimo la distanza dei trasporti delle merci da produttore a consumatore. A Sottomarina si potrebbe attuare così: a ogni agricoltore viene data piena facoltà di scelta sulle colture da farsi, prodotti locali che devono essere necessariamente coltivati in modo biologico; gruppi di famiglie (Gruppi d’Acquisto Solidale) appartenenti allo stesso quartiere decidono quale agricoltore “adottare” in base a una distanza massima da rispettare prestabilita tra le loro abitazioni da e il terreno da cui provengono i prodotti. In questa maniera all’agricoltore viene garantita una clientela fissa, la possibilità di continuare a coltivare il terreno differenziandone la produzione e, al contempo, gli si evita di veder svalutare il costo del proprio operato dalla speculazione di mercato, mentre il consumatore ha la garanzia e la certezza di ricevere a domicilio frutta e verdura fresche, nostrane e di stagione a prezzi più contenuti, grazie all’eliminazione di intermediari tra produttore e consumatore e la riduzione dei costi di trasporto, con la conseguenza che si avrà un minore inquinamento grazie all’eliminazione di concimi chimici e al decremento dell’utilizzo di carburante. Risultato: l’agricoltura sopravvive, e ne guadagna sia chi produce, sia chi consuma. Ancora una volta si delineerebbe un progetto comunità , una grande famiglia allargata e - perché no - una maggiore socializzazione tra i soggetti partecipanti.
Queste sono solo due delle strade possibili che il Movimento 5 Stelle di Chioggia ha voluto illustrarvi, di cui non sentirete mai parlare dai soliti politici locali. Bisogna iniziare a riprendersi il proprio futuro cominciando dal basso, a partire dai nostri singoli comportamenti, dalle nostre famiglie. La politica tradizionale - come abbiamo visto - ha fallito, e non esiste più una sovrastruttura che possa istituire o governare le nostre scelte se non quelle che noi stessi decidiamo di porre in atto. Per essere veramente liberi, per noi e coloro che verranno.
MoVimento 5 Stelle - Chioggia
08.02.12 15:58



