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Papillon
(04:08)

Questa mattina mi sono svegliato con la bocca impastata e la testa pesante. Sono i sintomi di una giornata di disincanto e di pessimismo. L’umore gira come una pallina della roulette e ogni tanto si ferma su un numero sul quale non hai puntato. Oggi è uno di quei giorni. Ripenso a un film di anni fa, Papillon, quando Steve McQueen era un esempio irraggiungibile per un ragazzo. Papillon sogna. Cammina in un deserto. Dopo ore di marcia incontra un tribunale, approntato sulla sabbia, in tutto e per tutto uguale a quelli di città. I giudici lo guardano severi. Lo aspettavano. Il giudizio è il massimo della pena. Papillon chiede quale sia il reato che gli viene imputato. Non ricorda di aver fatto nulla, né di aver violato le leggi della Repubblica. Impossibile che sia ritenuto colpevole. Un giudice gli legge le motivazioni della sentenza. L’accusa è di aver sprecato la sua vita. Papillon allora abbassa lo sguardo, ammette la sua colpa, volta le spalle allo scranno del giudice e ritorna da dove era venuto. Quanti italiani si riconoscerebbero colpevoli? Il cuore di tenebra dell’Italia è questa malia, questa indifferenza che sconfina nel cinismo che non riesci a scuotere. Li ho visti troppe volte quegli occhi immobili, sbarrati che ti trapassano quando gli gridi in faccia il nostro fallimento come Nazione e quindi il loro. Quanti siete perdio? Cosa vi è successo? Cosa sognate quando viene la notte? Quali sono le vostre ambizioni per l’unica vita che mai avrete?
Domani starò meglio. Ho bisogno di qualche sano momento di depressione profonda, mi aiuta a rimbalzare verso l’alto. Mi dà lo slancio. Ieri mi ha fermato la Polizia, mi ha chiesto il registrato dello spettacolo che ho tenuto a Fermo. Gli ho detto che non ho alcuna registrazione. Sono stati gentili, mi hanno accennato a denunce per un possibile vilipendio a Napolitano e mi hanno salutato. Napolitano… parlamentare nel 1953, l’anno della morte di Stalin. Il simbolo di un’Italia pietrificata.
Ci sarà forse un giorno un cantore, un nuovo Pasolini, che racconterà ai nostri nipoti il diario del grande saccheggio, di quando il Bel Paese fu depredato e ridotto ad appendice politica e economica del mondo. Spiegherà come eravamo e come avremmo potuto essere. Lo farà con i paesaggi scomparsi, con le intelligenze disperse in una moderna diaspora, con industrie di cui rimane solo il nome, con una democrazia tradita. Forse si avventurerà in una ricerca dei responsabili di una tale piaga. Ma non ci sono responsabili. La colpa è di un morbo che ha avvelenato la mente di uno dei popoli più brillanti mai esistiti e che non sa più chi è. Che vaga come un cieco nella notte e se lo prendi per un braccio per accompagnarlo sulla strada si ritrae e ti insulta. Non è cieco, quello che deve vedere lo sa bene. Non ci sono cure per questa malattia che non vengano da sé stessi.
Questo corpo indolente del Paese che non si muove, non si indigna, trangugia qualunque menzogna mi fa paura. Quando mi guardo allo specchio mi vedo più vecchio, qualche volta stanco o sfiduciato, ma sereno. Il 10 settembre sarò davanti a Montecitorio per chiedere che la legge Parlamento Pulito firmata da 350.000 cittadini venga messa in discussione al Senato. Rimarrò quanto serve. Anche se sarò solo. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.