Agosto 2011 Archives




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Non è un buon momento per nessuno, quest'estate. Ma per l'ex-ministro berlusconiano Aldo Brancher (già ex-sacerdote, ex-manager Fininvest, ex-socialista, ex-tangentista, ex-pluricondannato sempre sfuggito alla pena), quest'estate è proprio sfigata.

Infatti, benché abbia rubato o corrotto ogni volta che la vita gliene ha offerto l'occasione e per tutta la vita sia riuscito a farla franca con i mezzi più rocamboleschi e diversi, sembra che ora tutti i nodi stiano venendo al pettine per lui.

Castigo biblico o specchio riflettente del destino cinico e baro che, tassello dopo tassello, sta irrimediabilmente smascherando la vera faccia del suo amico Silvio Berlusconi e dei suoi ormai innumerevoli compari?

La storia (che non ha un lieto fine da favola) è lunga, perché racconta la continuità e la contiguità delinquenziale della Prima e della (solo cosiddetta) Seconda Repubblica.

Ma val la pena di seguirla perché è una sorta di esempio-tipo particolarmente utile a spiegare all'(ex) Bel Paese, tuttora Addormentato nel Bosco, chi e perché ha preparato nei decenni lo sfacelo odierno.

Andiamo con ordine, ma a ritroso.

Venerdì scorso, 25 agosto, «L'Espresso» pubblica un articolo-bomba a firma di Paolo Biondani, poi ripreso da tutta la stampa nazionale e locale, cartacea e su web: in tempi economici più di tracollo che di semplice magra, l'Italia scopre che ad Aldo Brancher è stato "regalato" un bell'ente parastatale da gestire in libertà, con sede a Verona in via Lungadige Capuleti 11, il cui "bottino" ammonta a ben 160 milioni di euro.

L'ente si chiama ODI ("Organismo di indirizzo"), ha sede presso la sede veronese della Ragioneria di Stato e stabilisce «gli indirizzi per la valutazione e l'approvazione dei progetti» presentati dai Comuni veneti e lombardi compresi nelle fasce di confine tra Trento e Bolzano, determinando «annualmente la ripartizione del finanziamento» tra quelli richiedenti. Parliamo, per capirci, di Comuni delle province di Sondrio, Brescia, Verona, Vicenza e Belluno.

Anche se su giornali e blog di alcuni dei Comuni potenzialmente chiamati in causa dall'Ente si era già cominciato a parlare delle possibili elargizioni da questuare sin dagli inizi dell'anno, quasi nessuno a Verona (almeno ufficialmente) ne aveva fatto parola. Eppure l'ODI era già stato previsto (e nascosto) da un codicillo della legge finanziaria del 2010 (articolo 2, comma 107, lettera h) e istituito con un successivo Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 14 gennaio 2011, pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» del 22 marzo u.s.

Un'idea geniale, evidentemente - prego rileggere i nomi delle province succitate - dell'inedito trio Berlusconi-Tremonti-Brancher, partorita con la motivazione ufficiale (come se non fosse già scandalosa di per sé) di frenare «la mini-secessione dei centri di montagna che progettavano di abbandonare le Regioni padane per entrare nelle ricche province a statuto speciale».

La simpatica pensata (leggermente anticostituzionale già di suo, sembrerebbe) riprendeva in realtà un'antica ideuzza arrangiata dai compari suddetti, si ipotizza con il tifo dei «Padani» della Lega, sin dall'anno 2008. L'"ideuzza" prevedeva inizialmente un fondo di soli 20 milioni di euro, prontamente raddoppiato due volte in appena cinque mesi dall'emanazione del decreto di gennaio.

Ma, per capire perché l'ODI venga istituito solo tra la fine del 2010 e l'inizio del 2011 e per statuto ne vengano affidate a Brancher la Presidenza e la facoltà di assegnare i fondi ai Comuni richiedenti, bisogna ripercorrere un po' delle gesta dell'amico di Silvio e confrontare le date.

Nato a Trichiana (provincia di Belluno) nel 1943, Aldo Brancher "esordisce" come sacerdote e, forte del suo baccalaureato nientemeno che in Teologia, risulta subito ben introdotto con il potente don Emilio Mammana, il quale - non disdegnando di suo l'improbabile connubio Dio/Mammona - apre il primo ufficio di pubblicità di «Famiglia Cristiana», promuovendo a più non posso la diffusione del settimanale cattolico.
Folgorato, dopo che sulla via di Damasco, su quella del più remunerativo marketing pubblicitario dell'Uomo dal Sorriso in Tasca, Brancher lascia presto la tonaca ed entra in Fininvest, dove viene nominato dirigente nel 1982.
Protagonista con Silvio Berlusconi della «Milano da bere» di Craxi e del sindaco Pillitteri, viene arrestato il 18 giugno del 1993 con l'accusa di aver pagato, quando era il galoppino di Felice Confalonieri, tangenti per 300 milioni di lire al PSI e altrettanti al segretario dell'ex Ministro della Sanità De Lorenzo in cambio di spot a sostegno della campagna ministeriale anti-aids sulle reti del Biscione.  
Nei tre mesi che trascorre in attesa di giudizio a San Vittore diventa, come Mangano, un «eroe» tra i suoi sodali  (che lo chiamano «il compagno G»), perché è bravo a tenere la bocca ben cucita. Scaduti i termini di custodia cautelare e dunque tornato in libertà, viene condannato in primo grado e in Appello per falso in bilancio e finanziamento illecito ai partiti. Ma non si fa neppure un giorno di carcere stavolta, perché nel frattempo, ancor prima della Cassazione, si era occupato di lui l'amico Silvio, ora Primo Ministro della XIV legislatura della Repubblica Italiana felicemente approdata, come "Seconda", alla sua Rinascenza.
Grazie alle leggi ad personam del capo, confezionate anche a immortale riconoscenza verso i tanti «compagni» fidati, il reato di finanziamento illecito ai partiti gli fu prescritto, mentre il falso in bilancio aveva intanto (miracolosamente) smesso di costituire reato.
Capita l'antifona, Brancher non esita a quel punto ad entrare in politica in prima persona. Quale partito avrà mai scelto?
Iscrittosi a Forza Italia nel 1999, viene eletto Deputato per la Circoscrizione Veneto 1 nel maggio del 2001. Rieletto nel 2006, diventa prima vice-presidente di Gruppo alla Camera e poi sottosegretario al Dipartimento per le Riforme Istituzionali e la Devoluzione.
Quando Forza Italia comincia a chiamarsi (non senza ironia) «Popolo delle Libertà», lui è ancora lì, rieletto nel 2008.
La maggioranza degli Italiani si accorge però della sua esistenza solo nel giugno del 2010, quando Aldo Brancher viene nominato nottetempo Ministro di un neo-nato Ministero per l'Attuazione del Federalismo, la Sussidiarietà e il Decentramento, testé confezionato. Siccome il Ministero è oltrettutto senza portafoglio, tutti - ormai scaltriti da un ventennio di corruzione bipartisan - pensano: «qui gatta ci cova».
Infatti, non ha ancora finito di giurare sulla Costituzione («Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore»: l'art. 54 gli è sempre risultato un po' ostico, pare), ed ecco che Brancher è già costretto a dimettersi. Si scopre che, ancor prima di assumere l'incarico, era imputato con la moglie per ricettazione e appropriazione indebita in uno dei filoni del processo milanese su Fiorani e la tentata (e fallita) scalata Antonveneta. Finalmente, dunque, l'Italia capisce perché Brancher era stato eletto Ministro in fretta e furia sfidando persino i borbottii di Giorgio Napolitano.
Agli oppositori maligni che gli chiedono di dimettersi per farsi processare, il Nostro magnanimamente risponde che intende avvalersi del «legittimo impedimento» (inventato nel frattempo a misura di Silvio dal fido Ghedini) solo per la necessità inderogabile di «organizzare il nuovo Ministero», le cui deleghe peraltro restano (e resteranno) ignote.
Sebbene, come tutti i politici delle legislature della Prima e ancora più della "Seconda" Repubblica, non molli la carega neppure sotto minaccia di dinamite, il 5 luglio 2010 Brancher è costretto a dare le dimissioni dopo appena 17 giorni da Ministro.
Felix culpa di tutta l'opposizione, del Presidente della Repubblica e persino degli (allora alleati) finiani? No, si badi: compromesso (si suppone con il cuore che già allora gli «grondava sangue», ma in questo caso davvero) di Silvio Berlusconi.
Così, dopo aver levato i soliti «alti lai» al cielo («sono una vittima», «sono innocente e lo proverò»), Brancher è costretto a presentarsi in tribunale sin dal 28 luglio.
Capitola subito, scegliendo il rito abbreviato senza condizioni (che vuol dire processo a porte chiuse e riduzione della pena), soluzione in genere più gettonata tra i rei confessi che tra le vittime innocenti bramose di riscatto morale.
Dimostra però di non aver affatto gradito l'improvviso abbandono al destino cinico e baro riservatogli dagli ex-compagni di merende. Infatti, quando compare davanti al giudice, richiesto delle ragioni dell'inopportuna accettazione di un Ministero (benché lampo) in qualità di  indagato, dichiara: «All'inizio avevo pensato di dover privilegiare per un breve periodo gli interessi del Paese». Un bel lessema, «privilegiare», no? (I corsivi sono miei).
Dunque, esclusi a priori la credibilità e l'esempio, come sarà mai riuscito Berlusconi a  convincerlo che - tutto sommato, se non altro per un po' - il Paese poteva rinunciare al «privilegio» dei preziosi servigi del Brancher?
Il 5 luglio Silvio aveva commentato le dimissioni del suo protetto con un discorso strappalacrime: «Conosco e apprezzo ormai da molti anni Brancher e so con quanta passione e capacità avrebbe potuto ricoprire il ruolo che gli era stato affidato. La volontà di evitare il trascinarsi di polemiche ingiuste e strumentali dimostra ancora una volta la sua volontà di operare esclusivamente per il bene del Paese e non già per interessi personali». Se lo dice lui, come abbiamo imparato a nostre spese, c'è da stare tranquilli.
In realtà, tra compagni di merende, "si parla a nuora per dire a suocera". E, infatti, mentre Brancher, suo malgrado liberato da ogni «impedimento» (legittimo e non) e perciò chiamato come tutti a rispondere dei propri reati davanti alla legge, Silvio - fallito il colpetto del Ministero senza portafoglio - pensa a come altrimenti porgere aita al suo ex-dipendente. Ecco dunque rispuntare dai cassetti il "progettino" del 2008, trasformato in Ordine di Indirizzo ad personam fin dalla fine di quello stesso 2010.
Dobbiamo dedurne che Berlusconi preparasse un polposo risarcimento come l'ODI perché disposto a mettere a repentaglio la testa della prole pur di testimoniare dell'assoluta onestà ed innocenza, oltre che proprie, di Brancher? Nient'affatto, naturalmente.
Il processo, nel frattempo, stava dimostrando che l'ex-Ministro-lampo, smanioso di «operare esclusivamente per il bene del Paese e non già per interessi personali», aveva smesso sì di pagare le tangenti, ma solo perché, da politico, aveva iniziato a riscuoterle. Bustoni pieni di contanti erano stati consegnati nelle sue mani dall'amministratore della BPI Giampiero Fiorani e l'accusa - sempre per restare nell'ambito tematico degli esordi - era stavolta quella di ricettazione e appropriazione indebita.
Ma volere è potere (soprattutto Potere è volere), si sa. Così, dopo la creazione dell'ODI e, in successione, la condanna in Appello della «vittima innocente» (sentenza del 3 marzo 2011 del Tribunale di Milano), Berlusconi e Brancher avevano pensato a un bello scherzo da (ex)prete per i soliti giudici con persecutoria mania di applicare le leggi e di celebrare i processi anche per i politici. L'idea geniale, stavolta? Revocato il domicilio delle notifiche della Cassazione presso il suo legale  - Filippo Dinacci, recentemente balzato agli onori della cronaca perché fratello della (ex) moglie del neo-Ministro della (ex?) Giustizia, Nitto Palma - il Nostro aveva preso la residenza (ma solo per finta) in un bel borgo d'Umbria in quel di Città di Castello. Così, ogni volta che il postino si ostinava persecutoriamente a volergli notificare gli atti, era costretto a rimandarli al mittente perché il destinatario risultava «irreperibile» («tiè!»).
Chi volesse imitarlo sappia che lo scherzetto non funziona, soprattutto per noi che non siamo «Onorevoli». Ma, se amici di Silvio, si può invece contare (e infatti i Nostri contavano) sulle «lungaggini» della Giustizia, sconciata ad arte negli anni da prescrizioni e ritocchini apportati qua e là. Il colpetto numero 3, in questo caso, si chiamava «indulto» (idea geniale, stavolta, dell'appena eletto Ministro Mastella, altro campione di legalità conclamata e strenuo difensore del Diritto). La prescrizione sarebbe scattata per Aldo Brancher il 5 agosto di quest'anno, ma (ecco la sfiga, di cui si diceva all'inizio), Nemesi ha regalato al già nominato Presidente dell'ODI un giudice che (s'immagina combattendo contro il tempo e privandosi del sonno biologico) è riuscito a condannare l'imputato entro i termini fissati dal «processo breve». Così, incredibile a dirsi, Brancher è stato definitivamente condannato in Cassazione a due anni di reclusione e 4.000 euro di ammenda. «Ha a più riprese ricevuto, e richiesto, ingenti somme di denaro che non aveva alcuna possibilità di ritenere che provenissero dal patrimonio personale di Giampiero Fiorani e che gli fossero da lui elargiti per mera liberalità», si legge nella sentenza, che dà per certo anche che - sugli 827 mila euro complessivi intascati con destrezza e in nero tra il 2001 e il 2005 - Brancher ne ricevette da Fiorani 200 mila in una botta, nientemeno che all'autogrill di San Donato Milanese, come «ringraziamento per i buoni uffici prestati al fine di ottenere la candidatura nella circoscrizione di Lodi di un candidato più gradito a Fiorani e ai suoi accoliti rispetto all'altro che avrebbe potuto essere inserito nella lista, l'onorevole Giovine, solo perché quest'ultimo in più riprese e pubblicamente aveva espresso le sue riserve sulla gestione della BPI e, quindi, sull'operato dei suoi dirigenti».
Lo so cosa volete sapere adesso: falliti a ripetizione i tre "colpetti di genio" del recidivo Brancher e scritta nero su bianco la condanna definitiva della Cassazione, resterà dunque vacante la Dirigenza dell'ODI per incarcerazione del suo già nominato Presidente, che non stava nella pelle per l'impulso a tornare infine ad «operare esclusivamente per il bene del Paese e non già per interessi personali»?
Macché. L'onorevole Brancher non trascorrerà neppure un giorno nelle patrie galere, risaputamene tanto accoglienti e in cui ha soggiornato orami molti anni orsono, proprio  agli sgoccioli della Prima Repubblica. Perciò, state tutti tranquilli, potrà prendere regolarmente servizio a Verona, primo degli otto membri del Consiglio direttivo dell'Ordine di Indirizzo, il cui incarico dura per statuto solo cinque anni.
A dar man forte all'Onorevole Brancher, dotato di «funzioni di Presidente e in rappresentanza del Ministro dell'Economia e delle Finanze», ci saranno Mattia Losego (consigliere comunale di Belluno, anch'esso al libro-paga del Ministero di Tremonti), Daniele Molgora (in rappresentanza del Ministero per i Rapporti con le Regioni), Sergio Bettotti (provincia autonoma di Trento), Herman Berger (provincia autonoma di Bolzano), Roberto Baitieri (Regione Lombardia) e Roberto Ciambretti (Regione Veneta). Di supporto al Consiglio Direttivo, una Segreteria coordinata da un dirigente della Ragioneria Territoriale dello Stato, che conterà ben 15 unità di personale, tra dirigenti e non, «appartenenti alla medesima amministrazione, ovvero in posizione di comando presso le amministrazioni statali o presso le altre amministrazioni rappresentate nell'Odi». Per capirci, i finanziamenti sono pubblici (cioè paghiamo noi), la gestione è affidata in toto, di fatto, alla CAP - la Commissione di approvazione dei progetti -, «che ha il compito di approvare annualmente i progetti e determinare i finanziamenti spettanti a ciascuno di essi».
Chi sarà mai a presiederla? Avete indovinato, bravi!  Per delibera dell'ODI, la presidenza della CAP coincide con la presidenza dello stesso Ente. Così, sarà Aldo Brancher a dover vagliare con l'esperienza e il merito guadagnati sul campo negli anni tra le file del «Partito degli Onesti» i progetti a concorso, assumendosi la responsabilità di decidere a chi e in quale misura assegnare i 160 milioni di euro nel frattempo accumulatisi - 80 per ciascuno degli anni 2010 e 2011 - mentre lui era in altre faccende affaccendato.
Si dice che siano almeno 180 le buste raccomandate o certificate nel frattempo inviate al destinatario dai Comuni concorrenti al bando, scaduto lo scorso 30 giugno.
68 le ha spedite Belluno, 60 Brescia, 33 Vicenza, Verona e Sondrio solo 18 ciascuna.
Ma poiché non è detto (per regolamento) che le buste debbano contenere un solo progetto, è possibile che all'oculato esame del Presidente dell'ODI siano stati nel frattempo sottoposti un numero spropositato di progetti. Ci sta anche che - ora che l'ex-Ministro finalmente lo conoscono tutti, e magari il postino umbro ha sparso la voce che Brancher in genere non risponde al citofono -, in tanti abbiano preferito fargli pervenire brevi manu  le loro più disparate richieste. Le buste -  almeno questo l'abbiamo appurato in tanti anni - le prende sempre volentieri di persona, lui.
         
Delia Garofano, 30 agosto 2011

Povero Silvio, poveri noi

  



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Il nostro sedicente "premier" non vuole più farsi vedere in Parlamento.

Non l'ha fatto quasi mai, a dire il vero. Specie negli ultimi tre anni della sua terza legisl-iettatura, durante la quale si è limitato ad impartire ordini ai suoi scagnozzi o ai suoi sedicenti  "ministri" dalla reggia romana di Palazzo Grazioli o dal bunker a luci rossi di Arcore.

Quindi, anche l'incontro da Fine del Mondo di oggi, lunedì 29 agosto 2011, si svolge a casa sua e non pubblicamente, come avviene nelle repubbliche democratiche, così da permettere ai cittadini di averne contezza e sapere cosa dice e fa chi pretenderebbe di "governarli". A nulla varrà, come sempre, l'ira funesta dei cittadini e la manifestazione organizzata davanti alle auguste porte di  Arcore dei Sindaci italiani, tra cui spicca - in prima fila con Alemanno e Pisapia - il nostro Tosi, che non ha forse ancora capito che a decidere non sarà lui.

Sapremo solo stasera alle 20.00, se tutto va bene, quali sono gli esiti del Maxi-Inciucio relativo alla Finanziaria straordinaria che dovrebbe salvare il Paese dal default. Che si diranno oggi Silvio, l'acciaccato Bossi e il vituperato Tremonti («deve smetterla di fare il professore, ma la sua intelligenza ci serve». Davvero? Cioè, davvero è intelligente?). «Troveranno la quadra», secondo il forbito lessico del Senatùr o non saremo in grado di presentare all'Europa uno straccio di Finanziaria dopo la scadenza ultima dei termini? Insomma, cosa prepareranno in pentola per noi i nostri magici chefes, che a riforme strutturali e risolutorie anche in favore della crescita non solo non hanno mai neppure pensato, ma - come purtroppo evidente - per ignoranza e corruzione somme, neppur volendo, saprebbero?

Saremo informati forse solo stasera, dopo un mese di sedute parlamentari deserte e discorsi in libertà non si sa se più assurdi o criminali pronunciati in sedi elette a «Parlamento estivo» senza contradditorio e con clàque d'appoggio quali il Meeting C.L. di Rimini o CortinaIncontra, di che morte moriremo nei mesi prossimi giorni e mesi. Ma che si tratti di «morte» per noi «sudditi» credo nessuno possa più dubitarne: nel più rigoroso mantenimento di privilegi di casta, evasione fiscale, corruzione, favoreggiamento delle lobbies e sistematica distruzione dello Stato, oggi - comunque vada - concorderanno ulteriori e insostenibili tagli, tasse dirette e indirette per i soliti noti, massacri del diritto e della Costituzione (vedi eliminazione dell'art. 18, con facoltà piena di licenziamento senza giusta causa).

Per quanto tempo un'intera nazione dovrà morire ogni giorno di una morte prima lenta e oggi acceleratissima a causa di una "maggioranza" non più esistente e in balìa di pregiudicati e vecchi  rincoglioniti che non vogliono in alcun modo farsi da parte?

Ci riserviamo di commentare nei prossimi giorni il disegno definitivo della manovra, ma una notizia, solo apparentemente gossipara, dà forse la misura della follia ormai senza più remore di chi pretende di continuare a decidere, senza più mandato e dopo gli immani disastri prodotti, delle nostre vite.

Di fronte allo sfacelo senza precedenti della nostra storia patria pur tanto disastrata da totalitarismi e corruzione decennale, Silvio Berlusconi - che non trova da quasi un mese una parola da dire al Paese - appena una settimana fa ci ha fatto sapere chiacchierando con i giornalisti che non ha intenzione per ora di farsi vedere in Parlamento perché,  vistosamente ingrassato negli ultimi mesi  e «gonfio a causa dello stress», ipse dixit, «teme il giudizio estetico delle signore». Al punto che, pagando fior di quattrini (s'immagina guadagnati con il sudore della fronte inceronata  che gli fa da pèndant sotto la  chioma a prova di uragano Irene)  a un guru che va per la maggiore tra i nostri sedicenti "onorevoli", da due settimane beve solo tisane alle erbe e mangia pasta «priva di carboidrati». Insomma, per il nostro bene,  è stato capace di perdere ben quattro chili in otto giorni:  davvero il miglior Presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni dell'Italia Unita (solo perché prima, come del resto adesso, l'Italia unita non era).

C'è davvero da andare fieri delle sue ultime performances, più mirabolanti di sempre, povero Silvio! Ma forse sarebbe il caso che qualcuno provasse a spiegargli che - sebbene «la crisi non ci sia mai stata», fosse un «fattore psicologico» e noi comunque «ne saremmo usciti prima e meglio di ogni altro» - una fetta non minoritaria di cittadini italiani (e non negli ultimi mesi) è, come il povero Silvio, «gonfio di stress»  e, in non pochi casi, patisce l'autentica fame. Cioè dimagrisce senza affidarsi a nessun guru, ma ricorrendo alle mense pubbliche o alla Caritas, e la pasta non la mangia proprio: né con né senza carboidrati.

È notizia data oggi della Confcommercio che ben 17 Regioni italiane su 20 registrano un drastico calo dei consumi delle famiglie nell'ultimo anno e, data la situazione economica generale, quando si parla di «consumi», ormai si parla soprattutto di spesa alimentare.

Così, mentre caste, cricche e cosorterie imperversano e la corruzion sinergica tra politica e affari ha ridotto questo Paese all'osso, è troppo sognare che a decidere del futuro di tutti noi non siano un erotomane che teme di non piacere alle signore, uno che si rompe un braccio perché non sa pi nemmeno scendere dal letto e un demente snob che si crede un Illuminato mentre ha prodotto lo sfaceo ancora prima della "crisi" e fomenta l'economia in nero pur di vivere in centro a Roma? Impssibile pretendere che si levino finalmente di torno e consentano a questo Paese di provare a pianificare un futuro degno di essere vissuto non dai loro amici ma anche da cascuno di noi?   

Se serve un guru per insegnare loro come si fa a sopravvivere, pur infelici e stressati, mi offro volontaria: la ricetta è farli vivere finché sopravviveranno nei modi e con i mezzi che hanno sin qui riserato a noi comuni mortali. E' difficilissimo, perché prevede disoccupazione e tasche vuote. Ma implica un'ottima e sapiente razionalizzazione delle risorse.

Delia Garofano




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Il Movimento Cinque Stelle, che sarà presente alle elezioni amministrative di Verona, non è un partito politico, ma un gruppo di cittadini dove ognuno vale uno.
Uno dei motivi che ci fanno prendere distanza dai partiti politici è che crediamo che il sistema non possa continuare a funzionare così in eterno. O meglio, a "non funzionare". Bisogna cambiare e bisogna cominciare a farlo ora. A partire dalla modalità dei finanziamenti.
Il Movimento Cinque Stelle rifiuta per statuto la logica del finanziamento pubblico. Cosa che le altre forze politiche non faranno mai, perché senza i soldi pubblici sarebbero morte.

Ecco una breve storia del finanziamento pubblico ai partiti. Ecco perché noi non ci fidiamo più di questo sistema politico e vogliamo cominciare a cambiarlo dal basso.

Il finanziamento pubblico ai partiti e' introdotto dalla legge Piccoli 195/1974 come puro finanziamento alle strutture dei partiti in Parlamento con l'effetto di penalizzare le nuove formazioni politiche e rafforzare gli apparati burocratici interni dei partiti, disincentivando la partecipazione interna. In base alla legge, i partiti non avrebbero avuto bisogno di collusione e corruzione da parte dei grandi interessi economici ed essa introdusse un divieto di percepire finanziamenti da strutture pubbliche ed un obbligo sanzionato penalmente di pubblicita' e di iscrizione al bilancio dei finanziamenti da privati.

Nel 1978 un primo referendum per l'abrogazione della legge Piccoli del 1974 fallisce con il "si" che raggiunge solamente il 43,6% pur senza avere successo. Secondo i promotori del referendum lo Stato deve favorire tutti i cittadini attraverso i servizi, le sedi, le tipografie, la carta a basso costo e quanto necessario per fare politica, non garantire le strutture e gli appartati di partito, che devono essere autofinanziati dagli iscritti e dai simpatizzanti.

Nel 1980 si tenta di introdurre il raddoppio del finanziamento pubblico ma la partitocrazia ha successo solamente con la legge 659/1981 quando: i finanziamenti vengono raddoppiati; i partiti vengono obbligati a depositare un rendiconto finanziario annuale di entrate ed uscite.

Il nuovo referendum abrogativo del 1993 vede questa volta il 90,3% dei voti espressi a favore dell'abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti.
Ma nello stesso dicembre 1993 il Parlamento aggiorna, con la legge 515/1993, la già esistente legge sui rimborsi elettorali, definiti "contributo per le spese elettorali", che viene subito applicata in occasione delle elezioni del Marzo 1994 e poi nelle politiche del 1996.

La legge 2/1997, reintroduce di fatto il finanziamento pubblico ai partiti prevedendo la possibilità per i contribuenti destinare il 4 per mille dell'imposta sul reddito al finanziamento di partiti e movimenti politici. L'adesione alla contribuzione volontaria per destinare il 4 per mille ai partiti resta minima, ovviamente, vista la volontà gia espressa dalla popolazione nei referendum.

Il ciclo si chiude con la legge 157/1999 che reintroduce un finanziamento pubblico completo per i partiti con un rimborso elettorale previsto che non ha, infatti, attinenza diretta con le spese effettivamente sostenute per le campagne elettorali.
La normativa viene modificata dalla legge 156/2002, che trasforma in annuale il fondo e abbassa dal 4 all'1% il quorum per ottenere il rimborso elettorale.

E "dulcis in fundo" con la legge 51/2006, l'erogazione è dovuta per tutti e cinque gli anni di legislatura, indipendentemente dalla sua durata effettiva. Con quest'ultima modifica l'aumento è esponenziale e con la crisi di governo del 2008 si crea il doppio compenso per i partiti, per la nuova e la vecchia legislatura.

Nel 2010 il MoVimento 5 Stelle ha partecipato alle elezioni regionali in 5 regioni. Siamo entrati in consiglio regionale in Piemonte e in Emilia Romagna.
Il MoVimento 5 Stelle ha rinunciato ai rimborsi elettorali per una cifra complessiva intorno ai 2 milioni di euro in 5 anni.

La cosa assurda è che anche il MoVimento 5 Stelle Veneto avrebbe potuto ricevere per 5 anni ben 88.000 euro all'anno, solo perchè abbiamo superato lo sbarramento dell'1% (57.848 voti, 2,58%).
Ovviamente non ne abbiamo fatto richiesta e quindi rinunciato.

I partiti mantengono il controllo sul Paese e continuano a spolparlo senza portare valore aggiunto. Rifiuta di dare loro il tuo voto, perche' i partiti non hanno rispetto per il tuo volere di cittadino, non possono, non vogliono e non sono capaci di aiutarti.

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AGSM.jpgIl 29 giugno 2011 la Giunta Comunale di Verona ha approvato a voti unanimi il bilancio della controllata AGSM S.p.a.

Nel documento si legge che la Giunta delibera:

1) di prendere atto del bilancio d'esercizio 2010 dell'Azienda AGSM Verona S.p.A., approvato dal Consiglio di Amministrazione dell'Azienda in data 30 maggio 2011, che chiude con un utile di Euro 9.789.338,00;
2) di non accogliere la proposta del Consiglio di Amministrazione di destinare detto utile a fondo di riserva per la ricapitalizzazione della Società;
3) di dare atto che il bilancio di previsione del Comune per l'esercizio in corso accoglie una previsione di entrata di Euro 8 milioni per distribuzione di utili dalla società AGSM Verona S.p.A., importo che si ritiene di confermare con la conseguente necessità di deliberare, in sede di assemblea, la distribuzione di utili per il corrispondente importo;

Questo significa che il Comune di Verona farà cassa anche tramite gli utili derivanti dalle controllate.
Da dove derivano questi utili?
Le società controllate, fino agli anni novanta, avevano un assetto municipale (le cosiddette municipalizzate o aziende speciali). Nell'attuale ordinamento giuridico italiano un'azienda speciale è un'azienda di diritto pubblico definita quale "ente strumentale dell'ente locale dotato di personalità giuridica, di autonomia imprenditoriale e di proprio statuto, approvato dal consiglio comunale o provinciale".

Prima della legge 142/1990, le Aziende Speciali erano denominate "aziende municipali" o "municipalizzate" ed erano considerate "un'organizzazione strumentale per lo svolgimento dei compiti e l'espletamento dei servizi dei comuni": non erano cioè dotate di autonomia funzionale rispetto all'ente locale di riferimento (Comune o Provincia) e di personalità giuridica autonoma.

Le Aziende Speciali, essendo soggette al diritto pubblico e non avendo scopo di lucro, non sono soggette a tassazione in quanto non producono profitti ma forniscono un servizio al di fuori dei meccanismi di mercato secondo criteri di universalità, efficienza e trasparenza.
La legge 142/1990 introdusse la possibilità di trasformare le Aziende Speciali in società per azioni, soggette dunque al diritto privato ed alla tassazione, in quanto -anche se di proprietà completamente in mano ad enti pubblici- si tratta di società a scopo di lucro.
(fonte Wikipedia).

Questi sono i dati degli utili di bilancio del 2010:

Il bilancio d'esercizio di AGSM Verona S.p.A. chiude con un utile di Euro 9.789.338,00, contro un utile dell'esercizio precedente di Euro 9.177.652,00.

Per aumentare gli utili e soprattutto per aumentare i Cda, e di conseguenza i consiglieri nominati dalla politica, le ex-municipalizzate nel corso degli anni sono diventate delle matrioske di S.p.a. e S.r.l. creando gruppi aziendali in cui è difficilissimo districarsi.

Il bilancio consolidato di gruppo, che include nel consolidamento le società controllate AGSM Energia S.p.A., AGSM Distribuzione S.p.a., AGSM Trasmissione S.r.l. e Consorzio Ind.le Canale Camuzzoni Scarl, chiude con un utile di competenza del gruppo di Euro 14.613.635,00.

Il gruppo cioè ha un utile doppio rispetto alla società capogruppo AGSM Verona S.p.a.

Nella Delibera di Giunta 180/2011, a proposito, si legge:

alle operazioni con le parti correlate, costituite prevalentemente dalle società controllate, è dedicato un apposito paragrafo della Relazione sulla Gestione da cui si rileva, in particolare, che la società in oggetto cede energia elettrica e teleriscaldamento alla società AGSM Energia Spa, la quale a sua volta vende ad AGSM Verona SpA il gas e l'energia elettrica necessaria per il funzionamento delle centrali di cogenerazione e dei siti produttivi; la capogruppo cede poi in affitto le reti di distribuzione elettrica e gas nel Comune di Verona ad AGSM Distribuzione SpA la quale concede poi in affitto ad AGSM Trasmissione Srl la parte di rete elettrica ad alta tensione; la capogruppo inoltre presta nei confronti delle società AGSM Energia SpA, AGSM Distribuzione SpA e AGSM Trasmissione Srl, dei servizi generali e di struttura; nei confronti della collegata Acque Veronesi Scarl la società AGSM Verona SpA mette a disposizione le infrastrutture relative al servizio idrico ricevendone un corrispettivo;

Io ho capito ben poco di quello che succede tra AGSM Verona S.p.a. e le altre matrioske. Ma ho la netta sensazione che tutta questa organizzazione sia funzionale non tanto al servizio ma bensì al profitto (più di 14 milioni di utili !!!). Compravendita di materia prima tra società dello stesso gruppo comporta fatturazionee quindi un valore aggiunto e anche un'Iposta sul Valore Aggiunto.
Ma chi paga questi passaggi e questa struttura?
I clienti, cioè noi cittadini.

E mi sorge un altro dubbio. Considerando che AGSM Verona S.p.a. è proprietaria dell'impianto di Cà del Bue, dove verranno trovati i soldi per riaccendere i forni? Anche se si è pervenuti all'individuazione provvisoria del promotore del project finance relativo alla riorganizzazione dell'impianto di Cà del Bue, l'AGSM Verona S.p.a. dovrà investire molti soldi per la riaccensione dell'inceneritore. Basti pensare che l'impianto attuale, a bilancio, è svalutato di circa 6 milioni all'anno.

Ora, in aggiunta a tutto questo, assistiamo anche alla sponsorizzazione dell'Hellas per 700.000 euro.

Saremo sempre noi cittadini a pagare. Ma una possibilità c'è ed è data dal cosiddetto "mercato libero".

Pochi sanno che si può cambiare fornitore di energia elettrica e gas in qualunque momento, senza costi aggiuntivi, e senza interruzione di servizio.

Esistono diversi motori on-line che comparano le offerte.
Ve ne elenchiamo alcuni qui sotto:

Altroconsumo: http://www.altroconsumo.it/elettricita/tariffe-elettricita-confronta-le-offerte-del-mercato-elettrico-s209543.htm

Supermoney: http://energia.supermoney.eu/elettricita-e-gas/

Qualetariffa: http://www.qualetariffa.it/

Sos Tariffe: http://www.sostariffe.it/energia-elettrica/